La famiglia di fatto e il contratto di convivenza: cosa cambia dal matrimonio? Ecco vizi e virtù

La famiglia di fatto e il contratto di convivenza: cosa cambia dal matrimonio? Ecco vizi e virtù

di Barbara De Lorenzis*

Suggellare un rapporto d’amore col matrimonio è un’aspirazione di tante coppie, però è prassi oramai diffusa per tante altre quella di voler intraprendere un percorso di vita semplicente andando a vivere insieme, senza apporre alcuna firma, volendo così sentirsi liberi di vivere la propria relazione e dunque anche di concedersi libertà rispetto all’impegno amoroso. Per quanto taluni preferiscano seguire i propri valori, anche religiosi, ciò non significa che il vincolo che essi hanno creato con la convivenza, sia esente da responsabilità.

La legge oggi regolamenta la convivenza più compiutamente che in passato, è bene saperlo.

Durante la convivenza, vari problemi possono sorgere, ad esempio, nel caso in cui il partner dovesse decidere di andare via da casa, oppure subire un pignoramento dei beni mobili per colpa di un debito contratto dall’altro, aver bisogno di regolamentare la situazione relativa alla gestione dei figli naturali riconosciuti e via discorrendo. Partiamo dal presupposto che

la convivenza è un fatto giuridicamente rilevante,

da cui discendono effetti giuridici, oggi divenuta oggetto di regolamentazione normativa poichè è riconosciuta a tutti gli effetti dalla L. n. 76/2016 (Nuova Legge Cirinnà sulle unioni civili e disciplina delle convivenze). Essa disciplina le convivenze di fatto fra due persone, siano dello stesso sesso (le unioni civili, appunto) oppure eterosessuali.

Intanto, la prova della convivenza

ai fini della legge può partire con una dichiarazione che i conviventi forniscono all’anagrafe del comune di residenza. Entrambi debbono avere la residenza stabile nella stessa abitazione, poichè solo questa prova che due persone realmente condividono stabilmente una vita in comune. Tale dichiarazione non è obbligatoria, però può essere necessaria qualora sorgano controversie tra ex, dal momento che in mancanza, la prova dovrà evincersi attraverso la dichiarazione resa dai vicini che sono a conoscenza che gli ex coabitavano da non meno di 4 anni.

Come tutelare la casa in ipotesi di convivenza.

Da un punto di vista pratico, sicuramente il miglior modo per tutelarsi in una convivenza, qualora questa finisca è, ad esempio, farsi attribuire dal convivente il comodato, l’usufrutto o la proprietà della casa e così regolamentare il diritto di abitazione della casa. In particolare,  se la casa è di proprietà di uno o di entrambi i conviventi, l’altro si può far riconoscere un diritto di abitazione o un comodato, con scioglimento in caso di rottura del rapporto di convivenza e concessione di un termine per trovare un nuovo alloggio (ad esempio, un mese). È possibile, pertanto, prevedere un periodo di tempo durante il quale l’ex convivente può continuare ad abitare nella casa comune, fino a che non abbia trovato un nuovo alloggio; se la casa invece è in affitto a nome di uno dei conviventi, si può prevedere la cessione del contratto di locazione in caso di rottura del rapporto di convivenza. Salvo che un apposito accordo non preveda diversamente, tutte le migliorie apportate alla casa di uno dei due conviventi, con denaro dell’altro, restano acquisite all’immobile. Per cui, se non possono più essere separate senza danno all’appartamento, chi ha eseguito la spesa può chiedere il rimborso della somma investita in caso di rottura della relazione. Si deve, tuttavia, trattare di spese consistenti e di natura straordinaria: il rifacimento delle tubature, le mattonelle dei bagni, il parquet, gli infissi, la porta blindata, l’allarme. Sono, quindi, compresi tutti gli investimenti per ristrutturazione. Invece, mobili e arredi restano di proprietà di chi li acquista, salvo diversa regolamentazione nel contratto di convivenza.

I conviventi, nel contratto, possono concordare il regime dei beni acquistati durante la convivenza (siano essi immobili, mobili, mobili registrati o titoli).

Nella convivenza vengono sostenute naturalmente le spese in comune, secondo accordi presi via via in base alle necessità quotidiane. Pertanto, subentrando una rottura del rapporto, tutte le somme erogate al partner di modico importo, necessarie al ménage quotidiano, non devono essere restituite. Il convivente che ha contribuito in misura maggiore, a causa delle difficoltà lavorative dell’altro, non può chiedere la restituzione delle maggiori somme destinate alla vita comune in quanto rientrano nel dovere di solidarietà e contribuzione che, al pari delle coppie sposate, riguarda anche quelle di fatto.

Vanno, invece, restituiti prestiti di importo eccedente la normalità,

come ad esempio il denaro necessario al partner per aprire un’attività commerciale. Anche secondo la giurisprudenza, se un convivente effettua un sacrificio economico sproporzionato, senza voler arricchire la controparte e senza ricevere altrettanto in cambio, può esercitare l’azione di arricchimento senza causa.

Tuttavia, proprio per evitare che si possano configurare equivoci e contestazioni, sarà bene formalizzare per iscritto ogni prestito e, parimenti, anche le donazioni.

Nel contratto di convivenza, invece, si regolamentano i rapporti economici tra i conviventi poichè è possibile stabilire in quale modo e misura ciascuno di essi partecipa alle spese derivanti dalla convivenza o dall’attività lavorativa domestica ed extradomestica, in relazione alle proprie sostanze economiche e alla capacità di lavoro professionale e casalingo di ciascuno.

Finita la convivenza, non è dovuto il pagamento dell’assegno di mantenimento,

anche se lo scioglimento del legame avviene per colpa di uno dei due, per quanto l’ex convivente economicamente più forte ben può riconoscere un sostegno economico se l’altro versa in condizioni economiche che non gli consentono di mantenersi da sé. Tuttavia, se la coppia ha avuto figli, valgono le stesse regole previste per le coppie sposate: così il partner che non convive con i bambini dovrà versare a quello, invece, che se ne prende cura (di norma, la madre) un assegno di mantenimento mensile e può prevedere altresì la contribuzione alle spese di tipo straordinario, in forma periodica. Il contratto può stabilirne l’ammontare di tale mantenimento.

La convivenza e i debiti.

Se uno dei conviventi ha debiti – con il Fisco, le banche o privati – farà bene a non avere alcun rapporto di comunione con il convivente, lasciando separati i relativi patrimoni. Anche un eventuale contratto di convivenza dovrà tenere distinti i beni acquistati dai due partner. Per evitare che un eventuale pignoramento mobiliare si estenda anche ai beni del convivente-non debitore, sarà bene che i due firmino un apposito contratto di comodato e lo registrino all’Agenzia delle Entrate per munirlo di data certa: in esso,

si dovrà dare atto che i beni presenti in casa sono di proprietà del partner privo di debiti che ne dà in prestito l’uso all’altro.

Inoltre, in caso di morte dell’ex convivente, il convivente superstite non ha alcun diritto ereditario se il partner muore senza fare testamento. Per evitare una situazione di questo tipo, sarà bene inserire delle clausole destinate a operare in caso di morte di uno di loro (cosiddette clausole post mortem). Occorrerà dunque che questi scriva già il proprio testamento tenendo tuttavia conto che se ha genitori dovrà menzionare anche questi, in quanto legittimari.

Per tutelare il partner in caso di propria morte,

il convivente può anche intestare la casa ad entrambi (in tal modo, il convivente diventa comproprietario) o costituire in favore del convivente un usufrutto. Se muore il proprietario della casa, il convivente di fatto superstite ha diritto di continuare ad abitare nella stessa per due anni o per un periodo pari alla convivenza se superiore a due anni e comunque non oltre i 5 anni. Se, però, nella stessa casa coabitano figli minori o figli disabili del convivente superstite, quest’ultimo ha diritto di continuare ad abitare nella casa di comune residenza per un periodo non inferiore a tre anni.

Occorre precisare che essere conviventi di fatto non significa aver sottoscritto un contratto di convivenza.

Questo strumento, che è stato introdotto con la ridetta legge, è invece un atto stipulato da un avvocato (o da un notaio) ed è obbligatorio trasmettere al Comune di residenza per l’iscrizione all’anagrafe.

Sia chiaro, i conviventi di fatto sono chiaramente tali indipendentemente dalla registrazione. È sufficiente che vivano assieme (da maggiorenni) e che siano «uniti stabilmente da un legame affettivo di coppia». E a loro – anche senza il contratto di convivenza registrato in Comune – la legge Cirinnà riconosce automaticamente i diritti che, in gran parte, la magistratura o l’Agenzia delle Entrate (ciascuna per le proprie competenze) hanno riconosciuto nel tempo con svariati provvedimenti. In una coppia di conviventi di fatto, oggi, ciascuno dei due ha diritto a permessi retribuiti per assistere l’altro in caso di grave bisogno (legge 104), ha diritto all’assistenza carceraria e a quella medica, ad avere gli alimenti in caso di separazione (non gli assegni di mantenimento ma il minimo per la sussistenza), oppure ad avere l’eventuale riconoscimento del danno in caso di morte o danni fisici. E altro ancora. Quindi. Se per tutto questo non serve nessun atto scritto e registrato, allora

perché stipulare un contratto di convivenza? Che cosa offre di più?

Con il contratto di convivenza i partner possono disciplinare i rapporti patrimoniali relativi alla loro vita in comune, “personalizzare” gli accordi in modo che questi possano regolare i reciproci interessi di natura economica e non. Il primo vantaggio è che, firmando questo contratto, si può scegliere il regime della comunione dei beni, non consentito alle coppie di fatto non registrate. E poi attraverso il contratto si può disciplinare la ripartizione dei compiti e delle risorse economiche dentro la famiglia, definendo le modalità con cui contribuire alla convivenza quotidiana.

Il contratto di convivenza

– che può essere sempre modificato o sciolto – è una scrittura privata avente forma scritta, a pena di nullità, e redatto con atto pubblico o scrittura privata autenticata da un notaio o da un avvocato, che ne attestano la conformità alle norme imperative e all’ordine pubblico. Con il contratto di convivenza dunque si può stabilire: l’indicazione della residenza, le modalità di contribuzione alle necessità della vita in comune, in relazione alle sostanze di ciascuno e alla capacità di lavoro professionale o casalingo nonchè il regime patrimoniale della comunione dei beni.

Tale regolamentazione a ben vedere è un’opportunità offerta a tutti coloro che non vogliono formalizzare un vincolo, ma che non vogliono neppure essere evasori affettivi, cogliendo la necessità di dare la giusta importanza alla vita di relazione, senza dover ricorrere ad un tribunale”.

*avvocato civilista, esperta in Diritto di famiglia

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