Psicofarmaci, in Italia negli ultimi anni cresciuto il consumo dell’8%. Prima la Toscana, ultime Puglia e Basilicata

Le statistiche restituiscono uno scenario preoccupante. Negli ultimi 3 anni in particolare, il consumo di ansiolitici, ipnotici e sedativi è cresciuto esponenzialmente

Italia aumento esponenziale psicofarmaci. Il rapporto Censis: l 69% dei cittadini italiani prova incertezza per il futuro, mentre nel 2019 cresce la spesa per gli psicofarmaci: + 2% rispetto all’anno precedente.

Italia aumento esponenziale psicofarmaci

Negli ultimi mesi alcune testate giornalistiche, tra cui La Repubblica, La Stampa e Il Sole 24 ore, solo per citarne alcune, hanno pubblicato delle interessanti ricerche riguardo il consumo di psicofarmaci nel nostro paese.

La maggior parte di questi articoli è concorde nell’affermare che, negli ultimi anni, tale consumo sia cresciuto esponenzialmente e che quindi gli italiani tendano a ricorrere maggiormente all’utilizzo di farmaci per affrontare qualsivoglia disturbo di natura psicologica/psichiatrica.

Analizziamo quindi insieme queste ricerche: i dati in esse contenuti sono così allarmanti?

Secondo uno studio condotto dall’Aifa, ovvero l’autorità nazionale competente per l’attività regolatoria dei farmaci in Italia e che opera sotto la giurisdizione del Ministero della Salute, nel triennio 2015-2017 emerge che il trend di impiego di psicofarmaci, in particolar modo antidepressivi, si attesti su una media di 40 dosi giornaliere ogni mille abitanti. Vuol dire che ogni giorno 1000 abitanti consumano in media 40 dosi di antidepressivi. Se si applica tale prevalenza d’uso al totale della popolazione italiana è possibile stimare che 3,6milioni di Italiani hanno ricevuto almeno una prescrizione di antidepressivi nel 2017.

Si registra inoltre un aumento nei consumi di benzodiazepine, intesi come ansiolitici, ipnotici e sedativi: nel 2017, infatti, si osserva un consumo di circa 50 DDD/1000 abitanti ogni giorno, con un incremento di circa l’8% rispetto all’anno precedente.

Secondo un’ulteriore ricerca condotta sul territorio italiano dall’Iqvia, uno dei più grandi provider internazionale di informazioni e di ricerca in campo medico, nel 2019 la spesa per gli psicofarmaci è cresciuta del 2% rispetto all’anno precedente.

Italia aumento esponenziale psicofarmaci. Il mercato italiano di antidepressivi e stabilizzatori

Il mercato italiano degli antidepressivi e degli stabilizzatori dell’umore ha registrato, secondo Iqvia, vendite per 281milioni di euro nel periodo preso in esame, segnando un aumento del 3% rispetto allo stesso periodo precedente. Il totale delle unità dispensate è stato di 1.022milioni. Se volessimo utilizzare il mercato degli psicofarmaci come una bussola, avremmo una speciale classifica delle regioni italiane: la Toscana è prima con 28,13 unità somministrate pro-capite all’anno, seguita da Liguria (25,63) e Umbria (22,79), tutti ben al di sopra della media nazionale (16,90 unità). Le Regioni in cui vengono somministrati meno antidepressivi sono la Campania (12,44), la Puglia (12,59) e la Basilicata (12,88).

Un ulteriore studio è stato condotto dall’Istituto di Fisiologia Clinica del Cnr nel 2017, stimando che siano quasi 7milioni le persone tra i 15 e i 74 anni, corrispondenti al 15,1% della popolazione di pari età residente in Italia, che hanno assunto psicofarmaci almeno una volta nel corso dell’anno.

Il dato più grave, secondo questa ricerca, è che il 6% della popolazione tra i 15 e i 74 anni ha utilizzato psicofarmaci non prescritti dal medico, recuperandoli attraverso conoscenti e parenti, online e anche rivolgendosi in farmacia. La percentuale più consistente di consumo di psicofarmaci si riscontra tra le persone che non hanno un lavoro (ben il 63,9%).

In Italia il 34% degli italiani che usa antidepressivi è depresso

Secondo il Dass21, uno strumento di indagine utilizzato all’interno della ricerca e che misura tre stati emozionali negativi (depressione, ansia e stress), tra coloro che usano psicofarmaci, circa il 34% risulta depresso, ossia affetto da una depressione moderata o maggiore, contro il 16% circa che non ricorre a psicofarmaci. Secondo la ricerca il 18,3% della popolazione (15-74 anni) residente in Italia risulta con un grado moderato o severo di depressione, l’11,3% di ansia e il 9,6% di stress.

Secondo Sabrina Mulinaro, curatrice del rapporto Ipsad (Italian Population Survey on Alcohol and other Drugs):

“il 20 per cento degli italiani fa uso di psicofarmaci, spesso per mancanza di speranza fiducia e prospettive”.

Una riflessione che va in accordo con i dati raccolti dal 53° Rapporto del Censis, uno dei più grandi istituti di ricerca italiani, che ha condotto un’indagine sulla popolazione italiana riguardo le aspettative per il futuro: pensando al domani, il 69% dei cittadini dichiara di provare incertezza, il 17,2% pessimismo e solo il 13,8% ottimismo.

Italia aumento esponenziale psicofarmaci. Il 74% degli italiani si dichiara stressato

Il 74,2% degli italiani dichiara di essersi sentito nel corso dell’anno molto stressato per la famiglia, il lavoro, le relazioni o anche senza un motivo preciso. Per il 68,6% l’Italia è un Paese in ansia (il dato sale al 76,3% tra chi appartiene al ceto popolare); nel giro di tre anni (2015-2018) il consumo di ansiolitici e sedativi (misurato in dosi giornaliere per 1.000 abitanti) è aumentato del 23,1% e gli utilizzatori sono ormai 4,4 milioni (800.000 in più dal 2015).

Dopo aver analizzato queste ricerche, la domanda sorge spontanea: come mai in Italia (e oggettivamente anche nel resto del mondo) si registrano tali numeri?

Ben 14 anni fa, l’Organizzazione Mondiale della Sanità avvertiva che entro il 2020 i disturbi depressivi sarebbero diventati la seconda causa di disabilità lavorativa dopo le malattie cardiovascolari.

Una previsione che purtroppo si sta tramutando giorno dopo giorno in realtà.

Il problema alla base è legato al concetto di prevenzione, informazione e sensibilizzazione del cittadino.

Senza ricorrere a banali generalizzazioni, in quanto sicuramente in Italia esistono poli eccellenti nei quali i professionisti operano soprattutto nel campo della prevenzione, è quanto mai necessario sottolineare come, purtroppo, questa sana abitudine non sia una regola ma, al contrario, piuttosto una sporadica eccezione.

Ricorrere a farmaci e non allo ‘strizzacervelli’

Il comune cittadino, molto spesso, è convinto che lo psicofarmaco sia una cura miracolosa, una forma di guarigione simile all’antibiotico o all’antiinfiammatorio: in realtà agiscono esclusivamente sul sintomo, non sulla paura o su altre componenti emotive legate a un disagio psicologico. Nel caso di un disturbo da attacchi di panico, ad esempio, gli ansiolitici possono tamponare momentaneamente i sintomi della psicopatologia, ma non agiscono alla radice del problema.

Per la psichiatra Liliana Gandolfo gli psicofarmaci vanno sempre integrati a “una psicoterapia mirata in relazione alla patologia, impostando un piano terapeutico dove è utile anche il confronto tra diversi operatori. Il farmaco può essere una stampella, è utile nel momento critico per non far cadere il soggetto, ma poi è necessario un tipo diverso di lavoro, per muovere gli arti e camminare con le proprie gambe”.

Una ulteriore conferma giunge dal prof. Giorgio Racagni, direttore del Dipartimento di Scienze farmacologiche dell’Università di Milano, il quale ha spiegato che: “per la depressione gli antidepressivi dimostrano un’efficacia del 70-80%, specie se integrati con la psicoterapia. A parte gli antibiotici, che raggiungono praticamente il 100% quando si assume quello giusto, le altre tipologie di farmaci hanno sempre un 20-30% di malati che non rispondono”.

Secondo il prof. Paolo Girardi, docente di Psichiatria all’Università La Sapienza di Roma:

“la priorità è intervenire sulla cultura che accompagna l’utilizzo degli psicofarmaci, rendendo le persone consapevoli che non si tratta di pillole miracolose, ma di una parte fondamentale di terapie da portare avanti consultando degli specialisti”.

Necessaria la collaborazione tra specialisti

In campo medico, psichiatrico e psicologico si è quindi finalmente concordi nell’affermare che solo tramite trattamenti integrati è possibile ottenere ottimi risultati.

Il professionista, a partire dal medico curante passando per tutti coloro che operano all’interno dei centri ospedalieri sino ai liberi professionisti, ha il dovere di informare e sensibilizzare il cittadino che soffre di un qualsivoglia disturbo psicologico.

In Italia, purtroppo, si ha ancora troppa paura della psicoterapia, da generazioni afflitta dal pregiudizio che tutt’oggi la collega esclusivamente alla “malattia mentale” o alla “pazzia”. Gli italiani preferiscono generalmente ricorrere al farmaco, associando la cura “organica” a qualcosa di più accettato, di più veloce e pratico rispetto all’aprirsi con uno psicologo, uno “strizzacervelli” come spesso viene ignorantemente denominato.

Un paradosso difficile da spiegare, che vede l’uso dello psicofarmaco come normale mentre il colloquio con un professionista come uno stigma.

Riferendomi alla mia esperienza personale, devo sottolineare con piacere come molti medici con i quali collaboro, soprattutto i più giovani, consiglino ai propri pazienti di consultarsi con uno psicologo, consapevoli che spesso, molte sintomatologie, possano avere una causa prettamente di natura stressogena, ansiogena o emotiva.

Italia aumento esponenziale psicofarmaci. Medici e pregiudizi

Chiaro segnale di una mentalità aperta e collaborativa, che accoglie l’importanza delle variabili psicologiche che agiscono all’interno di qualsiasi disturbo.

Al contrario, molte volte mi è capitato che i miei pazienti mi abbiano riferito come il loro medico curante o lo psichiatra che li seguiva precedentemente, avesse fortemente sconsigliato loro un percorso psicoterapeutico.

Lo stigma, il pregiudizio, è altresì presente anche tra molti miei colleghi psicologi, che aborrono il pensiero di una collaborazione con uno psichiatra, percependo l’utilizzo dello psicofarmaco come una sconfitta e una svalutazione del loro lavoro.

L’utilizzo del farmaco, infatti, non è di per sé sbagliato, anzi. Molto spesso alcune espressioni sintomatiche di una patologia rendono la vita di un individuo ingestibile e/o debilitante, tanto da necessitare assolutamente un intervento medico.

L’estremismo e l’assolutismo, al giorno d’oggi, non sono mai funzionali.

Solo un lavoro congiunto, integrato, olistico, può essere efficace.

Il mio augurio è quindi duplice: in primis spero che si faccia sempre più un lavoro di prevenzione e di sensibilizzazione, cercando di ridurre fino ad eliminare il tabù che aleggia attorno alla psicoterapia; in secondo luogo è quanto mai necessario migliorare la fase di diagnosi di un disturbo psicologico: molto spesso le diagnosi sono errate, condannando persone a lunghissimi periodi di assunzione di farmaci che sfociano nella dipendenza, o, al contrario, le valutazioni sono completamenti assenti, assistendo dunque ad auto-diagnosi che conducono all’assunzione di farmaci senza alcuna prescrizione e conseguente supporto medico.

Marco Magliozzi

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