Referendum costituzionale, le ragioni del No al taglio dei parlamentari

L’opinione di un osservatore sugli scenari possibili del referendum del 20 e 21 settembre prossimi

Referendum costituzionale voto No. Cosa accadrebbe se vincesse il Sì? E se vincesse il No? Analizziamo in questo articolo il No.

Referendum costituzionale voto No

Danilo Nesta

Cenni di storia sulla modifica degli articoli 56, 57 e 59 della Costituzione. Molti sono stati i tentativi di modifica della Costituzione ispirati alla riduzione dei parlamentari e molti di questi o non sono mai giunti al voto delle Camere o sono stati bocciati da referendum.

È inevitabile il riferimento politico trattandosi di legislature ma si cercherà di non enfatizzare né indicare simbolismi politici identificabili e identificati.

Di fatto, solo una volta si è fatto riferimento alla modifica degli articoli oggetto di questo ulteriore referendum ed è avvenuto durante la XIV legislatura (2001-2006) a firma dell’onnipresente Calderoli in forza alla Lega: il Parlamento approvò in duplice deliberazione, il disegno di legge che prevedeva, tra l’altro, nell’ambito di una più ampia riforma della parte II della Costituzione, una Camera composta da 518 deputati (elettivi) e un Senato composto da 252 senatori. Tale legge di revisione costituzionale fu sottoposta, ai sensi dell’articolo 138, terzo comma, della Costituzione, a un referendum complessivo, che si svolse il 25-26 giugno 2006 con esito NEGATIVO. Pertanto, la revisione costituzionale non giunse a compimento.

Referendum costituzionale voto No: sfatiamo il mito

È il caso di sfatare definitivamente l’affermazione demagogica e falsa da parte di un movimento politico (M5S), che accredita a Nilde Iotti la paternità di una proposta di riduzione parlamentare: la Commissione bicamerale per le riforme istituzionali De Mita-Iotti (XI legislatura 1992-1994) non propose alcuna modifica degli articoli 56 e 57 della Costituzione (fonte Ministero dell’Interno e non di una trasmissione televisiva).

E purtroppo, dietro ogni tentativo di modifica della Carta Costituzionale, l’ingerenza politica, non tecnica, si è sempre trasformata in una bagarre in cerca di test e di paternità, spesso fallendo l’obiettivo, e l’ultimo referendum di renziana memoria ne è la prova, d’altronde, esattamente come quest’ultimo, dove schieramenti politici, per lo più governativi, stanno assumendo posizioni nette e altri in cerca di defilarsi, immiserendo il dibattito o addirittura eludendolo.

Gli obiettivi del disegno di legge costituzionale

Il disegno di legge costituzionale S 214-515-805-B propone una drastica riduzione del numero dei parlamentari modificando gli articoli 56 e 57 della Costituzione.

L’obiettivo perseguito dai proponenti è duplice: da un lato favorire un miglioramento del processo decisionale delle Camere, per renderle più capaci di rispondere alle esigenze dei cittadini e, dall’altro, ottenere concreti risultati in termini di spesa pubblica (dunque ridurre il costo della politica).

Inoltre, la riduzione del numero dei deputati da 630 a 400 e dei senatori da 315 a 200 consentirà all’Italia di allinearsi al resto d’Europa quanto a numero di parlamentari elettivi a livello nazionale.

La Costituzione italiana prevede un totale di 945 parlamentari (630 deputati e 315 senatori). A questi vanno aggiunti i senatori a vita e i senatori di diritto a vita, cioè i Presidenti emeriti della Repubblica.

Il numero di parlamentari in Italia

L’Italia è il Paese europeo con il numero più alto di parlamentari direttamente eletti dal popolo, pari a 945 (Tabella 1 nell’ambito dell’approfondimento Il confronto internazionale), seguita dalla Germania con circa 700 parlamentari, dalla Gran Bretagna con circa 650 e poi dalla Francia con poco meno di 600.

La classifica dei Paesi con il maggior numero di parlamentari non cambia di molto neppure se si tiene conto anche delle Camere non elettive. In questo caso (Tabella 2 nell’ambito dell’approfondimento suindicato), il numero dei parlamentari italiani sarebbe comunque ai vertici, secondo soltanto alla Gran Bretagna, che sconta per ragioni storiche peculiari la numerosità della Camera dei Lord.

Nella formulazione approvata dall’Assemblea costituente, il numero dei parlamentari era mobile, restando fisso il loro rapporto con la popolazione. Il testo originario della Costituzione prevedeva, infatti, per la Camera, un deputato ogni 80.000 abitanti (o frazioni superiori a 40.000) e, per il Senato, un senatore ogni 200.000 abitanti (o frazioni superiori a 100.000). Con legge costituzionale n. 2 del 1963 si è adottato un nuovo testo degli articoli 56 e 57 della Costituzione che, entrambi al secondo comma, prevedono attualmente un numero fisso di deputati e senatori rispettivamente pari a 630 e 315 (cui vanno naturalmente aggiunti i senatori a vita e di diritto, di cui all’articolo 59 Cost.). In rapporto alla popolazione, oggi vi è un deputato ogni 96.006 abitanti circa; un senatore elettivo (senza considerare i senatori a vita e i senatori di diritto a vita) ogni 192.013 abitanti circa.

La modifica costituzionale: cosa accadrebbe?

A seguito della modifica costituzionale muterebbe dunque il numero medio di abitanti per ciascun parlamentare eletto. Per la Camera dei deputati tale rapporto aumenterebbe, con le modifiche approvate dal Senato, da 96.006 a 151.210. Il numero medio di abitanti per ciascun senatore crescerebbe, a sua volta, da 188.424 a 302.420 (assumendo il dato della popolazione quale reso da Eurostat).

Il testo di modifica costituzionale in esame non interviene sull’articolazione dei collegi elettorali e questa materia è rimessa alla legislazione ordinaria.

E sono, appunto, i riflessi sulla Legge elettorale che generano ragionevoli dubbi sull’impianto referendario, ovvero su altri profili parlamentari come ad esempio l’elezione del Presidente della Repubblica, sull’organizzazione interna delle Camere o sulla composizione della compagine senatoriale post referendum.

Superando l’aspetto di quanto sia poco serio se non patetico sostenere il concetto demagogico del risparmio della spesa parlamentare ridotto a un caffè al mese per italiano contro un costo referendario ammortizzabile in cinque anni, dalla riduzione della spesa, tra l’altro allontanato dagli stessi proponenti, è bene soffermarsi su aspetti più rilevanti.

La rappresentanza parlamentare

Con una popolazione di ormai 62milioni di abitanti, ci saremmo aspettati un aumento della rappresentanza anziché una riduzione, ovvero, è storicamente nota la distanza tra eletto ed elettore dopo qualsiasi tornata elettorale, motivo per il quale anziché operare per riavvicinare l’elettorato, con una maggiore presenza territoriale, si renderà ancor più netta e definitiva tale distanza e l’elettore solo una pedina di maggioranze precostituite.

A mio parere, si sarebbe potuto operare, in un momento economicamente e storicamente preoccupante, un riadeguamento dei compensi parlamentari rapportandoli, ad esempio, al compenso di un docente universitario, pari a un terzo degli emolumenti parlamentari (non vogliamo immaginare un compenso pari a quello di un operaio, le cui distanze sono ingiustificabili), e aumentare così la rappresentanza (con la stessa spesa) e la vicinanza al popolo per migliorare definitivamente questo rapporto ormai deteriorato.

La rappresentanza senatoriale, poi, peggiora drammaticamente, in quanto, la vantata riduzione orizzontale del 36% circa, di fatto diventa il 57 e il 60% in alcune regioni che rischiano di non essere adeguatamente rappresentate: Basilicata, Molise, Sicilia; e questo perché sussistono regioni con più circoscrizioni al Nord, ad esempio, a discapito del Sud che numericamente rischia di essere meno rappresentato inspiegabilmente.

L’elezione di un senatore

Se a questo si aggiunge la modalità elettiva di un senatore (Presidente di Regione, consigliere regionale o consigliere metropolitano) si riduce l’operatività in queste istituzioni per essere devolute al Senato che assorbirà tali figure per lo svolgimento della sua funzione che avrà una forte presenza della maggioranza costituitasi a livello periferico: favorire una dittatura della maggioranza barattando la rappresentanza parlamentare, non è certo una manovra atta a moralizzare le figure istituzionali. Un velo pietoso va steso sui paragoni numerici della rappresentanza a livello europeo, basati su altre forme parlamentari ed elettive, infatti, tra i 28 Paesi Ue, solo 13 hanno infatti due camere, mentre 15 sono unicamerali. Dei 13 con due camere, solo 4 le eleggono entrambe a suffragio universale (Italia, Romania, Repubblica Ceca e Polonia) e, pertanto, dopo questa deforma referendaria, l’Italia balzerebbe al primo posto, in senso negativo, come rappresentanza parlamentare/numero di abitanti che alcuni sfaccendati definirebbero un vanto.

La riduzione comporterà seri problemi nella composizione delle Commissioni parlamentari a discapito del paventato snellimento della funzione legislativa che sarà inclinata alla dittatura di maggioranza. Stiamo già assistendo, da tempo, all’emissione di Decreti Legge d’urgenza (non dimentichiamo quelli sul bilancio, praticamente secretati), una volta modificata la maggioranza governativa, facendo uso e abuso della pratica fino a trasformarsi, ora, addirittura, in DPCM, atti amministrativi non sottoposti al vaglio del Presidente della Repubblica, ma che diventano veri e propri atti impositivi indiscussi.

Deve essere riequilibrato il collegio che, ai sensi dell’articolo 83 della Costituzione, elegge il Presidente della Repubblica. Mantenendo gli attuali tre rappresentanti regionali, infatti, il peso che questi avrebbero nel Parlamento in seduta comune così integrato, sarebbe molto più elevato di quello attuale, e così significativo da condizionare in modo imprevedibile gli equilibri parlamentari, delicati proprio in occasione dell’elezione del Capo dello Stato.

I riflessi sulla disciplina elettorale

Naturalmente, concepire questa – mi si permetta di definire – demenziale riforma senza un impianto elettorale concreto, ancora una volta, ci si inventa un sistema elettorale all’uopo. Non a caso è al voto della Camera per il 27-28 settembre prossimo ovvero dopo il risultato referendario, il disegno di modifica della Legge elettorale definita Germanicum e poi Brescellum dal nome del deputato Brescia in forza a M5S, che prevede l’eliminazione dei collegi uninominali, una rivisitazione dei collegi plurinominali, lo sbarramento al 5% e l’introduzione del Diritto di Tribuna ispirandosi o copia incollando la Legge Acerbo del 6 aprile 1924, fortemente voluta dal partito nazionalfascista.

Ora, aldilà delle pratiche raffazzonate adoperate per inventarsi una legge elettorale in un momento di debolezza politica dell’attuale maggioranza in cerca di una sopravvivenza politica, affidare a un referendum confermativo e quindi senza quorum, l’esito di una mancata soluzione parlamentare, e una legge elettorale a divenire, postuma, è il segno indelebile di una difficoltà strutturale pervasa da un calo giustificato di consensi, infatti l’assetto politico attuale non rappresenta più quello creatosi in occasione delle elezioni del 4/03/2018, e la tendenza all’astensione sarà quella che può ritenersi più plausibile visto il coinvolgimento contemporaneo di elezioni in sole 7 Regioni e in appena 1000 Comuni italiani.

Le sorti di una manomissione della Carta costituzionale così importante, dunque, sarà affidata alla percentuale di votanti e immaginiamo se questa si attestasse intorno ad un 20%, come costituirebbe un vulnus inqualificabile nei confronti dell’intera Nazione.

Il progetto di una dittatura di maggioranza si concretizzerebbe con tutte le ricadute sulla democrazia e tanto basta per meditare attentamente al momento del voto.

Danilo Nesta

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