Paura, sofferenza improvvisa, traumi infantili: la tendenza è quella di rimuovere. Ma poi occorre fare i conti col passato

Paura, sofferenza improvvisa, traumi infantili: la tendenza è quella di rimuovere. Ma poi occorre fare i conti col passato. Viaggio introspettivo nel film It

di Marco Magliozzi*

Il 1986 è l’anno in cui viene pubblicato il libro considerato dalla critica letteraria, e da tutti i lettori amanti dell’horror, come il capolavoro assoluto di Stephen King: IT.

Un romanzo che ha raggiunto negli anni un successo strepitoso e che ha avuto ben due trasposizioni cinematografiche: la prima, nel 1990, realizzata sotto forma di miniserie televisiva che vede protagonista un magnifico Tim Curry, e la seconda nel 2017, suddivisa in due capitoli; la seconda parte è da poco uscita nei cinema di tutta Italia.

Dopo aver visionato questa pellicola ho deciso di scrivere la mia personale analisi sul film, da un punto di vista prettamente psicologico.

Nella mia analisi farò volutamente riferimento anche a vari spezzoni della trama: consiglio quindi la lettura principalmente a tutti coloro che abbiano già visto il film/letto il romanzo o a coloro che non si lascino “scoraggiare” da qualche anticipazione sulla storia.

IT” racchiude al suo interno un mondo dalle tante e sottili sfaccettature, a partire da un esame brillante della vita di una cittadina americana degli anni ’60, muovendosi con destrezza all’interno di un arco temporale che giunge fino agli anni ’80 (nel film, per motivi di sceneggiatura, la trama è ambientata invece in un periodo che va dagli anni ’90 sino ai giorni nostri).

Protagonisti della vicenda sono dei ragazzi nel pieno dell’adolescenza,

che si autodefiniscono “gruppo dei Perdenti”.

L’adolescenza è un’età, come si evince molto bene anche dal romanzo e dal film, caratterizzata dalla voglia di divertimento, dalla scoperta dell’altro sesso, di relazioni più mature, e nello stesso tempo di presa di responsabilità, molto spesso più grandi di loro.

Nella storia vengono toccate dinamiche molto scottanti, quali il bullismo scolastico, l’ipercontrollo materno che sfocia nell’ipocondria, l’omosessualità, la vita di un orfano, la non accettazione del lutto, l’obesità infantile, un particolare e pericoloso rapporto padre-figlia ai limiti della pedofilia (fortunatamente mai attuata), tutti temi che Stephen King riesce a descrivere in maniera molto cruda e dura, senza tentare di essere in alcun modo delicato, così da far immergere fin da subito il lettore (o lo spettatore nel caso del film) e metterlo in contatto con questa difficile realtà.

IT, l’antagonista, è un clown di nome Pennywise che nasconde una natura molto più oscura e terrificante di quanto si possa immaginare.

Il personaggio, indubbiamente ispirato all’universo Lovecraftiano e ai miti di Cthulhu, è una potentissima creatura non appartenente al “piano di realtà” e proveniente da quello che Stephen King chiama Macroverso.

Fin dalle prime battute IT riesce a smuovere gli animi dei ragazzi in maniera del tutto negativa, mettendoli faccia a faccia con le loro paure inconsce, quelle più profonde e terribili.

Il clown ha infatti il potere di riuscire a tramutarsi in persone, animali, mostri, o addirittura modificare la realtà creando allucinazioni e illusioni orrifiche, al fine di creare panico e terrore nei ragazzi che prende di mira come vittime per saziare la sua inappagabile fame.

Pennywise tendenzialmente li attacca quando sono da soli, la sua strategia è demoralizzarli, vessarli e far sì che perdano la speranza in se stessi e soprattutto negli altri.

Un esempio calzante è quello di Bill, uno dei sette giovani protagonisti della vicenda, che perde il fratellino Georgie proprio all’inizio del film/romanzo, divorato da IT nella ormai famosissima scena della barchetta di carta che cade in un tombino.

Bill, che soffre altresì di balbuzie e che vive anche un rapporto complicato con il proprio padre, cerca in ogni modo di ritrovare il fratello perduto, non volendo accettare la sua improvvisa e inspiegabile morte.

IT, il clown, utilizzerà proprio questo aspetto contro Bill, provocando nel ragazzo allucinazioni cariche di terrore, morte e disperazione aventi come protagonista il fratellino.

Altro esempio è quello di Beverly, assieme a Bill protagonista del romanzo/film, una ragazzina che lotta contro il pregiudizio, il bullismo scolastico e che vive una relazione “malata” con il padre che proietta su di lei la sofferenza per la perdita della moglie, incolpandola ingiustamente per l’accaduto. L’uomo inoltre si rifiuta di accettare la crescita della figlia (crescita raffigurata nella storia attraverso l’esperienza del menarca), percependola invece sempre come una bambina. Un padre violento che, in molte scene, si approccia a lei anche in maniera sessualmente esplicita.

IT, anche in questo caso, utilizza tali difficoltà per creare in Beverly situazioni di puro panico. In una delle allucinazioni provocate dal clown, la ragazza viene invasa da un’ondata di sangue, sangue che rappresenta metaforicamente il ciclo mestruale, la non accettazione del passaggio all’età adulta. Allucinazione che provocherà nella protagonista non poco tormento interiore.

La prima parte della storia termina con i nostri piccoli eroi che riescono, dopo varie peripezie, a sconfiggere l’antagonista, seppur temporaneamente.

Il messaggio importante che viene trasmesso è quello dell’accettazione: accettare il presente, vivere la vita con coraggio, comprendere che le paure e gli eventi negativi sono solo riti di passaggio che permettono ai protagonisti di crescere e sviluppare nuove risorse, utili per affrontare il pericolo.

Nella seconda parte, che si svolge dopo 27 anni, ritroviamo i nostri personaggi ormai divenuti adulti.

Una volta che IT è stato sconfitto, i protagonisti, quasi come per magia, perdono la memoria del loro gruppo, come se questo fosse passato in secondo piano, come se la loro attenzione non fosse più lì, ma si fosse spostata su altri aspetti della loro vita, più caratteristici di un’esistenza da adulti. I mostri sono stati scacciati, l’alleanza si è quindi dissolta.

La maggior parte di loro ha cambiato città, ha iniziato un lavoro più o meno di successo, ha formato una famiglia, ma tutti sono accumunati da un unico minimo comune denominatore: l’aver dimenticato il passato, essere fuggiti dalla loro città d’origine, pur di non rivivere quelle orribili esperienze.

Il rimosso è infatti l’aspetto psicologico che descrive al meglio la seconda parte della vicenda:

tutti i protagonisti nascondono le loro paure inconsce rifugiandosi nell’oblio, riempendo le loro vite in particolar modo con il lavoro.

La rimozione è un meccanismo di difesa della mente umana, utile per eclissare nel profondo pensieri, ricordi, eventi e traumi troppo dolorosi da ricordare, considerati nel presente intollerabili e inaccettabili.

Un’arma a doppio taglio in quanto la vita molto spesso, in maniera improvvisa e inaspettata, a volte ripropone situazioni dolorose che inconsciamente ricuciono quei fili tagliati, ricreando collegamenti con quel passato “dimenticato” e facendo rinascere il dolore e le paure… in maniera ancora più sofferente.

Bill, ad esempio, è divenuto uno scrittore di successo. Ha smesso di balbettare e sembra condurre un’esistenza felice. Un aspetto particolare è che tutti suoi romanzi hanno un epilogo drammatico, scelta che va in contrasto con la critica letteraria e con molti suoi lettori insoddisfatti. Un particolare degno di nota che rappresenta, probabilmente, la sua non accettazione del passato.

Nella seconda parte della storia ritroviamo anche Beverly: la ragazza, una volta cresciuta e divenuta donna, si è sposata con un uomo, il quale ripropone nei suoi confronti gli stessi atteggiamenti di suo padre, violento e padrone. La donna si è lasciata andare nelle sue braccia proprio a causa del meccanismo di rimozione: dimenticando il passato e non elaborandolo perché troppo doloroso, Beverly non ha avuto la possibilità di comprendere il motivo effettivo della sua sofferenza interiore, della sua inquietudine e del suo malessere sopito, trovandosi nuovamente a lottare con gli stessi identici problemi irrisolti.

Gli amici, una volta ritrovati, tornano ad affrontare IT, tornato 27 anni dopo a terrorizzare la loro città d’origine.

I protagonisti sono costretti a rivivere le loro paure infantili e affrontare nuovamente i loro traumi.

Bill, ad esempio, inizia nuovamente a balbettare come quando era un bambino: il ritorno della balbuzie rappresenta in questo caso il riemergere di un trauma rimosso, non ancora elaborato, con il quale il protagonista deve ancora lottare al fine di superarlo.

Beverly è costretta a far pace con se stessa e con il suo essere finalmente una donna, liberandosi dal peso del passato e dall’immagine del padre-padrone che ancora la opprime.

Ognuno dei sette protagonisti, in un modo estremamente diverso e personale, combatte contro il proprio passato, fatto riemergere nuovamente dal malvagio IT.

Nell’epilogo assistiamo al combattimento finale tra i personaggi e l’antagonista, che assume infine le sue vere sembianze, ovvero quelle di un enorme essere mostruoso aracnoforme.

La scelta del ragno forse non è casuale: archetipicamente questa creatura rappresenta la paura, lo spavento improvviso, l’inaspettato. Le tele della ragnatela che il ragno tesse raffigurano simbolicamente le tele del tempo, tempo contro il quale i protagonisti lottano costantemente.

La lotta giunge al termine quando i protagonisti riescono, nuovamente, ad accettare le loro debolezze e non farsi ingannare dal terrore suscitato da IT nella loro psiche.

La storia narrata rappresenta un viaggio di crescita, dall’adolescenza all’età adulta, condito da “riti di passaggio” che tutti noi viviamo o che abbiamo vissuto, ognuno a modo proprio. Una metafora della vita di ogni essere umano.

Nel mondo interiore di ognuno di noi esistono ricordi, eventi, traumi, molti dei quali troppo dolorosi da rivivere.

La strategia inconscia di molti di noi è quella di rimuovere, nascondere ciò che ci fa soffrire, far finta che determinate situazioni non esistano o non siano mai esistite.

IT rappresenta simbolicamente l’ineluttabilità della vita, una vita che, in un modo o nell’altro, ci costringe a confrontarci costantemente con noi stessi, anche quando tentiamo di scappare lontano dalle difficoltà o da un passato carico di sofferenza.

Accettare ciò che è stato, riviverlo sotto una nuova ottica, pregna di differenti significati, positivi e costruttivi, permette ad ognuno di noi di vivere meglio, senza condizionamenti, senza il pericolo di improvvisi ricordi e collegamenti con un mondo interiore ancora sofferente e pieno di cicatrici.

Le sfide della vita, le difficoltà, le nostre paure, possono essere vissute come limiti, e quindi bloccarci, o come opportunità di crescita, di cambiamento, di evoluzione personale. La scelta è nostra, e solo nostra.

*psicologo-psicoterapeuta, esperto in Pnl e criminologia

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.