Revenge porn, Codice rosso pornografia: la diffusione illecita di immagini sessualmente esplicite diventa reato

Revenge porn, Codice rosso pornografia: la diffusione illecita di immagini sessualmente esplicite diventa reato

di Tiziana Cecere*

L’introduzione nel codice penale del “Revenge porn” vale a dire del delitto di «diffusione illecita di immagini o video sessualmente espliciti» ovvero la divulgazione non consensuale, dettata da finalità vendicative, di immagini intime raffiguranti l’ex partner rappresenta una delle principali novità contenute nel c.d. “Codice Rosso”.

Lo spettro delle condotte punibili è estremamente ampio e dovrebbe consentire di abbracciare gran parte della casistica, a dire il vero molto eterogenea, nella quale può sostanziarsi il “Revenge porn”.

Analizziamo cosa si intenda per Revenge porn

inserito all’art. 612-ter c.p. dopo il delitto di stalking). Il delitto di diffusione illecita di immagini o video sessualmente espliciti senza il consenso delle persone rappresentate:

“chiunque, dopo averli realizzati o sottratti, invia, consegna, cede, pubblica o diffonde immagini o video a contenuto sessualmente esplicito, destinati a rimanere privati, senza il consenso delle persone rappresentate, è punito con la reclusione da uno a sei anni e con la multa da euro 5.000 a euro 15.000″.

La stessa pena si applica a chi, avendo ricevuto o comunque acquisito le immagini o i video di cui al primo comma, li invia, consegna, cede, pubblica o diffonde senza il consenso delle persone rappresentate al fine di recare loro nocumento.

La pena è aumentata se i fatti sono commessi dal coniuge,

anche separato o divorziato, o da persona che è o è stata legata da relazione affettiva alla persona offesa ovvero se i fatti sono commessi attraverso strumenti informatici o telematici. La pena è aumentata da un terzo alla metà se i fatti sono commessi in danno di persona in condizione di inferiorità fisica o psichica o in danno di una donna in stato di gravidanza. Il delitto è punito a querela della persona offesa.

Grande innovazione riguarda il termine per la proposizione della querela che è stato dilatato a sei mesi rispetto al termine ordinario dei 90 giorni per tutti i reati che procedono a querela di parte.

La remissione della querela può essere soltanto processuale. Si procede tuttavia d’ufficio nei casi di cui al quarto comma, nonché quando il fatto è connesso con altro delitto per il quale si deve procedere d’ufficio.

La fattispecie risulta strutturata in due distinte ipotesi che prevedono il medesimo trattamento sanzionatorio per le condotte di invio, consegna, cessione, pubblicazione e diffusione di immagini o video dal contenuto sessualmente esplicito.

La differenziazione consiste nelle diverse modalità con le quali l’agente è entrato in possesso delle immagini che ha successivamente divulgato: nel caso del primo comma, è richiesto che egli abbia contribuito alla loro realizzazione o che le abbia «sottratte» mentre nel secondo comma è disciplinato il caso in cui il diffusore le abbia ricevute o acquisite in altro modo.

Inoltre, occorre evidenziare che a seconda delle modalità di acquisizione dei materiali intimi, il legislatore ha diversamente modulato l’elemento soggettivo del reato.

Nelle ipotesi di ricezione, infatti, per la sussistenza del reato l’agente deve realizzare la condotta con «il fine di recare nocumento» alla persona rappresentata nelle immagini o nei video diffusi.

L’alternatività delle condotte possono consentirci di azzardare già qualche prima essenziale coordinata interpretativa.

Il primo nucleo di condotte (inviare, consegnare, cedere) sembra fare riferimento alle ipotesi di trasferimento (non per forza attraverso la rete) delle immagini tra due persone:

non di rado la vendetta si consuma attraverso l’invio dei materiali intimi ad una persona determinata (ad es. il datore di lavoro della persona ritratta, un familiare, il nuovo partner) nella speranza che lo scandalo pregiudichi il futuro professionale o le relazioni più strette della persona ritratta nelle immagini.

Può anche capitare che la diffusione abbia inizio da una prima, ingenua, cessione a un amico.

La pubblicazione potrebbe ricorrere nei casi in cui le fotografie o i video vengano “postati” su siti pornografici, social network e su altre piattaforme online;

La diffusione sembra richiamare la distribuzione senza intermediari a un’ampia platea di destinatari, ipotesi che si verifica negli inoltri nelle chat di messaggistica istantanea, nelle mailing list, negli strumenti di condivisione peer to peer.

Finalmente il legislatore ha introdotto il delitto analizzato che ormai da tempo ledeva fortemente i diritti alla propria immagine, alla privacy e all’intimità maggiormente delle donne.

Dovremo riaggiornarci per avere verifiche nell’applicazione del nuovo delitto per comprendere la differenza e la scelta di quali immagini possano essere considerate «sessualmente esplicite» in evoluzione con l’accelerazione dei rapporti sociali.

*avvocato penalista e criminologa

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