Il carcere, dalla vita disumana al miracolo della vita: un caso di successo dopo le sbarre

La vita dentro il carcere non può definirsi in alcun modo normale. Il progetto ‘Vita tra le mani’ di Fermiconlemani

Covid19 carcere vita disumana. Il carcere ai tempi del Covid-19, una condanna oltre la condanna, un isolamento oltre l’isolamento. Fermiconlemani promuove un progetto di rinascita.

Covid19 carcere vita disumana. Dal caso di Foggia

È il 9 marzo quando a Foggia cominciano a circolare le prime notizie: cittadini rientrate a casa. Chiudete i negozi. Sono evasi pericolosi detenuti dal carcere di Foggia! A cui si sono aggiunte le contestazioni e rivolte in altre strutture penitenziarie pugliesi: Bari, Taranto, Brindisi, Trani, Turi.

Ne hanno parlato tutte le testate giornalistiche nazionali. Ma di cosa hanno parlato? Della preoccupazione della popolazione a sapere liberi pericolosi delinquenti, senza alcuna distinzione, e senza chiedersi “perché?”.

Lungi da una qualsiasi giustificazione di quei comportamenti sbagliati e inaccettabili, è sensato provare a chiedersi le motivazioni per e quali, proprio nel giorno della notizia del lockdown e soprattutto dopo la diffusione della notizia di sospensione dei colloqui per i detenuti con i propri familiari, in molti istituti penitenziari, tra cui quello di Capitanata, è scoppiata la rivolta.

Covid19 carcere vita disumana, il vaso di Pandora

Le proteste nelle carceri scoperchiano in modo drammatico un vaso di pandora che, da tempo, colpevolmente si è scelto di ignorare.

Non è certo con la rivolta o con la distruzione che si rivendicano i propri diritti, ma è difficile vivere il carcere, nelle condizioni in cui sono detenuti, con un pandemia in corso: le restrizioni volte a contenere il rischio di contagio, come la sospensione dei colloqui con i familiari, forse andavano comunicate in altro modo ai detenuti, ad esempio già prospettando loro la possibilità effettiva di continuare a comunicare con i propri parenti.

Nelle strutture penitenziarie, se ci pensiamo bene, i colloqui rappresentano l’unico momento in cui si ha la conferma di non essere abbandonati al proprio destino, l’unico momento di essere ascoltati, l’unico momento di “vita”, l’unico momento in cui si fa finta di vivere normalmente poiché nulla in carcere si può considerare “normale”.

Covid19 carcere vita disumana. La rivoluzione

Come mai non vengono adottate misure per prevenire tutto ciò che è avvenuto ai tempi del Covid-19? Può sembrare plausibile o credibile che non si fosse ipotizzata una rivolta nelle carceri italiane?

È certamente opportuno adottare provvedimenti straordinari volti a tutelare non solo la salute dei detenuti, ma anche di tutte le persone che operano nell’ambiente carcerario, spesso anche loro dimenticate, al fine di decongestionare la situazione di sovraffollamento, facendo ricorso alle note misure alternative alla detenzione carceraria, che dovrebbe essere l’extrema ratio quanto meno per reati meno gravi.

Le rivolte ci sono state, ma ancora una volta le notizie trasmesse “all’esterno” non sono state adeguate a spiegare e a rappresentare la gravità del problema, perché l’opinione pubblica travolta da giudizi morali non è effettivamente a conoscenza di quanto siano gravi i problemi all’interno della realtà carceraria e non solo per i detenuti che scontano le loro pene, ma per tutti gli operatori e i lavoratori che popolano il carcere.

La vita delle carceri è una vita disumana che nella stragrande maggioranza dei casi non conduce alla rieducazione e al recupero del reo ma, nonostante l’Italia sia stata più volte “richiamata” sul problema sovraffollamento, non è mai stato fatto nulla di concreto.

La gravissima situazione si amplifica ai tempi della pandemia in atto: la rarefazione sociale che “fuori” stiamo vivendo non è attuabile all’interno dell’istituto penitenziario e ciò comporta gravi rischi sia per i detenuti che per gli operatori e nemmeno gli ultimi interventi governativi hanno previsto, per esempio, misure di prevenzione anticontagio all’interno del carcere.

Carceri: la pena dev’essere riabilitativa

Non nascondiamoci. Chi commette un reato deve scontare una doppia pena, quella comminata dallo Stato e quella comminata dal popolo, dall’opinione pubblica.

Salute e dignità hanno un identico valore sia per un soggetto libero sia per un detenuto e se “il grado di civiltà di un Paese si misura osservando la condizione delle sue carceri”, allora l’Italia potrebbe considerarsi un paese “incivile”?

Non è forse il caso di modificare il sistema penitenziario e la legislazione annessa? A ben riflettere se è vero che la pena deve avere una funzione riabilitativa, come si può pensare che la riabilitazione del condannato possa avvenire in carcere se le condizioni al suo interno sono disumane?

Eppure, nella nostra amata ma spesso dimenticata Carta Costituzionale il diritto alla vita ha, tra i diritti della personalità, una posizione preminente.

Il diritto alla vita sancito dalla Costituzione

La Costituzione protegge il diritto alla vita non solo sotto il profilo della sopravvivenza ma anche sotto il profilo della garanzia di una determinata condizione della vita umana e ci indica delle linee guida in proposito, basti pensare all’art. 2 della Costituzione Italiana che così dispone:

“La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo che nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”

o all’art. 27 Cost. secondo cui :«L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva. Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato»

Occorre assumere la sana consapevolezza che se i principi costituzionali suddetti fossero davvero inglobati in applicazioni pratiche anche per ciò che concerne la rieducazione e il reinserimento sociale dei detenuti evidentemente fungerebbero da vere e proprie strategie e strumenti di prevenzione dei crimini.

La recidiva

Se non ci si limitasse a concepire la pena solo in termini repressivi e retributivi, si capirebbe che la funzione riabilitativa della pena non necessariamente debba passare dal carcere che, nelle condizioni disumane attuali, non fa altro che aggravare menti e coscienze producendo forse una conseguenza logica: tra la popolazione carceraria molti reinseriti nel tessuto sociale saranno molto probabilmente recidivi.

Raramente si assiste a un dibattito pubblico su questi temi perché alla domanda di giustizia si risponde con la condanna umana e perenne, una condanna senza fine e dunque ben lontana da uno stato di diritto che voglia evolversi. Eppure si parla di esseri umani. Certo, esseri umani che hanno sbagliato, hanno commesso reati, spesso gravi, ma comunque persone, quindi anche per loro… noi tutti dobbiamo restare umani.

Marco Barba, ex detenuto: un caso di successo

L’associazione Fermiconlemani il cui nome di ispira a una canzona del noto cantautore “Fabrizio Moro”, pubblicata nel singolo il 4/11/2011, dedicata alla vicenda di Stefano Cucchi, canzone che fa anche da colonna sonora del documentario 148 Stefano mostri dell’inerzia, ha ideato nel 2018 un progetto “VITA TRA LE MANI” avente come focus il supporto e il sostegno a fini sociali e di volontariato alle attività di rieducazione e di reinserimento sociale.

Marco Barba

Ciò è stato possibile grazie alla testimonianza del life e business coach Marco Barba che ha aderito alla mission dell’aps Fermiconlemani arricchendo il progetto con il racconto della sua esperienza di vita caratterizzata da dure prove e difficoltà diventate le sue risorse più grandi.

Il cammino di cambiamento e di evoluzione di Marco Barba è partito dalla lettura durante il periodo in cui è stato ristretto in una struttura penitenziaria.

Oggi “dopo essere rinato dalle proprie ceneri” è un uomo di successo, infatti, ha intitolato il suo libro “Dalla Strada al Successo cambiando abitudini” e per professione accompagna le persone nell’individuazione della meta e nel raggiungere vittorie in ambiti personali e professionali”.

Il progetto di Fermiconlemani

Valentina Dinisi

Il progetto ”VITA TRA LE MANI” ha l’obiettivo generale di migliorare il benessere psicologico del detenuto che vive l’ambiente carcerario, di orientamento alla vita, di rafforzamento delle potenzialità individuali, di motivare la formazione individuale, l’autostima e pensiero positivo, di coltivare emozioni sane, di rielaborare il passato in ottica futura propositiva, di investire il proprio tempo in maniera funzionale all’interno del carcere, di invito allo studio e al lavoro.

La vita è costellata di sbagli ed errori: l’evoluzione umana va avanti da millenni seguendo questo processo. L’errore può essere vissuto come un’opportunità di cambiamento, un’occasione di miglioramento, che ci aiuta e ci insegna come fare meglio e cosa non ripetere. La colpa e il giudizio sono nemici dell’evoluzione.

Il percorso proposto nel progetto si focalizza anche sull’elaborazione del passato tra rabbia, tristezza e paura, e sul controllo delle emozioni negative e come convivere con esse.

Le emozioni fanno parte del bagaglio dell’essere umano: non possono essere annullate ma è possibile conviverci serenamente e viverle nella loro pienezza accogliendo il messaggio che esse vogliono inviarci.

“Siamo tutti fautori del cambiamento sociale”

Tiziana Cecere

Sicuramente il messaggio che vogliamo diffondere è che siamo tutti fautori del cambiamento sociale, siamo tutti responsabili di ciò che di negativo accadete nella nostra società e abbiamo pertanto il dovere di partecipare attivamente alla prevenzione dei crimini e alla salvaguardia dei diritti umani.

L’aps Fermiconlemani persevera nel proporre il suo progetto “VITA TRA LE MANI” pur incontrando molta diffidenza e resistenza, è riuscita ad attivarlo in collaborazione con cooperative sociali e centri diurni in ambito minorile, come il Centro diurno per minori e giovani dell’area penale Chiccolino di Bari, grazie alla sensibilità del suo coordinatore Dr. Raffaele Diomede che ha intuito immediatamente l’efficacia e la portata di questo strumento educativo. L’auspicio è che presto la stessa attenzione possa essere posta anche per percorsi diretti agli adulti.

Un diritto non è ciò che ti viene dato da qualcuno; è ciò che nessuno può toglierti” (Tom C. Clark)

Valentina Dinisi e Tiziana Cecere (rispettivamente socio e presidente Fermiconlemani)

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