I segreti di Otranto, tra i Monaci e i Templari, e la leggenda di Re Artù

I segreti di Otranto, tra i Monaci e i Templari, e la leggenda di Re Artù

di Pino Gadaleta

Nella cattedrale di Otranto (1080-1088) vi è il più grande mosaico pavimentale medievale allestito dal monaco basiliano Pantaleone tra il 1163 e il 1165.

Otranto nel 1064 era stata conquistata dal Normanno Boemondo I, principe di Taranto e figlio di Roberto il Guiscardo, che dal suo porto, nel 1095, partì con un esercito di 12.000 crociati in Terrasanta.

Otranto era un porto fiorente tanto da ospitare per il commercio moltissime famiglie ebree e tra loro eruditi che scrissero poesie.

Per comprendere e spiegare il mosaico pavimentale è fondamentale contestualizzare l’opera allestita da Pantaleone con la presenza sul territorio dei monaci basiliani greci. Costoro erano fuggiti in Salento a causa dalla furia iconoclastica dell’imperatore bizantino Leone III Isaurico nel 726. I monaci giunti in Italia meridionale si nascosero dai Bizantini nelle grotte, o ipogei da loro scavati nella roccia, alcuni dei quali sono giunti a noi con mirabili affreschi.

Solo dopo l’843 incominciarono a costruire chiese e monasteri che ben presto furono centri culturali per l’istruzione ai fanciulli, si insegnavano le tecniche della pesca e dell’agricoltura, si operavano bonifiche di paludi. I monaci impiantarono la quercia vallonea, il gelso, il carrubo e incrementarono le piantagioni di ulivi.

A pochi chilometri da Otranto fu edificata l’abbazia di S. Nicola di Casole distrutta nel 1459 da una invasione di Musulmani e autori del massacro dei cittadini idruntini, infatti furono decapitati 800 cittadini che non vollero abiurare la loro fede (Martiri di Otranto).

L’abbazia di San Nicola di Casole nel 1098 riceve nuovo impulso grazie alle risorse messe a disposizione da Boemondo I divenendo un rinomato centro scrittorio; vi giungevano studenti da tutta Europa per imparare il greco e possedeva una delle più imponenti biblioteche dell’epoca. Grazie al monaco Nettario fiorì la produzione di scritti e poemi (1155-1160). Più tardi l’abbazia fu sostenuta da Federico II, da ricordare che il monaco protonotario Giovanni Grasso (1219-1236) sottoscrisse nel 1250 il testamento dello Svevo.

Pantaleone trovò ispirazione per l’allestimento del suo mosaico

nelle letture e documenti custoditi nella biblioteca, e molto probabilmente conosceva il Talmud. È ipotizzabile, ad esempio, che il maestoso albero della vita che è al centro del mosaico, sia ispirato dal vangelo apocrifo di Filippo ritrovato a Nag Hammadi, insieme ad altri vangeli e atti.

Nel vangelo di Filippo si legge:

Giuseppe il falegname ha piantato un giardino, perché aveva bisogno di legna per il suo mestiere. È lui che ha costruito la Croce con gli alberi che ha piantato. Il suo seme è stato Gesù, la Croce la sua pianta” (ver.91).

Il vangelo di Filippo è apocrifo, termine che per la Chiesa ha il significato di “falso”, mentre il vero significato di questa parola è “nascosto”. Tra il I e i II sec i Vangeli in circolazione, erano più di una trentina. Il Concilio di Nicea nel 325 stabilì di ritenerne validi solo 4, definiti Vangeli canonici.

Interpretare il mosaico è un’operazione difficile,

vi sono rappresentati alcuni episodi riferiti al Vecchio Testamento (Giona e la balena, Noè e l’arca, la Torre di Babele, Caino e Abele etc.) ma altri sono criptici sfiorando lo gnosticismo. Evidenti sono le rappresentazioni che riproducono i mesi connessi allo zodiaco e alle attività agricole.

Il mosaico va visitato partendo dalla cima dell’albero situato presso il presbiterio e avviandosi verso l’uscita dalla chiesa sulla cui soglia troviamo la scritta dell’autore, il monaco Pantaleone, e l’anno della conclusione della posa in opera.

L’albero è sostenuto da due elefanti che si accoppiano ed è evidenziato dalla protuberanza che dall’animale di destra si infila sotto la coda di quello a sinistra (trasfigurazione della sessualità tra Adamo ed Eva dopo la cacciata del Paradiso?).

Il mosaico rappresenta alcuni storytelling che meritano attenzione:

una riferita a Re Artù, in alto, e l’altra al cervo trafitto in basso. Quest’ultimo potrebbe rappresentare vulgata richiama vicende templari. Del resto nel mosaico vi è rappresentata la sirena caudale, Abraxas, ideata dallo gnostico egiziano Basilide, e utilizzata anche in un sigillo templare.

Re Artù che il monaco chiaramente fa intendere anche chiamato Ursus, il re Orso dell’Avalon celtica, è rappresentato su una capra. Nelle vicinanze si nota il gatto con gli stivali, poi il gatto che assale un uomo prono, e si nota la figura di Parsifal nudo in quanto puro, in atto di gridare qualcosa verso re Artù. Ma la purezza di intenzione non è sufficiente, è necessario tener conto che la regalità di Artù proviene dalle furbizie del gatto, che rampante gli mostra il modo per pervenire al trono pur non avendo sangue reale: la spada Excalibur, in questo caso rappresentata dalla punta dell’albero idealmente conficcato sull’altare.

Re Artù monta una capra e nel medioevo montare questo animale evidenziava la volontà di raccontare balle o mistificare la realtà.

È merito del gatto con gli stivali aver trasformato Artù in un re e che nel mosaico successivamente lo assale alla gola. Nella leggenda è invece Artù a disfarsi dell’astuto gatto. In sostanza Pantaleone comunica a noi che la storia di Artù è il prodotto di una invenzione letteraria.

Il primo, grande racconto della vita e delle gesta di re Artù, comparve tra il 1135 e il 1137 in un’opera denominata “Historia Regnum Britanniae” il cui autore è il chierico inglese: Goffredo di Monmouth. Successivamente tra il 1170-1185 Chétien de Troys scrive per la contessa Eleonora di Aquitania le vicende dei Cavalieri della Tavola Rotonda. Pantaleone, quindi, fa riferimento alla prima opera sull’argomento.

Si può parlare della presenza dei templari nel mosaico idruntino?

L’ordine dei Templari fu fondato da Hugo de Paganis e da Goffredo de Saint Omer ben 43 anni prima della posa in opera del mosaico. Ai tempi del monaco Pantaleone l’attività templare era già consolidata e nota.

Nel mosaico, in basso, appare una scacchiera, un simbolo associato ai templari, che corona la testa di un uomo dalle sembianze di cervo trasfigurazione di uno stesso cervo che è rappresentato ferito da una freccia scoccata da un’Amazzone (infatti la figura ha un solo seno).

La scacchiera, infatti richiama il simbolo dei Cavalieri Templari, La leggenda vuole che il suddetto simbolo sia legato al nascondiglio del tesoro del Tempio di Salomone, che sarebbe poi entrato in possesso dei Templari assieme ad altre reliquie. È interessante osservare la scacchiera con le sue 64 celle sia davvero simbolicamente legata al mitico Tesoro da un famosissimo documento scoperto nel 1945 a Qumran: il Rotolo di Rame che non vale. Che contiene, in forma più o meno esplicita, 64 luoghi nei quali sarebbero stati seppelliti i tesori del Tempio, forse per sottrarli al saccheggio dei Romani.

In conclusione l’enigma di Otranto è un invito che affascina il visitatore e nel contempo favorisce lo spirito alla contemplazione.

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