I violenti sono i cattivi. Ma lo sono sempre stati? Il caso Weinstein e la sindrome di ipersessualità

I violenti sono i cattivi. Ma lo sono sempre stati? Il caso Weinstein e la sindrome di ipersessualità

di Marco Magliozzi

Il 5 dicembre sono stato invitato a far parte del convegno Valutazioni socio-giuridiche della discriminazione di genere, tenutosi nella bellissima cittadina pugliese di Monopoli, rivestendo l’incarico di relatore.

Durante l’evento ho avuto modo di esporre la mia relazione, incentrata su quelli che vengono definiti in linea di massima i “cattivi”, i “mostri”: a mio avviso troppo poco si parla di quelle persone che compiono atti di violenza, fisica, psicologica o economica nei confronti di vittime vulnerabili, molto spesso donne.

Il mio intervento si è focalizzato proprio su questo aspetto:

cosa accade nella mente di un uomo che perpetra violenza nei confronti di una donna?

È semplicemente un mostro? O ci sono vissuti, traumi, violenze a sua volte subite, patologie non curate che potrebbero influenzare i suoi atteggiamenti, le sue azioni?

Questa disamina non intende assolutamente giustificare i colpevoli. La violenza, in ogni sua forma, va sempre condannata e, se necessario, punita.

La ricerca in psicologia e criminologia serve per attuare interventi di prevenzione e programmi di riabilitazione: comprendere cosa accade nella mente degli individui violenti è l’unico modo per ridurre il numero di vittime.

Un esempio pratico, forte e simbolico di questo ragionamento, può essere trovato all’interno della vicenda di Harvey Weinstein, famoso produttore cinematografico statunitense, reso ancora più popolare per essere stato accusato da ben 93 donne di molestie, violenze sessuali, ricatti morali ed economici.

Nell’ottobre del 2017 scoppia infatti questa enorme bomba mediatica: alcune attrici, anche molto famose, tra cui la nostra connazionale Asia Argento, denunciano pubblicamente il produttore rivolgendosi al New York Times.

Dopo aver condotto le relative indagini, la Polizia di New York arresta Weinstein e inizia il lunghissimo processo, ancora in corso, che lo vede presunto colpevole.

La maggior parte di noi è portata, naturalmente, a definire individui del genere “mostri”. Probabilmente è così. Ma ciò comunque non ci aiuta, non è utile quando parliamo di prevenzione e interventi mirati per salvaguardare le donne o qualsiasi vittima di violenza.

Il giudizio, soprattutto se affrettato, chiude ogni strada percorribile, e gli esperti questo lo sanno bene.

I professionisti della salute e sociali, quindi medici, psicologi, psichiatri, psicoterapeuti, criminologi, assistenti sociali, pedagogisti ed insegnanti, sono consapevoli che, se si desiderano attuare programmi di prevenzione, è necessario uscire dal giudizio.

La ricerca scientifica è per sua natura obiettiva, oggettiva, priva di preconcetti.

La sindrome di ipersessualità

Nel 2018 è stata infatti diagnosticata a Harvey Weinstein la sindrome da ipersessualità, detta anche disturbo da comportamento sessuale compulsivo, che per definizione si traduce in un “persistente fallimento di controllare i propri intensi, ripetitivi impulsi sessuali o le compulsioni ad attuare comportamenti sessuali ripetitivi. I sintomi possono manifestarsi in comportamenti ripetitivi che diventano il fulcro dell’attenzione nella vita dell’individuo al punto da indurlo a trascurare la propria salute, la cura della persona o altri interessi, attività e responsabilità”.

I principali sintomi si possono così sintetizzare:

  • Discontrollo degli impulsi sessuali;
  • Perdita del concetto di piacere, sostituito dal concetto di bisogno;
  • Promiscuità sessuale;
  • Auto-erotismo compulsivo;
  • Sesso con prostitute;
  • Esibizionismo, voyeurismo, frotteurismo;
  • Compromissione della propria vita privata, familiare, lavorativa;
  • Mancanza del soddisfacimento sessuale provoca nel soggetto sofferenza fisica ed emotiva.

Tra le cause si annoverano quelle di natura biologica:

  • Compromissione del sistema dopaminergico;
  • Compromissione del sistema serotoninergico.

Cause di natura psicologica:

  • Traumi o comunque esperienze altamente negative vissute durante l’infanzia;
  • Grave difficoltà nel riconoscere le proprie emozioni;
  • Stile genitoriale disorganizzato che ha portato il soggetto ad avere una visione distorta degli altri;
  • Stile di corteggiamento e accoppiamento di natura predatoriale, quindi ancora involuto ad una fase adolescenziale e quindi non adulta;
  • Disorganizzazione degli stili motivazionali, ovvero utilizzare il sesso come spinta motivazionale e per ottenere risultati.

Cause di natura sociologica:

  • Depersonalizzazione del sesso, inteso come attività ludica;
  • Donne come oggetto di piacere;
  • Ipersessualizzazione della società;
  • Inibizione del comportamento sessuale;
  • Facilità di reperimento di materiale pornografico.

La società attuale, vittima anch’essa sotto vari punti di vista di una irrefrenabile evoluzione tecnologica, permette di fruire 24 ore su 24 di materiale pornografico e di contattare tramite una semplice telefonata, o addirittura tramite chat, prostitute. Non solo: la figura della donna è quanto mai mercificata, ogni occasione è buona per vendere utilizzando il corpo femminile, a partire dalle pubblicità televisive ai cartelloni stradali.

Ogni cosa, ogni riferimento, conduce al sesso.

Questa decadenza ha portato inesorabilmente a destrutturare i principi morali ed etici, indebolendo quello che Freud chiamava il “Super-Io”, ovvero quella parte della psiche necessaria per gestire e controllare gli impulsi primari e primitivi, propri di ogni essere umano.

Ritengo importante sottolineare nuovamente che questa analisi non vuole in alcun modo giustificare l’operato di Weinstein. Veloce e rischioso è il commento: “allora chiunque potrebbe commettere un crimine e verrebbe giustificato con la diagnosi di una psicopatologia”.

Non è proprio così: bisogna comprendere che, nel 100% dei casi, dietro ogni atto di violenza perpetrato nei confronti di una donna o di una qualsiasi vittima, c’è sempre un essere umano che a sua volta sta soffrendo o è malato, un soggetto che con il tempo ha trasformato, patologicamente, la propria sofferenza in manifestazioni di forza bruta e sadiche forme di potere.

La vittima comincia nell’infanzia

Quanti bambini, fin dall’infanzia, sono “vittime” di sistemi educativi disorganizzati, causati molto spesso da genitori assenti, emotivamente aridi, o che attuano violenza (soprattutto fisica) come forma di insegnamento?

Se a questo background aggiungiamo traumi subiti e un’adolescenza magari costellata da una continua forma di sopravvivenza fatta di soprusi e sfottò, dove vige la legge del più forte, comprendiamo bene come il futuro adulto rischierà di strutturare una forma mentale basata sul concetto di violenza.

E questo è solo uno dei tantissimi esempi da poter annoverare.

Comprendere cosa accade e cosa è accaduto nella mente del “mostro” serve per prevenire. L’esperto, avendo contezza di tutto ciò, può attuare programmi di psicoterapia e riabilitazione.

La prevenzione

L’obiettivo primario delle categorie sanitarie e sociali è quello di ridurre il numero di vittime, non di intervenire a crimine già avvenuto.

Al termine del convegno prima citato, nello spazio finale dedicato alle domande/riflessioni, interviene dalla platea una signora, che poi scopro essere responsabile di un centro anti-violenza sul territorio, la quale afferma con decisione: “meravigliose queste iniziative, è fondamentale sensibilizzare ed informare i cittadini su tutte queste tematiche. Ma sapete qual è il rischio? Che da domani, sino a novembre prossimo, tutti si dimenticheranno, a dicembre mangeremo il panettone, illusi che il Natale elimini ogni male dal mondo, e a noi (centri anti-violenza) toccherà il difficile compito di accogliere vittime, denunce, fare il lavoro sporco”.

Una riflessione quanto mai veritiera, che mi ha lasciato colpito. Una triste riflessione che lascia l’amaro in bocca.

Ogni giorno, ogni mese, ogni anno, bisogna intervenire: nelle scuole, nelle famiglie, nei centri sportivi tra i ragazzi, giovani e futuri adulti.

Non solo gli esperti, ma anche i cittadini sensibilizzati alla non violenza, semplicemente parlandone a casa, con i propri familiari, parenti e amici tutti.

Il passaparola è un mezzo potentissimo, utile per diffondere un messaggio positivo.

Bisogna potenziare nei giovani sani valori e principi educativi, quali il rispetto, l’amore, l’uguaglianza, le emozioni, il dialogo costruttivo come principale forma di comunicazione.

È altresì importante denunciare.

La paura di esporsi pubblicamente, di “scoprire gli altarini”, di essere giudicati o criticati non deve fermare il diritto di segnalare alle autorità competenti.

Gli esperti, le istituzioni tutte, sono a completo supporto delle vittime. La nuova legge emanata, il Codice Rosso, ne è un lampante esempio.

Ricordiamo sempre, infine, che “la violenza è l’ultimo rifugio degli incapaci” (Isaac Asimov).

In ogni sua forma, in ogni suo aspetto, la violenza è l’unico modo che una persona malata e sofferente ha per esprimere se stessa. E per questo va aiutata e riabilitata.

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