Genitori separati, l’assegno di mantenimento resta valido in ogni caso fino a modifiche espresse dal Tribunale

Genitori separati, l’assegno di mantenimento resta valido in ogni caso fino a modifiche espresse dal Tribunale

di Barbara De Lorenzis*

Nei rapporti tra ex coniugi a seguito di intervenuta separazione, se il genitore non collocatario trascorre con i propri figli un periodo di vacanza, e questo risulta essere abbastanza lungo, ad esempio un mese, deve comunque versare l’assegno di mantenimento dei figli all’ex coniuge? Oppure potrebbe non versarlo, relativamente a quel mese?

L’assegno versato mensilmente dal genitore non collocatario non è il mero rimborso delle spese sostenute dall’ex coniuge in quella determinata mensilità, ma la somma versata a titolo di mantenimento dei figli dovrebbe consistere in un unico importo annuale, determinato con cadenza di norma mensile, in relazione al fabbisogno della prole. Dunque, solo per mere ragioni di praticità – trattandosi altrimenti di una somma considerevole – viene suddivisa mensilmente.
Sul punto abbiamo una precisazione recente da parte della Suprema Corte di Cassazione, nella sentenza n. 16351 del 21 giugno 2018, secondo cui

“il contributo al mantenimento dei figli minori non corrisponde a un mero rimborso delle spese sostenute dall’affidatario nel mese corrispondente, ma costituisce la rata mensile di un assegno annuale, che viene determinato dal giudice sulla base del contesto sociale e delle esigente dei figli minori. Non trattandosi di un mero rimborso per le spese sostenute dal genitore collocatario, a nulla rileva che in quel mese il predetto genitore non abbia sostenuto delle spese in favore dei figli. Così come, a nulla rileva che in quel mese estivo il genitore non collocatario abbia sostenuto maggiori spese, proprio perchè in vacanza con i figli”.

Pertanto, il genitore non collocatario non può ritenersi esente dall’obbligo di corresponsione dell’assegno di mantenimento per i periodi in cui i figli si trovino presso di lui.

La logica dell’assegno di mantenimento è quella di un importo che il coniuge economicamente forte corrisponde al coniuge economicamente più debole in favore dei figli (che, si badi bene, attiene alle spese c.d. ordinarie e non a quelle straordinarie, ossia imprevedibili e non preventivabili e quelle non coperte dal Ssn) a prescindere dalla collocazione degli stessi. E’ evidente che il genitore collocatario dei figli dovrà gestire il quantum determinato tenendo conto delle loro esigenze, le quali d’altro canto sono state già vagliate dal giudice in sede di separazione. L’obbligo di corresponsione del contributo al mantenimento per il figlio persiste anche in caso di successiva collocazione del minore presso il coniuge obbligato. In realtà tale obbligo sussiste anche qualora la collozione sia diversa, ossia alternativa rispetto a quella “ordinaria” dell’uno o dell’altro genitore.

E’ di poche settimane fa la nuova pronuncia della Suprema Corte di Cassazione la quale, con sentenza 2 luglio 2019, n. 17689 chiarisce che

“l’eventuale modifica del regime di collocazione della prole non ha effetto sul contributo al mantenimento. Eventuali fatti sopravvenuti, idonei a incidere sulle statuizioni patrimoniali contenute nella sentenza di separazione o divorzio, potranno esser fatti valere solo nell’ambito del relativo procedimento di revisione, dinanzi al giudice ordinario, non conseguendo automaticamente a una diversa pronuncia di altro giudice né a decisione unilaterale dell’obbligato”.

Il caso

La vicenda sottesa alla pronuncia in esame è quella di un padre a carico del quale, in sede di divorzio, veniva posto l’obbligo di corrispondere alla ex coniuge un contributo mensile per il mantenimento del figlio, collocato presso la madre. Con successiva pronuncia il Tribunale per i minorenni disponeva l’affidamento del figlio al Comune e la sua collocazione presso il padre, che pertanto cessava di corrispondere alla ex moglie il contributo per il minore. La madre si attivava quindi per il pagamento degli arretrati, mentre il padre resisteva con opposizione a precetto. Nelle more dell’opposizione il Tribunale per i minorenni sospendeva entrambi i genitori dall’esercizio della responsabilità genitoriale, anche in ragione della persistente inottemperanza del padre a versare alla ex moglie il contributo di mantenimento in favore del figlio.

L’opposizione a precetto veniva respinta dal Tribunale di Treviso, che rilevava come la successiva collocazione del minore presso il padre non togliesse efficacia né validità alla sentenza di divorzio e che pertanto il debitore restasse obbligato al versamento di quanto dovuto, non avendo esperito la procedura di revisione del contributo prevista dall’ art. 9 della L. 898/1970 sul divorzio.

All’esito dell’impugnazione proposta dal padre, la Corte ribadiva infatti che le statuizioni patrimoniali conseguenti alla sentenza di divorzio non perdono di efficacia per il venir meno dei relativi presupposti e che eventuali modifiche debbono essere necessariamente disposte dal Tribunale competente all’esito del riferito procedimento di revisione, acquistando efficacia solo dalla relativa domanda.

Eventuali mutamenti delle circostanze, pur potendo determinare una nuova quantificazione del contributo di mantenimento o addirittura farlo cessare, dovranno esser fatti valere unicamente mediante i procedimenti di modifica delle condizioni di separazione o divorzio.

In particolare nei procedimenti in materia di famiglia il titolo, pur dotato di una stabilità equiparabile a quella del giudicato, viene non a caso definito rebus sic stantibus, a sottolineare i mutamenti di cui può risentire a fronte della possibile evoluzione dei rapporti interpersonali ad esso sottesi (in tal senso si veda Cass. ord. 30.07.2015 n. 16173).

Un’evoluzione dei rapporti del tutto imponderabile, in quanto strettamente legata alle vicende personali dei coniugi o ex coniugi, che se da un lato consente di attribuire rilevanza modificativa ad eventuali fatti sopravvenuti, dall’altro richiede che tali modifiche siano disposte da un giudice specializzato nell’ambito di un procedimento ad hoc, nell’interesse alla miglior composizione delle esigenze delle parti.

Pertanto , in mancanza di attivazione di tale specifica procedura, il genitore debitore di quel contributo, anche se non collocatario e presso cui permangono temporaneamente i figli, resta obbligato

in virtù del primo provvedimento e il genitore legittimamente aziona quest’ultimo finché non venga espressamente modificato o revocato dal giudice, che è l’unico competente sulla revisione e legittimato a valutare ogni altro e elemento per la determinazione della debenza o della misura del contributo.

*avvocato civilista, esperta in Diritto di famiglia

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