“Scegli me o il lavoro”. La manipolazione ai danni delle donne

Barattano l’amore con il lavoro: donne costrette a scegliere tra la carriera e la coppia

Donne e lavoro rinuncia. Perché sono in maggioranza le donne a doversi sacrificare per la famiglia o per una relazione rinunciando alla loro carriera? L’analisi dell’avvocato penalista Tiziana Cecere e l’intervento della psicologa Lorita Tinelli.

Donne e lavoro rinuncia

Parliamo di donne in tempo di pandemia e pensiamo all’eroina della serie televisiva Wonder Women, poiché negli ultimi mesi le donne in famiglia hanno davvero dimostrato di essere multitasking: si sono occupate dell’impeccabile ordine e igiene della casa, hanno accudito figli e mariti, hanno svolto le mansioni di docenti scolastiche e hanno dovuto lavorare in smart working.

Insomma le donne ai tempi del Covid-19 sono state davvero messe a dura prova e purtroppo, moltissime hanno deciso di abbandonare il lavoro.

Appunto parlando di smart working si è dato quasi per scontato che far conciliare la gestione della famiglia e del lavoro fossero problemi solo delle donne, in particolare mamme. Ciò non crea più di tanto sgomento evidentemente, poiché pare che il 27% delle donne lasci il lavoro dopo la nascita del primo figlio.

Da dati raccolti da Agenda 2030 Asvis, in Europa la percentuale di donne inattive a causa di impegni di cura familiari ha raggiunto il 31%, con un peggioramento negli ultimi dieci anni.

Donne e lavoro rinuncia: il trend in atto

Se l’associare la cura dei figli e della casa debbano essere attribuite secondo l’opinione ricorrente, per predisposizione naturale alle donne, tale affermazione da un punto di vista dell’evoluzione della vita familiare, ci farebbe fare un salto indietro di almeno cinquant’anni. Eppure dal 2011 al 2017, ben 165.562 donne hanno lasciato il lavoro specialmente per le difficoltà di gestire lavoro e bambini in tenera età.

Il trend è ancora in aumento: erano 17.175 nel 2011 e nel 2017 sono salite a 30.672.

In Italia i dati dell’Ispettorato del Lavoro, su base nazionale relativi al 2017, riportano che: 3 donne su 4 che hanno lasciato il lavoro, il 77% del totale, sono mamme.

Eppure gli esempi da altri paesi europei sono diversi, infatti, nei paesi dove le donne lavorano di più, come Francia e paesi nordici, nascono anche più bambini.

Paradossale pensare che in Italia per radice culturale e sociale esista ancora uno sbilanciamento uomo/donna tra la distribuzione dei compiti uomo/donna all’interno della famiglia.

Basti sapere che il 51/% degli italiani ritenga che le donne debbano occuparsi dei figli e della casa e ciò fa sì che praticamente gli uomini nel lavoro procedano più veloci rispetto alle donne.

Donne e lavoro rinuncia: le statistiche ufficiali

Gli economisti delle Università di Cambridge, Oxford e Zurigo hanno estrapolato una statistica: sia le madri lavoratrici che quelle disoccupate impegnano circa sei ore a fornire assistenza all’infanzia e istruzione ogni giorno, invece gli uomini valutati come padri medi, trascorrano a casa poco più di quattro ore nel fare la stessa attività.

Tale abisso nel divario di genere è stato rafforzato durante la pandemia diventando più frequente e quasi normale nelle famiglie con reddito alto, dove solitamente si preferisce che sia l’uomo a lavorare poiché maggiormente retribuito.

Tale atteggiamento agli occhi di molti e soprattutto degli esperti di fenomeni sociali, ha dato impulso all’osservazione del fenomeno e alla sua tracciabilità sotto il profilo storico partendo da dati statistici certamente collegati al più noto negozio giuridico: il matrimonio.

Da una raccolta dati dell’Istat nel 2015 si sono celebrati 194.377 matrimoni, un’impennata rispetto al periodo di riferimento dell’anno 2008 che è stata mantenuta anche nel 2016 nel 2017.

Risulta che in Italia le donne nonostante raggiungano in tempi brevi la laurea e in misura maggiore degli uomini, gran parte delle stesse ambisca al matrimonio come tappa della vita “quasi obbligatoria”, e a un certo punto come si suol dire, “richiedono l’anello mancante”, dimenticando tutti i sacrifici fatti in passato nello studio e nel lavoro e, a volte, mettendo da parte loro stesse.

Donne e lavoro rinuncia. Perché le donne mollano il lavoro?

Da quanto suddetto, ci chiediamo: come mai a un certo punto della loro vita, le donne legate sentimentalmente a un uomo poco prima del matrimonio o durante “mollano” il lavoro?

Dobbiamo pensare che nel 2020 per gran parte delle donne sia impossibile far combaciare una vita professionalmente appagante, l’ambizione e la carriera con la gestione della famiglia o anche semplicemente con il desiderio di farcela. Ma perché?

Negli ultimi mesi molte donne pare siano state obbligate a fare una scelta: a causa dell’emergenza Covid-19 le donne madri, mogli e lavoratrici non ce l’avrebbero fatta da sole a gestire tutto e avrebbero abbandonato la carriera.

Allora occorre affrontare l’argomento per dare una spiegazione convincente e per capire se dietro tali modus operandi si celino scelte personali o imposizioni.

Uomini e donne sono alla ricerca dello stato di benessere e felicità nelle diverse aree della loro vita, soddisfacendo i bisogni emotivi, psicologici e mentali più profondi ma sarebbe utile comprendere, nelle relazioni di coppia, il rispettivo approccio della grande maggioranza degli uomini e delle donne in relazione al condizionamento dei pensieri sociali, storici e dei retaggi culturali ancora esistenti.

È demotivante pensare che dopo tante lotte messe in atto dai movimenti a tutela delle donne per acquisire diritti nella società e spazi negli ambiti professionali, i concetti di libertà e indipendenza non siano poi del tutto veri.

La rinuncia alla carriera delle 30-40enni

La scelta di molte donne nella fascia 30-40 anni che ha abbandonato la carriera (anche spesso importante e soddisfacente conquistata con sacrifici) per dedicarsi esclusivamente alla famiglia senza un motivo apparente (es. parenti anziani da accudire, lutti da metabolizzare, particolari problemi personali da affrontare…), desta moltissime perplessità agli occhi degli esperti, poiché – per l’opinione pubblica – accudire i figli e gestire la casa non è considerato un lavoro produttivo, però lo diventa ed entra nel calcolo del Pil, se tale lavoro viene espletato da una baby sitter o da una colf.

Tale fenomeno apre la breccia a numerosi interrogativi che meritano risposte soddisfacenti e anche ad analisi sotto un profilo sociale, psicologico, criminologico, economico e storico da parte di esperti, considerando che nelle relazioni di coppia il rapporto sovente non è paritario ed equilibrato.

Dunque le ragioni culturali e di educazione secondo il ruolo di genere nel nostro paese pongono l’uomo nella posizione di essere ammirato dalla propria compagna, concentrandosi sulle ambizioni e sulle performance lavorative solo sotto il profilo maschile.

Può essere che le donne patiscano tali condizionamenti in un contesto sociale ove ancora alle donne è richiesto il ruolo di donne compassionevoli, bisognose di appoggio e protezione e che vengano spesso influenzate dall’uomo nella scelta della loro vita professionale e privata perché orientate a pensare: “quanto è bello e bravo e capace l’uomo”, sottostimando il loro valore e la loro intelligenza di donne.

Il parere autorevole della psicologa e analista delle dinamiche

Abbiamo voluto approfondire il tema sotto un profilo più specificatamente psicologico legato anche alla manipolazione mentale che molte donne subiscono, chiedendo un parere a Lorita Tinelli, psicologa a indirizzo clinico, criminologa, studiosa delle dinamiche di manipolazione mentale e autrice di diversi libri e articoli sull’argomento, fondatrice del Cesap, il Centro studi abusi psicologici.

Quali sono le tipologie di donne più inclini a subire il condizionamento psicologico dell’uomo, nelle relazioni di coppia?

Dacia Maraini nella prefazione del testo della psicoterapeuta Robin Norwood “Donne che amano troppo”, nell’edizione economica della Feltrinelli, esprime una lucida considerazione sulle motivazioni che spingono una donna a vivere una relazione “alterata” dal punto di vista affettivo. Una favola tormentata, basata sulla negazione e sul controllo piuttosto che sull’accettazione. Maraini sostiene che le donne, per ragioni storiche, siano più portate a “pensare male di sé”. È stato loro insegnato che sono deboli, dipendenti per natura, paurose, fragili, bisognose di protezione e di guida. Alcuni di questi insegnamenti, per quanto superati, sono entrati a far parte dell’inconscio femminile. Tuttavia, quello che maggiormente influenza negativamente le relazioni sentimentali, compromettendole, sono le esperienze di attaccamento con una famiglia disfunzionale, dove nessuno si è curato dei bisogni emotivi dell’altro. Il mancato vissuto di un affetto autentico trasforma la donna in una dispensatrice di amore e cura da riversare a coloro che sembrano in uno stato di bisogno, relegandola nel ruolo di “crocerossina”. Inoltre, la paura dell’abbandono le farà fare qualsiasi cosa per impedire che quella relazione possa finire, anche quella di aspettare, sperare, continuare a sforzarsi di piacere, assumersi più del 50% delle responsabilità, colpe e biasimo della relazione e anche a rinunciare a qualsiasi tipo di autonomia.

In queste donne l’autostima è talmente bassa da far credere di non meritare di essere felici e realizzate, ma che piuttosto bisogna guadagnarsi il tutto, sempre, anche con delle rinunce. Tutto questo porta inevitabilmente a vivere dinamiche di violenza psicologica e fisica.

Quali sono i meccanismi che alcuni uomini mettono in atto nella relazione amorosa per convincere la donna di non aver valore e di non essere in grado di gestire la famiglia e il lavoro?

Le tecniche di condizionamento vengono praticate con mezzi materiali o psicologici e sono finalizzate a porre la vittima in uno stato di soggezione che escluda o limiti la sua libertà di autodeterminazione. Possono essere usate pressioni psicologiche, come minacce, suggestioni, indottrinamenti, ma anche induzioni di sensi di colpa. La colpa è una delle motivazioni principali per le quali le donne accennano relazioni disfunzionali con uomini altrettanto patologici. Ma anche l’isolamento. Essa è una modalità molto utilizzata che consiste nel far interrompere o raffreddare tutti i contatti sociali e affettivi della vittima, in modo che essa sia sempre più vulnerabile e senza possibilità di aiuto.

Tutto questo indebolisce, giorno dopo giorno, la vittima, distruggendone completamente l’autostima e rendendola sempre più dipendente dalla relazione.

Si possono inquadrare in caratteristiche particolari sotto un profilo psicologico gli uomini che mettono in atto tali comportamenti?

Il manipolatore affettivo è una persona centrata su se stessa e sui suoi bisogni, che mette in atto una serie di strategie per mantenere il controllo del suo territorio e della sua preda. Comunica con le sue vittime in maniera confusa e ambivalente, spesso sarcastica e allusiva. Ma è anche capace di momenti di love bombing. Il tutto confonde la vittima che attiva inevitabilmente tutta una serie di risposte volute dal manipolatore, tali da diventarne dipendente.

Le tecniche di manipolazione mentale in cosa consistono e in queste può rientrare anche il mansplaining”?

Le tecniche di manipolazione si prefiggono di rendere acquiescente una vittima e farla rientrare in un rapporto di dipendenza, dove il carnefice ha il controllo di tutto. Alcune delle tecniche più comuni, già citate in queste pagine, sono il love bombing, l’induzione di sensi di colpa e l’isolamento. Altre riguardano il controllo delle informazioni cui può accedere la vittima, un’incessante ripetizione di concetti e regole da seguire, ricompense e punizioni rispetto a comportamenti accettati o meno dal carnefice. Il mansplaining, termine coniato dalla scrittrice Rebecca Solnit, indica un atteggiamento ‘paternalistico’ che spesso gli uomini utilizzano per spiegare alle donne cose che ormai loro sanno. Esso di sicuro è un rafforzativo della dinamica manipolatoria agita, in cui vengono maggiormente definiti i differenti poteri delle parti in gioco”.

La dr.ssa Lorita Tinelli ha offerto un prezioso contributo in questo articolo e con la sua partecipazione alla conferenza webinar “Sceglie me o il lavoro. Le donne che barattano il lavoro con l’amore. Tecniche di manipolazione mentale”, tenutasi il 4 giugno scorso sulla pagina pubblica dell’associazione di promozione sociale Fermiconlemani, insieme alla scrivente Tiziana Cecere (presidente di Fermiconlemani), a Giuseppina Di Nubila (Giudice di pace presso il foro di Bari), Feliciana Bitetto (presidente Adgi, Associazione donne giuriste italiane di Bari), durante il quale è stato analizzato approfonditamente il fenomeno segnalato in questo articolo in una prospettiva di controllo delle relazioni tossiche e disfunzionali per prevenire i crimini violenti nelle coppie e nelle famiglie.

“Ogni volta che una donna lotta per se stessa, lotta per tutte le donne “(Maya Angelou)

Tiziana Cecere

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