Violentometro e femminicidio. La donna, da dea madre a vittima sacrificale

Il femminicidio rappresenta qualsiasi forma di violenza esercitata sulle donne (spesso in nome di una sovrastruttura ideologica di matrice patriarcale) allo scopo di perpetuarne la subordinazione e di annientarne la soggettività sul piano psicologico, simbolico, economico e sociale, fino alla schiavitù o alla morte

E proprio lì, dove una relazione malsana impedisce di vedere la realtà delle cose, si inserisce il ruolo sociale del violentometro, che funziona proprio come un semaforo: se ai comportamenti sospetti di cui chiedi spiegazioni corrisponde il colore verde, il violentometro ti sta dicendo di stare tranquilla. Ma se il colore di riferimento è il rosso, le voci corrispondenti non saranno clementi: “Proteggiti”, “Chiedi aiuto”.

Si tratta di uno strumento importante che porta alla comprensione e all’autoconsapevolezza per tutte le donne giovani e adulte. La lettura stimola la sensibilità anche di chi è vicino a persone che possono trovarsi in condizioni di pericolo.

Non è certo rincuorante avere a disposizione il violento metro!

Ma lo è invece l’idea che la violenza sulle donne possa essere contrastata a partire da una maggiore consapevolezza femminile. Il femminicidio, d’altronde, è anche la conseguenza di una violenza silente e insospettabile, talvolta irriconoscibile perché vincolata dall’amore dal legame di parentela.

Non è un caso che il Violentometro consigli di interrompere la relazione al primo esempio di violenza, quando è più facile rinunciare all’altro!

Le forme di violenza di genere più evidenti sono quelle fisiche, mentre sono più “sottili” quelle che colpiscono la psiche. Penso ad esempio, alla manipolazione mentale, conosciuta anche grazie al film Angoscia, e da qui chiamata “gaslighthing”, termine inglese, difficile da pronunciare. E’ quella forma di pressione psicologica con la quale false informazioni sono presentate alla vittima, con l’intento di farla dubitare della sua stessa memoria e percezione.

La versione più recente di violentometro arriva dalla Francia, e la ha annunciata Madame Le Figaro: introdotto inizialmente nel 2018 da Hélène Bidard, assistente del sindaco di Parigi e attivista nel campo dei diritti umani delle donne, il violentometro è stato rinnovato quest’anno in collaborazione con il centro Hubertine Auclert, responsabile delle pari opportunità. Anche l’Italia, già nel 2018, aveva adottato il violentometro proposto dall’Instituto Politecnico Nacional del Messico. Nota positiva è che sul violentometro è stato inserito anche il numero nazionale anti-violenza 1522.

Raggiungere la consapevolezza femminile della violenza subita si scontra ancora oggi con un uso distorto dei termini stereotipati che caratterizzano la violenza di genere. “E’ stato colto da raptus”, “Si è trattato di omicidio passionale”, “L’ha uccisa perché l’amava troppo”, “Ha perso la testa perché non sopportava di perderla”. Queste sono solo alcune delle parole sbagliate per descrivere un episodio di violenza sulle donne. Parole che sminuiscono, giustificano, etichettano come “Amore” quelli che invece sono solo atti violenti e spesso mortali, che con i sentimenti non hanno nulla a che fare!

Gli stereotipi sbagliati

Ecco spiegati alcuni stereotipi sbagliati quando si parla di violenza sulle donne:

  • RAPTUS: nessun femminicidio avviene mai all’improvviso, è sempre l’esito di un’escalation di violenza che non è stata intercettata o fermata in tempo.
  • AMORICIDIO: sostituzione di un sentimento a un corpo. uccisione di un amore. Quale amore?
  • FOLLIA: usare questa parola è un modo per regalare un alibi emotivo al carnefice e fa pensare che chi compie questi delitti sia una persona con disturbi psichici.
  • TEMPESTA EMOTIVA: delitto passionale.
  • AMORE MALATO: questa espressione è un ossimoro, l’amore è il contrario della violenza, che non può mai essere descritta come l’esito di una passione amorosa.

Questa terminologia nasce da una mentalità che spesso nasconde una latente colpevolizzazione della vittima, che in qualche modo viene considerata corresponsabile di ciò che le è stato inflitto, oppure contribuiscono a trovare un movente per il colpevole, che subito diventa giustificazione. Parole che portano a sezionare la vita delle persone in maniera fin troppo dettagliata, con la finalità di scovare aspetti morbosi e sensazionalistici.

“Non c’è nessun rispetto delle vittime, che vengono denudate e stuprate una seconda volta, pensiamo a come un assassino, in recenti casi di cronaca, venisse chiamato “fidanzatino” su tutti i giornali:

Noemi Durini ,16 anni è scomparsa da Specchia, in provincia di Lecce, dopo essere uscita di casa alle prime ore del mattino. L’ultima persona ad averla vista è un diciassettenne con cui l’adolescente aveva una relazione da un anno. Episodio molto cruento, per raccontare l’intera vicenda sui media sono stati usati per lo più termini e parole riconducibili alla sfera amorosa.
Il killer, ad esempio, è stato indicato frequentemente con l’appellativo di “fidanzatino”

«Non è amore se ti fa male. Non è amore se ti controlla. Non è amore se ti fa paura di essere ciò che sei. Non è amore se ti picchia. Non è amore se ti umilia…».

Non lo era, no! Noemi aveva il bisogno di dirselo. A se stessa ancora prima che agli altri perché per denunciare devi avere prima la forza e facile non è. In fondo hai solo sedici anni ed è tutto comunque enorme.

Era il 23 agosto quando ha ricopiato questa poesia contro la violenza sulle donne dalla pagina «Amor del Pendejos»

Hanno trovato spazio dichiarazione del diciassettenne : l’amavo moltissimo, ma l’ho ammazzata”.

– Sara Di Pietrangelo, ragazza di 22 anni bruciata viva dall’ex fidanzato a Roma nel 2016, sono state spesso riportate le affermazioni del killer Vincenzo Paduano, che: “non sopportava che fosse finita”. Così ad esempio si scriveva: “La loro storia era cominciata due anni fa ed era stata segnata da rotture e riprese. Da qualche settimana, però… Sara aveva un’altra relazione e questo ha fatto perdere la testa a Paduano”

– Carolina Picchio. Studentessa quindicenne vittima di Cyber bullismo che si è tolta la vita lanciandosi dalla finestra di casa la notte del 5 gennaio 2013. Bobbio, che con Carolina aveva avuto una relazione terminata nell’ottobre 2012, era accusato accusato di aver messo in atto una sorta di alleanza, con l’altro ex fidanzato minorenne della vittima e di aver fatto di tutto per allontanare la studentessa dal giro di amici, in modo che nessuno la vedesse o uscisse con lei. «Le parole fanno male più delle botte», si leggerà nelle scritti lasciati da «Caro».

Prevenzione ed educazione

La Convenzione di Istanbul, insiste sulla prevenzione e sull’educazione. Chiarisce quanto l’elemento culturale sia fondamentale e assegna all’informazione un ruolo specifico richiamandola alle proprie responsabilità (art.17). Nel Novembre 2017 è stato altresì varato il Manifesto di Venezia, per una corretta informazione contro la violenza sulle donne, ma ad oggi vi è una mancata applicazione. L’elenco delle parole sbagliate per raccontare la violenza sulle donne si arricchisce, a ogni femminicidio, di nuove giustificazioni per il colpevole e di nuove coltellate alla vittima. Che scompare, non solo fisicamente: è una figura marginale nella ricostruzione, verso di lei non c’è rispetto, al massimo attenzione morbosa.

Come cambiare il linguaggio affinchè la violenza di genere sia percepita e riconosciuta e l’aspetto mediatico e di spettacolarizzazione lesiva del dolore non sortisca come effetto contrario una vera e propria “Violenza muta”? Lesiva come il silenzio che si potrebbe creare attorno al fenomeno della violenza. Un silenzio inquietante. Il silenzio normalmente non fa scandalo ma a volte uccide qualcuna di noi, che per paura di compromettere una storia d’amore, una carriera, un’amicizia, la famiglia e i figli, decide – perché crede di non avere altra scelta – di rinunciare a se stessa in nome di un falso quieto vivere, perché in nome di una morale inventata le è stato insegnato che i “panni sporchi si lavano in famiglia” soprattutto quelli macchiati di sangue.

Questo accade perché il senso comune, ma è causa anche il linguaggio che si usa per parlarne, riesce a relegare la violenza a una dimensione indebita e colpevole, marginale, quindi trascurabile, negando ad essa la sua dimensione effettiva e il suo peso reale, all’interno di una relazione e nella società. E’ incredibile constatare come la donna, da simbolo della divinità, della fertilità e della vita sia diventata un oggetto da distruggere: da dea madre a vittima sacrificale.

La donna riceve violenza per il solo fatto di essere donna. E’ persino riconosciuto dai giudici chiamati ad occuparsene.

Da uno stralcio del verbale dell’interrogatorio sullo stupro di Firenze delle due studentesse Usa pubblicato anche dal TgCom, ritroviamo quanto segue:

le domande choc in aula alle due ragazze: «Trovate sexy le divise?»
Avvocato: «Lei trova affascinanti, sexy gli uomini che indossano una divisa?».

Giudice: «Inammissibile, le abitudini personali, gli orientamenti sessuali non possono essere oggetto di deposizione».
Avvocato: «Lei indossava solo i pantaloni quella sera? Aveva la biancheria intima?». Domanda non ammessa.
Avvocato Giorgio Carta (difensore del carabiniere Pietro Costa): «In casa avevate bevande alcoliche? Lei ha bevuto dopo che i carabinieri sono andati via?». (L’avvocato cita nuovamente in modo esplicito la presunta violenza sessuale, ndr).
Giudice: «Non l’ammetto, non torno indietro di 50 anni».
Avvocato: «Alla sua amica hanno sequestrato tutti i vestiti compresi slip e salvaslip, voglio capire se lei ha nascosto qualche indumento alla polizia». Domanda non ammessa.
Giudice: «Si fanno insinuazioni antipatiche, perché si dovrebbe nascondere alla polizia degli indumenti?».
Avvocato: «Penso che qualcuno abbia finto un reato, io non voglio sapere come lei circola, con o meno gli indumenti, voglio sapere se ha dato tutto alla polizia».
Giudice: «Ricorda il momento in cui le hanno sequestrato gli indumenti?».
Ragazza: «No».
Avvocato: «Io non ci credo che non lo ricorda».
Giudice: «Non possiamo fare la macchina della verità».
Avvocato della ragazza: «Giudice, vorrei sapere a che punto siamo delle 250 domande annunciate dall’avvocato».
Giudice: «Se sono come le ultime sono irrilevanti, andiamo avanti. Se stiamo cercando la spettacolarizzazione avete sbagliato canale».
Avvocato: «La ragazza si è sottoposta a una visita ginecologica sulle malattie virali. Possiamo sapere l’esito di questa visita?».
Giudice: «Sta scherzando avvocato? Questo attiene alla sfera intima non è ammesso questo genere di domande. Ripeto: non torno indietro di 50 anni, non lo consento a nessuno».
Avvocato: «Si può sapere se ha una cura in corso?».
Giudice:«No».
Avvocato: «È la prima volta che è stata violentata in vita sua»

Ragazza: «Dopo che lui ha tirato giù il top volevo che smettesse».

Avvocato: «Il carabiniere ha insistito per avere contatti con lei? Ha insistito silenziosamente, con gesti e parole, perché uno insiste a un no…»
Giudice: «Ha manifestato questo non gradimento con comportamenti espliciti?».
Ragazza: «No, non avevo forza nel mio corpo».
Giudice: «E con questa risposta non accetto più domande così invadenti».
Avvocato: «Perché dobbiamo privarci di scoprire la verità, la ragazza muore dalla voglia di dire la verità, sentiamola se è salita a piedi…».
Giudice: «Che ironia fuori luogo, ora sta andando oltre il consentito. C’è una persona che secondo l’accusa ha subito una violazione così sgradevole e lei fa dell’ironia? Io credo che non sia la sede».

Avvocato: «Cosa diceva esattamente la sua amica quando urlava? Erano urla di parole o semplicemente urla di dolore?».
Giudice: «No, fermiamoci qui, il sadismo non è consentito».

Le forme della violenza di genere sono infinite: alcuni aspetti abbiamo imparato a riconoscerli, mentre altre modalità sono più nascoste e rimangono celate dietro il velo di usi e costumi culturali. Alcune strutture le abbiamo nominate e catalogate, mentre altre forme sono ancora difficili da cogliere, come ad esempio, prime fra tutte quelle insite nel linguaggio e attuate attraverso vari modi di manipolazione.

È solo considerando i pregiudizi, i modelli sociali e le leggi anacronistiche che per secoli hanno tollerato la violenza, l’hanno normalizzata, inserita a pieno titolo in qualsiasi “bilancio di famiglia”, rendendola ancor più insidiosa perché strisciante e sommersa, che si può comprendere come abbia potuto radicarsi uno dei fenomeni sociali più diffusi e trasversali di ogni epoca. Non considero la necessità di intervento nello spazio della violenza di genere come una “battaglia” (termine che di per sé evoca impetuosità) per tendere a un vittoria, ma un accordo e un impegno collettivo per modificare l’attuale espressione di una cultura che disconosce il diritto della donna alla autonomia, indipendenza, affermazione e persino alla sua stessa esistenza. In questo momento è in discussione il diritto alla vita della donna.

E come si può rispondere?

La società deve svolgere un ruolo fondamentale Noi tutti siamo parte del puzzle della società civile e con ogni nostro gesto possiamo contribuire a creare quelle “misure necessarie per promuovere i cambiamenti nei comportamenti socio culturali” e vigilare affinché cultura, usi, costumi, religione, tradizione e cosiddetto “onore,” non possano essere utilizzati per giustificare la violenza.

In questi anni è cambiata soprattutto la sensibilità. Di certo, si è sviluppata una maggiore attenzione di tutti verso il fenomeno della violenza, insieme ad una nuova consapevolezza.

Assistiamo a un cambiamento culturale che avviene in modo naturale. Probabilmente è necessario indirizzarlo, anche con il supporto normativo, verso una evoluzione impedendone, invece, una involuzione. Le leggi, però, non bastano perché non tutti i risultati possono essere ottenuti con misure legislative; il rispetto e la civiltà non possono essere imposti con una norma coercitiva della serie “art. 1 chiunque deve essere civile”.

Serve un controllo sociale e questo non può essere imposto ex lege.

Viviamo in una società dove “portare rispetto” verso l’altro è ormai un atteggiamento raro. Il rispetto non sta scritto nelle leggi, ma di certo nei cromosomi del nostro dna. Il rispetto è quell’atteggiamento che nasce dalla consapevolezza del valore di qualcosa o di qualcuno, cioè del valore dell’essere umano. Il rispetto è quella volontà di fermarsi davanti alla sacralità dell’essere umano.

Il punto è la strategia di prevenzione e il contrasto delle narrazioni tossiche, affinchè non alimentino “La Violenza muta” che sarebbe una vergogna per chi la compie e per chi fa finta di non vederla, non per chi la subisce e per chi la alimenta con falsi stereotipi e senza chiamarla davvero per nome!

Per sconfiggerla bisogna sconfiggere la violenza di quel silenzio-complice che la perpetua, un compito non delegabile e che ciascuno di noi, può, deve assumersi come impegno. E’ l’informazione al centro della rivoluzione culturale che può contrastare la violenza sulle donne.

Quindi Signori: “In piedi davanti ad una donna”.

Tamara De Luca

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