Coronavirus. In trincea: la testimonianza di un’infermiera del Policlinico di Bari e l’assistenza psicologica

La nostra esperta psicoterapeuta impegnata ad assistere ascolto e supporto psicologico al personale ospedaliero in prima linea

Coronavirus testimonianza infermiera Bari. Il personale impegnato in prima linea rischia il Burnout. I professionisti dell’ascolto prestano soccorso psicologico gratuito.

Coronavirus testimonianza infermiera Bari. L’assistenza gratuita dei professionisti

In questo momento storico così delicato, precario e impattante per ognuno di noi da molteplici punti di vista, ho scelto di fare la mia parte, non solo come professionista della relazione d’aiuto ma prima di tutto come essere umano.

L’emergenza COVID-19 è appunto chiamata “emergenza”, proprio perché emerge dallo sfondo, è quello che tutti percepiamo in figura. C’è chi è tenuto a rimanere rigorosamente in casa e chi svolge un lavoro per cui uscire di casa e recarsi sul posto di lavoro è non solo deontologia professionale, ma è una necessità stringente e indispensabile per cercare di gestire al meglio questa emergenza.

Tra le varie figure professionali tenute a mettere a disposizione le loro competenze in prima linea vediamo il personale medico e infermieristico. Come psicoterapeuta della Gestalt ho aderito all’iniziativa dell’Istituto Gestalt Puglia, diretto dal dott. Lommatzsch, dedicata a offrire supporto psicologico, gratuitamente e attraverso video chiamata, a medici, infermieri e personale sanitario.

Come ricevere assistenza gratuita

E’ sufficiente chiamare il n. 0832-323862 per ricevere i contatti dei professionisti disponibili sul territorio. La segreteria è attiva dal lunedì al venerdì dalle 9.30 alle 13.

Durante i colloqui con il personale medico e infermieristico quello che emerge in modo corale è la difficoltà che sta vivendo da un punto di vista non solo organizzativo ma anche e soprattutto da un punto di vista emotivo, umano e psicologico. I professionisti del settore sanitario con cui mi relaziono vivono un costante stato di allarme, di confusione a volte, di paura e preoccupazione, a tratti di sconforto ma sentono anche di non poter mai abbassare la guardia, per loro è come essere in guerra, loro combattono per salvare più vite possibile.

Coronavirus testimonianza infermiera Bari

A seguire la testimonianza di un’infermiera del Policlinico di Bari:

C’è una figura professionale che trascorre gran parte delle sue ore lavorative strettamente a contatto con i pazienti contagiati da covid-19, che si ritrovano improvvisamente nelle figure di mogli, mariti, figli, persone care mentre loro sono soli in quel letto che combattono per un ‘respiro’ in più.

Noi infermieri, siamo le braccia di medici e specialisti costantemente esposti, la nostra professione è da sempre stata in prima linea con la sofferenza, ma in questa situazione emergenziale, il nostro sistema sanitario non è stato in grado di adattarsi agevolmente. Doppi turni, carenza di personale, carichi di lavoro sostenuti, senso di incertezza, tensione, tutti fattori che in qualche modo vanno ad ostacolare in modo importante un’efficace assistenza.

C’è tanta preoccupazione, ansia, paura.

In una situazione di questo tipo, noi soldati in trincea, siamo spaventati ma soprattutto sentiamo di essere impotenti, senza armi sufficienti, con il vapore delle mascherine che appanna gli occhiali e impregna il volto. Siamo stati mandati al fronte senza armi e munizioni. Siamo infermieri, e vedere pazienti che stanno male, ti chiedono aiuto con un filo di voce e non poterli aiutare come vorresti, fa male, tanto male. Molto spesso siamo soli a dover combattere per il paziente, ma soprattutto per noi stessi, dopo l’ansia e l’adrenalina che ci aiutano a combattere arriva l’angoscia, è proprio lì, quell’immane sensazione di essere inerme per poter cambiare le cose, quel peso sul petto che quasi ti toglie il respiro.

Tu infermiere, sai già chi ce la farà e chi no, ma nonostante ciò continui a ripetere all’unisono davanti a quegli occhi terrorizzati che andrà tutto bene, e ogni volta è un pugno allo stomaco. Tu infermiere, sai già che il tuo aiuto non sarà abbastanza, ma sei lì che gli tieni la mano.

Cosa accade: il senso di impotenza produce stress prolungato

In questo scenario d’allarme descritto da chi è davvero impegnato “sul fronte” la regolazione fisiologica produce adrenalina e cortisolo, ormoni che arrivano come preziosi alleati per rendere il personale sanitario efficiente e responsivo, ma quando si vive una condizione prolungata di stress, come in questa situazione, la produzione massiccia di questi ormoni diventa nociva, intossica il corpo e abbassa la risposta del sistema immunitario, causa stanchezza e mancanza di energie. I guerrieri sono costretti a contenere la propria paura e il proprio terrore per poter sorridere e infondere sicurezza ai malati, sono obbligati a guardare ogni giorno la morte in faccia come se non facesse nessun effetto, a convivere con la sofferenza umana, fisica ed emotiva, consapevoli che può capitare a loro stessi così come ai loro cari.

Dove va a finire tutto questo sovraccarico emotivo?

Quando possono fermarsi, riposarsi, rilassarsi in queste condizioni, tra doppi turni ed emergenze, tra serrate procedure igieniche e scomodi dispositivi di protezione?

A chi possono confidare le loro paure e la loro disperazione? Magari tornano a casa e sono soli, oppure non ne parlano con i loro cari per proteggerli, perché infondo sono abituati, è il loro lavoro, lo hanno scelto!

Per tutti questi motivi nel medio-lungo periodo il personale medico e infermieristico rischia di incorrere nella cosiddetta sindrome del Burnout, ovvero un logorio fisico ed emotivo, una condizione di esaurimento psicofisico in cui ci si sente senza energie. Il corpo chiede tregua, è saturo, da tempo ormai si è superato il limite.

Cosa può fare un professionista psicoterapeuta?

Come psicoterapeuta posso offrire ascolto. Uno spazio in cui poter manifestare le proprie emozioni senza preoccuparsi degli effetti. Un tempo sospeso in cui fermarsi e cercare soluzioni creative ai bisogni repressi. Una mano tesa disponibile a fare un pezzo di strada insieme per sentirsi meno soli. Un contenitore per l’angoscia di morte, per il dolore e per l’impotenza, affinché quel peso sul petto che toglie il respiro, condividendolo, sia più leggero e sostenibile. Uno sguardo amorevole che tenga viva l’attenzione anche su quella bellezza che continua ad esistere. Affinché i guerrieri, dopo aver tolto e posato la pesante armatura, possano indossarla nuovamente e possano tornare a combattere per salvare vite.

Stefania Curci

[ph. archivio]

Ne abbiamo anche parlato durante lo speciale dedicato (qui sotto)

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