Cinema e psicologia. Joker, la voce oscura della pazzia. Ecco il perché del successo del film

Cinema e psicologia. Joker, la voce oscura della pazzia. Ecco il perché del successo del film

di Marco Magliozzi*

“Il lato peggiore della malattia mentale è che la gente vorrebbe ti comportassi come se tu non l’avessi”, cit. Joker.

Qualche giorno fa ho scovato in rete una simpaticissima illustrazione raffigurante uno psicologo intento a correre a casa per scrivere una recensione su “Joker”, il chiacchieratissimo film di nuova uscita, con una nuvoletta sopra la sua testa con scritto: “devo farlo prima di tutti i miei colleghi”.

L’immagine mi ha fatto sorridere e ovviamente anche riflettere:

come mai quest’opera cinematografica, uscita nelle sale a inizio ottobre, sta suscitando tutto questo interesse, specialmente da un punto di vista prettamente psicologico?

Dopo averlo visionato ne ho capito il motivo e mi son detto: “eh sì, anche io, come i miei colleghi, non posso tirarmi indietro dal fare un’analisi di questo piccolo capolavoro del cinema contemporaneo.”

Partiamo con una doverosa premessa: in questo articolo farò frequentemente riferimento alla trama. Consiglio quindi la lettura a tutti coloro che lo abbiano già visto o a coloro che pensano che qualche informazione in anteprima possa non pregiudicarne la visione.

Iniziamo allora dalle origini. Chi è Joker?

I fumetti, così come le produzioni televisive ispirate all’universo di Batman (dalla famosissima serie tv anni ’60 fino ai film dei giorni nostri) hanno rappresentato Joker sempre e solo come il super-cattivo, il super-criminale, il super-folle portatore di caos e distruzione, acerrimo nemico dell’uomo pipistrello, senza mai analizzare, se non in maniera superficiale, le sue origini e i motivi che lo hanno spinto a diventare uno degli antagonisti più famosi del mondo fumettistico.

Cosa differenzia quindi il film del regista Todd Philipps (quello attualmente nelle sale) dagli altri?

Prima di tutto la pellicola è un racconto di vita, una vita tra tante, di un ragazzo, uomo ormai, che abita in una città di fantasia (Gotham) ma facilmente paragonabile a un qualsiasi grande centro abitato realmente esistente, con tutti i suoi pregi (pochi) e difetti (tanti).

Una metropoli che racchiude al suo interno tutte le caratteristiche della società moderna, illustrando, in maniera volutamente cruda e di certo non delicata, una città allo sbando, degradata, sporca e respingente, intrisa di un malessere sociale assai diffuso in cui tutti, ricchi e poveri, sembrano mancare totalmente di empatia verso il prossimo, facendo emergere le spiccate differenze tra le varie classi sociali, toccando temi quali il conformismo, la disoccupazione, i dilaganti pregiudizi e in particolar modo la sofferenza degli emarginati, allontanati perché bollati come “diversi” o “pazzi”: i malati psichiatrici.

In questo grigio e oscuro quadro si narrano quindi le gesta di Arthur Fleck, un aspirante comico che si guadagna da vivere lavorando saltuariamente come clown, e che è afflitto da una sofferenza psichica il cui sintomo più evidente è una risata patologica che sopraggiunge molto spesso in contesti inappropriati: Arthur si ritrova così a scoppiare a ridere in modo incontrollato su un autobus, durante una conversazione seria, o dopo aver ricevuto una notizia negativa, suscitando le reazioni indignate e talvolta aggressive delle persone attorno a lui.

A ciò aggiungiamo una situazione familiare non propriamente idilliaca, in quanto egli vive da solo con l’anziana madre della quale si prende cura, anch’essa affetta da una malattia psichiatrica e da deliri psicotici: secondo la donna Arthur sarebbe il figlio non riconosciuto di uno degli uomini più potenti di Gotham, ovvero Thomas Wayne (il padre, molti lo ricorderanno, di Bruce, il bambino che da grande diventerà poi Batman).

Durante tutta la prima fase del film assistiamo quindi a innumerevoli vicende che vedono il protagonista vittima di atti di violenza e di derisione da parte di molti, i quali fin subito lo bollano come malato e come diverso, allontanandolo.

Il tema dell’abbandono è quindi un fattore determinante nella sua vita:

fin da piccolo, a causa della madre malata, è vittima di soprusi (anche fisici e sessuali), dinamiche che creano ferite profonde e incancellabili. La ricerca costante di una figura paterna, che Arthur cerca invano in Thomas Wayne, ben rispecchia questa sensazione di solitudine, di mancanza, di un vuoto profondo all’interno della sua anima.

“Il lato peggiore della malattia mentale è che la gente vorrebbe ti comportassi come se tu non l’avessi”: una frase pronunciata dal protagonista che esprime tutta la solitudine esistenziale di un uomo rassegnato a non essere compreso, alla strenua ricerca di un’approvazione che sembra non arrivare mai.

Da un punto di vista prettamente psichiatrico/psicologico potremmo definire Arthur come un soggetto affetto da un importante disturbo del tono dell’umore (presumibilmente depressione maggiore) e da una forma di schizofrenia tale da non permettergli di avere un adeguato controllo sulla realtà circostante, confondendo fantasia con realtà.

In più, il protagonista sembra soffrire di un disturbo istrionico di personalità che lo rende poco obiettivo rispetto ai suoi effettivi talenti, sognando un’approvazione pubblica non proporzionata all’investimento e alle capacità personali.

Il suo desiderio di diventare un comico può essere quindi inteso come una profonda forma di catarsi, per liberarsi da un peso emotivo, da un dolore dal quale non riesce ad avere tregua.

Nel film emerge inoltre molto bene il limite dei servizi sanitari pubblici, incapaci di fornire un adeguato supporto ai cittadini bisognosi. La mancanza di personale e di fondi sottolineata durante la storia, ben delinea un quadro presente in moltissime realtà e non nasconde quindi anche una chiara critica al sistema assistenzialistico attuale.

Proseguendo con la trama, assistiamo al colpo di scena, alla goccia che fa traboccare il vaso, goccia che prende forma durante uno di quei tanti soprusi e momenti di violenza subita, all’interno di una metropolitana: Arthur, dopo essere stato licenziato dal proprio datore di lavoro che occasionalmente lo assumeva come clown, torna a casa (travestito da pagliaccio), e viene deriso e sbeffeggiato da tre esponenti della Gotham “altolocata”, funzionari della Wayne Enterprises, una delle realtà lavorative più in voga della città. Stanco forse delle innumerevoli prevaricazioni ricevute, decide di reagire, uccidendo con una pistola i tre uomini. Questo evento segnerà, in maniera ancora più indelebile, la sua psiche.

Dopo l’assassinio, in maniera repentina, dal vivere in un costante stato di angoscia, di malessere incessante, di perenne fallimento, Arthur sembra rinascere.

Questo evento lo trasforma, rendendolo finalmente vivo. Questo atto di ribellione (anche se agito con altrettanta violenza) lo cambia nel profondo. Meravigliosa la scena del protagonista che, dopo una lunga fuga a piedi per allontanarsi dal luogo del delitto, si rinchiude in un bagno pubblico e… inizia a danzare, una specie di danza rituale, magica, liberatoria, utile forse per lasciare andare tutte le tensioni e le sofferenze accumulate.

Forse è proprio dopo questa danza che Arthur Fleck lascia il posto a Joker, così come noi lo conosciamo nel nostro immaginario.

La notizia del triplice omicidio commesso si diffonde velocemente per tutta Gotham: un misterioso uomo travestito da clown uccide tre membri della Wayne Enterprises, simbolo del potere, compagnia gestita dall’uomo più in auge del momento, Thomas Wayne, emblema del politico che si erge sul piedistallo, così vicino e eppure lontano dai problemi della sua città.

Inutile dire che immediatamente i media locali, stampa e televisione, iniziano a dare risalto alla notizia, alimentando ancora di più lo scontento collettivo.

Da essere da sempre bollato come la personificazione dell’insuccesso e dell’infelicità, Arthur, senza volerlo, diventa agli occhi di tutti il simbolo della lotta al potere, del povero che si ribella al ricco, del cittadino comune infelice che si rivolta contro il sistema.

In città iniziano disordini, tumulti e sommosse, dapprima locali e pacifiche, successivamente generalizzate e violente.

Il simbolo rappresentativo della rivolta? Ovviamente un clown, travestimento utilizzato da tutti i sovversivi.

Per Arthur tale accadimento diviene una sorta di riscatto per chi come lui da sempre è vissuto di prevaricazioni e deprivazioni affettive e violenze corporee e psicologiche.

Il finale del film, che volutamente ometto, è la ciliegina sulla torta di questa escalation di ragionata follia. La domanda che ora bisogna porsi è la seguente:

qual è il confine tra un comportamento malato e un comportamento criminale?

Arthur è un uomo sofferente, bisognoso di supporto? O è un killer, un uomo malvagio che ha trasformato la sua malattia in un’arma contro degli innocenti, e che, utilizzando come motivazione la sua sofferenza, ha voluto vendicarsi di una società che per anni lo ha respinto e bollato come pazzo?

Difficile rispondere.

Tutti noi, almeno una volta nella vita, ci siamo sentiti un po’ come lui: tristi, derisi, incapaci, privi di approvazione, dei falliti. Proprio per questo le vicende di Arthur risuonano in ognuno di noi… e nel profondo saremmo anche disposti ad ammettere che: “sì! Ha fatto bene a fare ciò che ha fatto! Ha fatto bene a vendicarsi e a ribellarsi al sistema!”.

Ma è proprio questo il confine tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. Diventare aguzzino dei propri carnefici trasforma le persone in criminali, nonostante le sofferenze, nonostante i soprusi, nonostante la malattia.

Quando il dolore si trasforma in vendetta,

quando la patologia si trasforma in caos, è qui che bisogna intervenire, prima che accadano tragedie.

La responsabilità è sempre individuale, nonostante le sofferenze interiori, nonostante si abbia l’impressione che il mondo ci abbia abbandonato.

Tutti noi siamo stati Arthur Fleck, tutti noi abbiamo cercato di trasformare con una risata, anche se dolorosa, momenti traumatici o comunque difficili della vita: abbiamo chiesto aiuto, ci siamo affidati a persone a noi care o a professionisti (quando necessario), oppure abbiamo agito solo con le nostre forze. Qualsiasi sia stata la nostra scelta, ci ha comunque permesso di restare sulla strada del bene, della ragione, nonostante il dolore patito.

Joker rappresenta invece la voce della pazzia,

quella voce oscura che ci sussurra che forse sarebbe più opportuno distruggere piuttosto che riparare, rinnegare piuttosto che accettare, vendicarsi piuttosto che perdonare.

Questo non ci rende umani, ma dei mostri.

Joker è entrato nell’immaginario collettivo come emblema del caos, di quella follia che scatta ogni volta che, guardandosi attorno, ci sembra di non riuscire a trovare appigli, soluzioni, mani che cercano di sorreggerci.

In un mondo che sempre più rischia di creare clown e figure pittoresche, alcune portatrici di idee e valori discutibili, è quanto mai necessario coltivare invece ideali quali la giustizia, il bene, il rispetto, la ragione e la rettitudine. Valori di vita che, forse non è un caso, sono propri dell’acerrimo nemico di Joker, l’uomo pipistrello dal nero costume.

Nell’universo di Batman assistiamo a una peculiare lotta del bene contro il male:

Joker, il pagliaccio, dai variopinti vestiti, esilarante, comico, sgargiante e carismatico, rappresenta, in contrasto al suo appariscente aspetto, la strada più oscura ma più facile da seguire, che rischia di attirare i più poiché basata sull’incitamento all’odio e sulla vendetta, perseguendo l’illusione che è molto più semplice e comodo “puntare il dito” verso il prossimo piuttosto che cambiare sé stessi.

Batman è invece l’eroe dark, misterioso, cupo, vestito di nero, che agisce nell’oscurità senza mai dichiarare la sua vera identità.

È l’emblema di colui che fa del bene senza prendersene i meriti, colui che ha trasformato il suo passato traumatico in una risorsa. Una rarità in questo mondo, basato invece sull’apparenza e sul continuo e necessario bisogno di consensi da parte degli altri. Un uomo che, travestito da pipistrello, rischia continuamente di attirare su di sé disapprovazione e, per assurdo, essere bollato come nemico del sistema, in quanto troppo ligio al dovere e alla giustizia, molto di più delle istituzioni stesse.

In un mondo di maschere, siamo sempre portati ad indossarne una, soprattutto nei momenti di difficoltà.

Chi sceglieremo di essere?

Cito, per concludere, un dialogo a mio parere illuminante, che funge anche da riflessione, tratto dal film Il Cavaliere oscuro, che vede come antagonista il compianto attore Heath Ledger, proprio nei panni di Joker.

“Ho notato che nessuno entra nel panico quando le cose vanno “secondo i piani” … Anche se i piani sono mostruosi. Se domani dico alla stampa che un teppista da strapazzo verrà ammazzato o che un camion pieno di soldati esploderà, nessuno va nel panico, perché fa tutto parte del piano. Ma quando dico che un solo piccolo sindaco morirà… Allora tutti perdono la testa!”.

Cosa significa tutto ciò? Nel mondo d’oggi cosa fa più risalto? La morte di un soldato in guerra? La morte di un senza tetto? O la morte di una personalità di spicco, magari famosa, conosciuta? A voi l’ovvia risposta. Eppure il valore della vita di ogni essere umano dovrebbe essere il medesimo.

*psicologo-psicoterapeuta, esperto in Pnl e criminologia

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