Referendum costituzionale, le ragioni del Sì al taglio dei parlamentari

L’opinione dello storico Pino Gadaleta sugli scenari possibili del referendum del 20 e 21 settembre prossimi

Referendum costituzionale voto Sì. Cosa accadrebbe se vincesse il Sì? E se vincesse il No? Un excursus dello storico Pino Gadaleta. Analizziamo in questo articolo il Sì

Referendum costituzionale voto Sì

Pino Gadaleta

Il referendum Costituzionale modifica solo gli articoli 56 e 57 della Costituzione relativamente al numero dei seggi, l’art. 59 che riguarda i senatori a vita da 9 a 5, e l’art. 83 che ovviamente riconosce la riduzione degli aventi diritto all’elezione del Presidente della Repubblica. Questo referendum chiede l’approvazione o meno della riduzione del numero dei seggi, sia alla Camera che al Senato, di poco più di un terzo del totale. Alla Camera si passerebbe da 630 a 400 deputati, mentre al Senato si passerebbe da 315 eletti a 200. La rappresentanza è garantita per tutte le Regioni Italiane, nessuna sarebbe penalizzata.

La paventata diminuzione della democrazia e lo stravolgimento della Costituzione è solo una demagogica invenzione.

I sostenitori del No ritengono che questa riduzione degli eletti nel nostro Parlamento indebolisca la rappresentanza, perché i territori avrebbero meno rappresentanti nelle Camere; al contrario, chi appoggia la riforma sostiene che avere meno deputati e senatori non mini la rappresentanza, ma anzi permetterebbe ai cittadini di esercitare un più severo controllo dell’attività dei rappresentanti che sarebbero, considerando i ranghi ridotti, impegnati a lavorare meglio e a produrre più risultati.

Referendum costituzionale voto Sì: il numero dei parlamentari

Innanzitutto, considerando i parlamentari totali attuali (945 eletti, più 6 senatori a vita attualmente in carica), l’Italia è al momento il terzo Stato al mondo col maggior numero di parlamentari, dietro solo alla Cina (2.980) e al Regno Unito (1.443). (Youtrend) e come certifica Freedom House; il sito che controlla gli indici di democrazia dei Paesi in tutto il mondo.

Se prevalesse il Sì, il numero dei deputati sarebbe simile a quello della “antidemocratica” Spagna.

La riforma che riduce il numero dei seggi parlamentari è stata approvata per ben 4 volte dagli stessi interessati in Parlamento, e nessun accademico Costituzionalista ha avvertito l’esigenza di opporsi reclamando l’intervento della Corte Costituzionale sulla proposta approvata in quanto illegittima.

Referendum costituzionale voto Sì o No

Per il No sono schierati importanti testate in ossequio alle scelte dei loro editori, cioè di persone che fanno del loro interesse continuo (anche con il Covid) la ragione delle loro scelte politiche; e di conseguenza, i leaders dei Partiti più in sintonia con il mondo dei più abbienti, ha rallentato vistosamente e ridotto la propaganda per il Sì, adeguandosi al potere finanziario.

Strumentalmente, una vittoria del No rischierebbe di aprire le porte a un auspicato e gradito governo dai potentati economici del Paese, cioè quello di Draghi.

Zingaretti e il Pd hanno ben compreso il pericolo della vittoria del NO che aprirebbe le porte alla crisi di governo, il passaggio per la transizione con un nuovo governo di larghe intese con Draghi presidente, e le successive elezioni anticipate con il trionfo della destra in stile trumpista.

I favorevoli al No

Favorevoli al No sono i grandi editori e i loro giornali, alcuni intellettuali narcisisti e soprattutto componenti di una media e piccola borghesia fondamentalmente conservatrice, o in funzione antigrillina o in un mix di sinistre salottiere e in cachemire. Ovviamente per il No sono poi tutti i partitini che vedrebbero ridotti i loro seggi, e tutti i peones che occupano le aule di Montecitorio e palazzo Madama. In definitiva il NO, se prevalesse, rappresenterebbe la vittoria dello Status quo. Il che è una grossa comodità per l’ormai consolidata pigrizia politica che caratterizza da decenni la Politica italiana.

Premesso che personalmente questo referendum mi appassiona poco – e a vedere i sondaggi anche gran parte dell’elettorato (i sondaggi danno al 45% la partecipazione degli elettori) – è del tutto intuitivo che il risultato non cambierà l’esistenza degli italiani.

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Una vittoria del Sì, riducendo gli attuali componenti in Parlamento, costringerebbe i Partiti a rivedere finalmente le regole del funzionamento del bicameralismo, delle numerose e logorroiche Commissioni parlamentari, la razionalizzazione e l’importanza del lavoro dei parlamentari.

Ma per ottenere questo occorre che cambi l’attuale sistema elettorale che in Italia è diventato un optional a seconda delle maggioranze parlamentari.

Sistema elettorali: quali guardare?

La forma migliore potrebbe essere l’uninominale alla francese, che lascia a casa anche chi ottiene il 49% dei consensi senza che nessuno si lamenti di taglio alla democrazia. In alternativa vi è il più accomodante proporzionale con lo sbarramento al 5%, ma imponendo regole severe per le spese elettorali dei candidati, e lasciare agli elettori, e non ai Partiti, la scelta del proprio rappresentante. Poi gradualmente bisognerà passare a una più incisiva riforma del sistema di governo delle Regioni.

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Questo referendum poteva essere l’occasione per dibattere seriamente la questione del populismo e del sovranismo o di quello che viene definita l’antipolitica. Ma le tifoserie hanno prevalso sui ragionamenti. In Italia secondo Demos ( http://www.demos.it/rapporto.php), un istituto di ricerca molto qualificato, su un rapporto – guarda caso commissionato dall’Espresso che fa propaganda per il NO – la fiducia degli italiani verso le istituzioni risultano agli ultimi due posti sia per l’istituzione Parlamento che quella dei Partiti, invece di domandarsi i motivi e proporre soluzioni che ridimensionino concretamente l’antipolitica, uno fra tutti combattere le disuguaglianze cresciute a dismisura negli ultimi anni, e l’attuazione concreta dell’art. articolo 3 della Costituzione:

“…è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.

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E su questo argomento latitano Partiti, Costituzionalisti e le tifoserie del No al referendum.

Pino Gadaleta

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