Gli Angioini a Bari, l’influenza e le sorti della città. E via Sparano? A chi si riferisce esattamente?

La dominazione degli Angioini interessò la città di Bari per più secoli

Angioini a Bari eredità. Cosa hanno lasciato alla città? La ricostruzione storica del nostro Pino Gadaleta.

Angioini a Bari eredità

Gli Angioini dominarono in Italia dal 1268 al 1442, considerata dominio meridionale del loro regno. Era una dinastia cadetta dei Capetingi e originaria del ducato di Angiò (Francia occidentale).

Il primo sovrano, Carlo I d’Angiò (1226-1285), figlio del re di Francia Luigi VIII, fu chiamato nel 1265 da papa Clemente IV per scacciare dall’Italia meridionale gli Svevi e sconfisse nel 1268 a Tagliacozzo, in Abruzzo, il quattordicenne Corradino di Svevia, ultimo erede degli Hohenstaufen.

Divenne, a tutti gli effetti, re di Sicilia, e il suo dominio fu tanto spietato e vessatorio che nel 1282 la Sicilia si ribellò e cacciò gli Angioini dall’isola nei famosi Vespri siciliani, ricordati da Dante nell’VIII canto del Paradiso con questi versi:

“Se la mala signoria, che sempre accora li popoli suggetti, non avesse mosso Palermo a gridar: mora, mora!”.

Carlo I, persa definitivamente la Sicilia, trasferì la capitale da Palermo a Napoli decretando la nascita del Regno di Napoli.

Angioini a Bari eredità. Carlo I

L’Angioino fu un sovrano dispotico e iperattivo tanto da ritenere che dormire fosse una perdita di tempo e per questo sottopose a turni massacranti le maestranze che costruivano il Maschio Angioino e “ruinando” le loro abitazioni se non rispettavano i suoi ordini. Fu tanto crudele da crocifiggere decine di ribelli lungo una strada come monito ai suoi sudditi.

Una particolarità comune a tutti i sovrani angioini napoletani era la loro “ipersessualità”, come testimonia Giovanni Boccaccio nel Decamerone in una novella (X giornata VI novella) in cui racconta di Carlo I, definito vecchio re, ospite di un feudatario, che si invaghisce delle sue giovanissime figlie intente a pescare in una piscina per fargliene dono.

Nel 1266, a seguito della guarigione del figlio Filippo, Carlo I donerà alla Basilica la mitica e grande campana di Manfredi, il cui rintocco si sentiva a decine di chilometri di distanza; tra il ‘500 e il ‘700 i Baresi per il troppo rumore la fusero ottenendo due campane più piccole.

Sembrerebbe risalire a Carlo I la costruzione dell’Arco angioino della cittadella nicolaiana, già catapanale, di Bari, poiché sopra la sua chiave di volta sono effigiati in pietra un bassorilievo di S. Nicola e due stemmi araldici con i caratteristici gigli angioini, risalenti al primo sovrano della dinastia ante 1277. Solo da questa data in poi, infatti, negli stemmi araldici degli Angioini comparirà accanto ai gigli la croce di Gerusalemme, dal momento che Carlo I aveva comprato il titolo di Re di Gerusalemme da Maria di Antiochia.

Gli eredi

Qualche nota sui suoi successori: Carlo II (1254-1309) ebbe 14 figlie, a Roberto il Saggio (1276-1343) o Re Sermone fu attribuita in età avanzata la satiriasi, Giovanna I (1326-1382), la regina dolorosa, (regnò durante la peste del 1348 e le lotte dinastiche) e Giovanna II (1373-1435) ebbero esistenze travagliate attraversate da alterne vicende politiche e sentimentali. Giovanna II è stata consegnata alla storia come regina lussuriosa e così rappresentata dalla cognata regina Maria d’Enghien in un affresco della chiesa di Santa Caterina di Alessandria di Galatina.

Obiettivamente le libertà sessuali erano comuni in quasi tutte le monarchie, e tanto per citare, il mitico Stupor Mundi, Federico II, passò la prima notte di matrimonio invece che con la moglie Iolanda di Brienne, con la cugina della stessa, Anais, a cui dedicherà dei versi poetici.

In Puglia Fiorentini, Genovesi e Veneziani monopolizzarono il ricco commercio del grano e dell’olio, poi della lana, del sapone, delle spezie, della seta e della carne salata. Si smerciava vino greco e vino latino, i vini più rinomati erano quello rosso di Melfi e Rapolla e consumati personalmente da Carlo I.

Seta, cotone, lino, zucchero, spezie costituivano le mercimonia curia (Introitus e Rationes) ed erano ammassati nel castello di Trani per ordine di Carlo I, che tra l’altro riscuoteva il 10% di diritti doganali sui carichi navali. Infatti, dalla Terra di Bari nel 1321 la Curia riscuoteva 2.200 once d’oro ed era solo seconda per valore a quella di Terra di Lavoro. Vi era una discreta presenza di Ebrei che prestavano danaro al tasso regio del 10% e gestivano tintorie e seterie.

L’economia barese

I motori economici della città di Bari, soprattutto durante il regno di Carlo II, si dovevano al culto di san Nicola e, di conseguenza al pellegrinaggio di sosta nella sua basilica, l’attività commerciale dei Cavalieri Ospitalieri o Giovanniti, e la forte presenza di mercanti veneziani e fiorentini.

La Basilica San Nicola era un importante presidio di fede ecumenica, che univa Oriente ed Occidente, e meta di continui viaggi penitenziali diretti e di ritorno dalla Terra Santa.

I Cavalieri Ospitalieri, alleati storici degli Angioini, svolsero un ruolo fondamentale nello sviluppo dei traffici navali. Vito Ricci, uno studioso degli ordini Cavallereschi in Puglia, testimonia la presenza di una chiesa a Bari dedicata a s. Giovanni (non si hanno notizie sulla sua ubicazione), e soprattutto, di un presidio strategico a S. Caterina, (dove ora insiste un fiorente parco commerciale). Santa Caterina era posta in un importante snodo viario tra la via Traiana e la via Minucia che si congiungevano ad Egnathia. Oggi, purtroppo, non resta che un ipogeo mal ridotto. Scrive Ricci:

“Gli Angioini assicurarono ai Giovanniti libertà di movimento e assenza di imposte su merci, animali, armi esportate dapprima in Siria e poi, con l’evolversi della situazione orientale, a Cipro e a Rodi.” “Queste autorizzazioni furono determinanti per lo sviluppo economico e commerciale dell’Ospedale, che non fu sottoposto nemmeno al monopolio regio del sale. Così le navi dell’Ordine di grosse dimensioni partivano dai porti pugliesi” e, tra questi, da Bari.

Angioini a Bari eredità. Carlo II

Carlo II lo Zoppo (1254-1309) fu dal 1285 re di Napoli. Dante ironizza sulla sua figura nel canto XIX del Purgatorio: “Vedrassi il Ciotto di Gerusalemme segnala con una l la sua bontade, quando ‘l contrario segnerà una emme – Cioè “per lo Zoppo la sua bontà vale 1 mentre la sua cattive azioni 1000”. Il suo giudizio severo sull’angioino è confermato nel XX canto: “L’altro che già uscì preso di nave veggio vender la figlia e patteggiarne come fan i corsar de l’altre schiave). Questo è un riferimento al matrimonio della figlia di Carlo II, Beatrice, con Azzo VIII d’Este, concesso dietro il pagamento di una cospicua somma.

Carlo II, nel tentativo fallito di recuperare la Sicilia, fu catturato dagli Aragonesi e in prigione sognò san Nicola; il giorno dopo fu liberato (1288), divenendone un devoto.

Non fu un miracolo, infatti, il re angioino fu liberato grazie all’intervento di alcuni regnanti europei e dopo aver lasciato in ostaggio tre suoi figli, che rivide dopo sette anni.

Con Carlo II la Basilica nicolaiana accrebbe il suo ruolo religioso ed economico perché con lui divenne Basilica palatina, dipendente direttamente dal potere regio, fu istituito il capitolo di canonici che ebbero il compito di amministrarla, indipendentemente dal clero vescovile e, grazie alla sua profonda devozione, fu valorizzata con donazioni cospicue di reliquie ed argenti, che formarono il principale nucleo di quello che diventerà il Tesoro di San Nicola, insieme anche ai feudi di Rutigliano, Sannicandro e Grumo.

Gli Angioini e san Nicola

La Basilica, inoltre, fu affrescata nel 1304 da Giovanni di Taranto, artista presente alla sua corte. Oggi dell’intera sua opera, in seguito alla sovrapposizione degli interventi rinascimentali e barocchi, possiamo solo ammirare una Crocifissione posta nell’abside di S. Martino.

Del Tesoro di San Nicola rilevante è il reliquiario greco bizantino che conserva frammenti del legno della croce (IX-X sec.), inserito, a sua volta, nella Croce angioina del 1301, fino al 1789 ricoperta di pietre preziose, poi asportate dai Francesi e sostituite con gemme false, ma degne di nota sono anche molte altre reliquie, tra cui la Sacra Spina e il dente della Maddalena. Ma si potrebbe parlare anche di pergamene con sigilli d’oro e codici liturgici.

Con Roberto il Saggio la basilica si arricchisce di cappelle gentilizie riccamente ornate e riceve altre donazioni, come l’altare di argento nel 1319 da parte del re serbo Uros II Milutin, fuso poi nel 1684 e ricesellato in stile barocco da argentieri napoletani con il suo indecifrato e misterioso cripto gramma, poi della grande icona di S. Nicola da parte di Uros III (1327), posta dietro la tomba del santo, ex voto di ringraziamento per aver recuperato la vista, dopo che il padre lo aveva fatto accecare perché ribelle.

Sotto di lui nel 1347 ca. fu rilanciata la Fiera di Bari dal 22 luglio, il giorno di santa Maddalena al 10 agosto, che si svolgeva nelle adiacenze della Basilica.

Nel 1323 Bari era l’unica città del regno ad ospitare una cattedra di Diritto come riconoscimento del valore di suoi giureconsulti.

La Basilica ospita la tomba di Sparano da Bari, posta nei pressi del portale della fiancata meridionale su espresso desiderio di Carlo II (1296).

Via Sparano da Bari a chi si riferisce esattamente?

E qui si apre la vexatio questio, la via commerciale di Bari a quale Sparano di Bari si riferisce? Infatti, vi è uno Sparano che scrisse sotto gli Svevi le Consuetudines Barenses nel 1197 e uno Sparano da Bari, importante funzionario della Curia regia di Carlo I e successivamente Logoteta di Carlo II. Il Logoteta era il funzionario che esaminava tutte le istanze che giungevano al re poteva spedire lettere regie e relazionava settimanalmente al Re sulle petizioni ricevute. Alcuni ritengono che sia il primo cioè l’autore delle Consuetudines.

Sparano da Bari sposò Flandina figlia di un importante funzionario di Carlo I tale Iozzolino della Marra (potente famiglia barlettana) e fu il nonno di quella Giovannella di Altamura che ebbe come figlio Giovanni Pipino, che durante le guerre dinastiche di Giovanna I, fu protagonista di alterne vicende proprio con i Della Marra di Barletta. Giovanni Pipino fu, nominato nel 1350 da Giovanna I principe di Bari. I Baresi, però, prudentemente gli chiusero le porte della città.

Possiamo terminare qui, poiché con Giovanna II il ruolo di Bari nelle vicende angioine si offusca; dovremo aspettare l’arrivo di Isabella di Aragona (1474-1524) perché Bari riacquisti rinnovata vitalità.

Una dedica particolare alle 25.000 Guide turistiche italiane, che per la pandemia di coronavirus non possono svolgere la loro attività.

Pino Gadaleta

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