fine anno da sovversivi

Fine anno da sovversivi. Viviamo un tempo in cui siamo il nostro peggior carceriere

Bilancio di fine anno per chi fa impresa: lascia o raddoppia? L’intervista a Fabrizio Cotza, fondatore dell’Accademia sovversiva

di Marilena Rodi

Fine 2019, tempo di bilanci e tempo di riflessioni. Cosa teniamo e cosa invece, buttiamo via? Fintanto che abbiamo anche il tempo di fare questo tipo di riflessioni siamo forse fortunati. Il nuovo sfigato del millennio, direbbe qualcuno, è quello che non ha mai tempo per se stesso, perché troppo preso da un lavoro che probabilmente gli produce poco o nulla. Dunque gli imprenditori: loro sono – quasi – costretti a tracciare un bilancio di fine anno..

“Un imprenditore classico fa i conti di fine anno per verificare quello che ha ottenuto in più, magari in termini di fatturato o di utili. Il che va bene ed è sano”, spiega Fabrizio Cotza, imprenditore sovversivo e fondatore dell’Accademia sovversiva. “Quelli Sovversivi fanno un resoconto altrettanto importante: di quante energie in meno hanno dovuto spendere per ottenere quei risultati”.

Come vive questo periodo un imprenditore sovversivo?

Gli imprenditori sovversivi fanno un bilancio di quanto hanno migliorato l’efficienza e non solo l’efficacia del loro lavoro. Purtroppo viviamo in una cultura del lavoro che premia solo i numeri, ma in pochi premiano il come si è arrivati a quei numeri: sacrificando tutto il resto o migliorando la qualità della nostra vita?

Quest’anno, in particolare, la fine dell’anno sta coincidendo con la fine dell’attività di molte imprese italiane. Ma che sta accadendo al tessuto imprenditoriale?

Ci si sta solo rendendo conto che il vecchio modello imprenditoriale ormai non funziona più, ma a molti mancano le alternative. Sanno che è inutile aumentare le ore di lavoro e i sacrifici, ma sono privi di nuovi strumenti per far parte di quelle aziende che in questo periodo stanno crescendo, soprattutto in termini di utili. Perché nessuno spiega loro come pianificare a lungo termine, avere una strategia di marketing, o creare una proposta di valore unico. Tutti aspetti fondamentali ormai se si vuole fare impresa.

Essere un imprenditore sovversivo significa fare i conti con il successo o con la serenità?

Il successo è un ingrediente importante nella vita di tutti, ma non può essere l’unico. Così come lo zucchero da solo non basta per fare una buona torta. Purtroppo a qualcuno fa comodo banalizzare e dirti che la torta diventa più buona semplicemente aggiungendo più zucchero. E questo crea disastri sociali, culturali e anche economici. La vera realizzazione la si ottiene quando al successo (che è ciò che il mondo ti attribuisce dall’esterno) si sommano altri ingredienti, quali appunto la serenità, la consapevolezza, l’equilibrio emotivo e così via.

E questo mix diventa fondamentale anche per avere un’azienda solida e redditizia.

Cosa è cambiato nella tua vita professionale da quando sei un sovversivo?

Purtroppo nessuno mi ha “insegnato” a essere Sovversivo, perché questo approccio l’ho dovuto costruire da zero a fronte di tanti errori imprenditoriali fatti in passato. Io ero uno di quelli che lavorava sempre, spinto dalla passione ma anche dalla necessità di rimanere “sul pezzo” rispetto al mio mercato di riferimento. Poi dieci anni fa, per vari fattori, mi sono preso un lungo periodo di pausa. E ho capito che stavo buttando via la mia esistenza e che molti dei miei sforzi erano inutili. Perché lavoravo male. Ora mi concedo tutti gli anni 5 mesi di pausa creativa, perché le mie società sono autosufficienti e solide, quindi mi permettono di svolgere principalmente la parte che amo di più, ovvero quella creativa. Che è poi la funzione che un imprenditore non dovrebbe scordarsi mai di ricoprire. Senza l’innovazione, infatti, qualsiasi azienda dopo un po’ muore.

Come si fa a prendere la decisione di diventare sovversivi?

Innanzitutto non si diventa Sovversivi da un giorno all’altro. Non a caso la nostra Accademia sovversiva dura 5 mesi (e non qualche giorno come il 99% dei corsi di formazione imprenditoriale) e il nostro percorso è fatto di 7 passaggi ben distinti, che bisogna fare in base alla propria situazione di partenza. C’è chi deve aumentare il fatturato, chi organizzare meglio l’azienda, chi lavorare sull’innovazione, chi valorizzare i propri prodotti o servizi. Quindi a seconda dell’esigenza individuale cambia il percorso da fare.

La strada del successo professionale è un impegno costante. Meglio aggiungere tempo al lavoro o toglierlo? E perché?

Dipende dalla fase in cui ci si trova. Chi ha 25 anni e una startup è giusto che si impegni duramente e che faccia qualche sacrificio in più. Chi ha superato i 45 anni e un’azienda sana dovrebbe iniziare invece un processo di delega che lo porti a dedicarsi maggiormente a se stesso e agli aspetti importanti della vita. Non esistono formule uguali per tutti. Esiste la cosa giusta da fare a seconda del contesto in cui ci si trova.

Come si fa a scegliere i clienti in un momento in cui si ha necessità di lavorare?

I clienti puoi iniziare a sceglierli dopo che hai creato abbondanza (cioè più richieste di quelle che puoi soddisfare). Non a caso è il penultimo passo del nostro Circolo Virtuoso Sovversivo. Molti nell’abbondanza semplicemente lavorano di più o ingrandiscono l’azienda. Questo è un errore. Prima di ingrandirsi bisognerebbe fare un po’ di sana selezione, regalando ai concorrenti quei clienti che creano solo volumi ma anche tanti problemi, insoluti, disguidi e malumori. A volte rinunciando a una piccola fetta di fatturato si creano spazi e risorse per nuovi clienti migliori di quelli ai quali abbiamo detto di no. Certo, all’inizio serve un po’ di coraggio, ma una volta verificati i vantaggi di questa scelta, dopo non si torna più indietro e diventa normale fare un po’ di selezione ogni anno.

Il 2020 sia un anno.. ?

Di libertà vera, perché viviamo in un periodo storico in cui le persone diventano i peggiori carcerieri di se stessi. Ecco perché dobbiamo recuperare il nostro tempo personale e smetterla di imprigionarci nei nostri uffici. È necessario rendersi conto che le aziende non sono il fine ultimo dell’esistenza, bensì uno strumento per vivere al meglio le nostre esistenze. Se si perde di vista questo concetto fondamentale, inevitabilmente si finisce per trasformare l’azienda in un carcere, ovvero quella che nel mio ultimo libro ho definito “Aziendatraz”.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.