Bullismo e mobbing. Perché si diventa bulli? E perché si diventa vittime? Il parere degli esperti

Bullismo e mobbing. Perché si diventa bulli? E perché si diventa vittime? Il parere degli esperti

di Tiziana Cecere e Marco Magliozzi*

Recentemente è stato diffuso uno studio della Federazione Italiana Società di Psicologia (Fisp), in cui è stato affrontato il possibile ruolo dello psicologo per quanto riguarda il bullismo a scuola. Secondo indagini Istat sui comportamenti offensivi e violenti tra i giovanissimi,

nel 2014, più del 50% degli 11/17enni è stata vittima di un episodio offensivo, irrispettoso e/o violento da parte di coetanei.

I comportamenti violenti che caratterizzano il bullismo sono i seguenti:

– Offese, parolacce e insulti;

– Derisione per l’aspetto fisico o per il modo di parlare;

– Diffamazione;

– Esclusione per le proprie opinioni;

– Aggressioni fisiche.

Il fenomeno emergente e complesso ha assunto la grandezza di una vera e propria emergenza sociale.

Ma a cosa si fa riferimento ogni qual volta parliamo di “bullismo”?

Tale si definisce un comportamento aggressivo ripetitivo nei confronti di chi non è in grado di difendersi. Si creano dei ruoli nel gruppo di pari ben definiti: da una parte c’è il bullo, colui che attua dei comportamenti violenti fisicamente e/o psicologicamente e dall’altra parte la vittima, colui/colei che invece subisce tali atteggiamenti.

Le principali caratteristiche che permettono di definire un episodio con l’etichetta “bullismo” sono l’intenzionalità del comportamento aggressivo agito, la sistematicità delle azioni aggressive fino a divenire persecutorie (non basta un singolo episodio perché vi sia bullismo) e l’asimmetria di potere tra vittima e persecutore.

Perché si diventa bulli? Perché si diventa vittime?

Una serie di studi ha messo in luce che una positiva immagine di se stessi aiuterebbe i bambini e ragazzi a ottenere dei successi, sia a livello relazionale che di rendimento scolastico (Marsh e all., cit. in Camodeca, 2008).

Per immagine di sé si intende la percezione che ognuno di noi sviluppa riguardo se stesso; si riferisce alla cognizione delle proprie caratteristiche, alle credenze riguardo se stessi, le capacità, le impressioni, le opinioni che ogni individuo pensa di avere e che lo contraddistinguono dagli altri (Damon e Hart, 1982).

Il Concetto/Immagine di sé è stato sovente affiancato al costrutto di Autostima, ma si tratta di due definizioni ben diverse: il concetto di sé si focalizza sugli aspetti cognitivi del sé, su come ci si vede e ci si descrive nei vari ambiti della vita; l’autostima riguarda gli aspetti valutativi del sé, il valore che attribuiamo a noi stessi.

Tornando alla possibile relazione esistente tra condotte di bullismo e immagine di sé, una ricerca condotta nel 1998 ha messo in luce che un basso concetto di sé aumenterebbe l’incidenza di vittimizzazione e di messa in atto di condotte a rischio.

Ulteriori ricerche hanno indagato il concetto di sé in quei bambini e ragazzi che utilizzano condotte aggressive: questi mostrerebbero una elevata immagine di se stessi, ma in realtà essa nasconderebbe piuttosto un senso di narcisismo e un tentativo di sembrare ciò che non si è. Nel caso dei bulli, per esempio, sembrerebbe che il comportamento prepotente da essi attuato sia efficace a fargli guadagnare potere, ammirazione e attenzione e, in questo modo, migliorare poi l’immagine di sé (Marsh e all, 2001).

La maggior parte degli studi condotti nel settore si trova concorde nel sostenere che

i bambini vittime di bullismo soffrono di scarsa autostima, hanno un’opinione negativa di sé e delle proprie competenze (Menesini, 2000).

Capita infatti molto spesso che i bambini tiranneggiati dai compagni mettano in dubbio il proprio valore, precipitando in stati di ansia e frustrazione.

Essi talvolta diventano anche un obiettivo di attrazione per il bullo, in quanto non sanno come affrontarlo. Tendono a vedere sconfitte temporanee come permanenti e molto frequentemente accade che qualcun altro (psicologicamente più forte) prenda su di loro il sopravvento.

A differenza delle vittime, i bulli appaiono spesso caratterizzati da un’alta autostima. Sembrano molto ottimisti, e riescono quindi a gestire molto più facilmente i conflitti e le pressioni negative, ed è per questo motivo che riescono facilmente a coinvolgere dei seguaci nelle loro azioni di prepotenza (Menesini, 2000).

Una ricerca di Salmivalli del 1999 ha indagato l’autostima a 14 e 15 anni e i risultati hanno evidenziato che

i bulli hanno un’autostima più alta della media, combinata a narcisismo e manie di grandezza.

Un ulteriore studio condotto da Caravita e Di Blasio ha evidenziato che i bulli sono solitamente dei soggetti popolari, e ciò ha portato le autrici a ipotizzare che la popolarità potrebbe condurre a un innalzamento dell’autostima e all’adozione di condotte aggressive, in quanto il soggetto non avrebbe alcun timore di confrontarsi o di essere sanzionato dal gruppo di pari (Caravita, Di Balsio, 2009).

Comunque questi dati sono stati più volte smentiti, in quanto il fatto che i bulli percepiscano se stessi come ben visti non vuol dire che essi realmente lo siano.

Spesso accade che le persone che hanno un comportamento da bullo si mostrano come superiori e potenti, ma in realtà essi non pensano questo di se stessi.

Potrebbe accadere che i bulli usino il comportamento aggressivo solo al fine di spaventare gli altri bambini, e non perché vogliono essere rispettati (Randall, 1995).

Un ulteriore studio ha investigato due ipotesi: un’alta autostima porta i bambini a mettere in atto pensieri antisociali (ipotesi dell’attivazione); un’alta autostima porta i bambini a razionalizzare le condotte antisociali nei loro confronti (ipotesi della razionalizzazione). I risultati supportano pienamente la seconda ipotesi, e solo in parte la prima. Ciò appare da un lato positivo, in quanto emerge che quei bambini che presentano un’alta autostima, pur non essendo molto popolari, riescono bene a razionalizzare le condotte antisociali. D’altro canto però, per quei bambini che hanno una tendenza verso l’aggressività, l’avere un’alta autostima potrebbe presentare un problema, in quanto contribuirebbe ad aumentare le loro condotte antisociali (Corby, Hodges, Menon, Perry, Tobin, 2007).

Bullismo in età adulta

Il bullismo è un fenomeno che spesso viene associato esclusivamente all’infanzia e all’adolescenza, ma questa non è la realtà. Purtroppo questa forma di violenza si protrae anche nell’età adulta, in particolar modo in quegli spazi che caratterizzano la quotidianità di un adulto come il luogo di lavoro. Tra le forme più diffuse di bullismo sul lavoro è possibile trovare il mobbing, ovvero un’aggressione piscologica e morale, reiterata nel tempo da parte di più aggressori, i quali agiscono nei confronti della vittima con l’intento di nuocere alla salute della stessa. Secondo Heinz Leymann, sono 5 le condizioni che non possono mancare per parlare di mobbing:

·      Un’aggressione

·      Protratta nel tempo

·      Che tende ad aumentare d’intensità

·      Associata alla percezione dell’impossibilità di difendersi

·      L’effettiva intenzione dell’aggressore di vessare col proprio comportamento e con le proprie azioni la vittima, con il preciso scopo di estrometterla dalla realtà sociale e lavorativa.

Analizzando più a fondo il fenomeno Heinz Leymann, individua inoltre due tipologie principali di mobbing:

Il mobbing verticale:

viene messo in atto da parte dei datori di lavoro verso i dipendenti per indurli a licenziarsi da soli, schivando così eventuali problemi di origine sindacale.

Il mobbing orizzontale:

viene messo in atto dai colleghi di lavoro verso uno di loro per varie ragioni: gelosia verso colleghi più capaci, necessità di alleviare lo stress da lavoro oppure per trovare un capro espiatorio su cui far ricadere le disorganizzazioni lavorative.

(Leymann Heinz. The content and development of mobbing at work. European Journal of Work and Organizational Psychology. (1996). 5, 165184)

Una recente indagine sul lavoro in Europa risalente al 2012, segnala che il 14% dei lavoratori europei è stato vittima di comportamenti vessatori sul luogo di lavoro. Tuttavia, è difficile definire un comportamento vessatorio isolandolo dal contesto lavorativo in cui viene messo in atto, ed è proprio per questo motivo che è importante sottolineare che molti dei comportamenti definiti ‘vessatori‘, sono tali perché fanno parte di un disegno più grande, che ha l’obiettivo di ledere la vittima del mobbing sul lavoro.

Per definire la presenza di mobbing, sono infine molto importanti i due parametri di durata e frequenza. Indicativamente, Leymann ha fissato 6 mesi minimi di soglia per potersi riferire al fenomeno. Per quanto riguarda la frequenza dei comportamenti vessatori è importante individuarne la sistematicità, nonostante non sia possibile fissare un indice di occorrenza ben preciso.

Conseguenze del bullismo

Essere vittime di episodi di bullismo da bambini è spiacevole nell’immediato, ma costituisce un fattore che aumenta il rischio di sviluppare diverse tipologie di disturbo oltre che nell’infanzia e nell’adolescenza anche nell’età adulta.

Ciò che numerosi studi hanno evidenziato è che le vittime di bullismo nel passaggio dall’adolescenza alla giovane età adulta continuano a presentare in misura rilevante disturbi quali agorafobia, disturbo d’ansia generalizzato, disturbo da attacchi di panico, dipendenza, psicosi e depressione.

Ciò che invece è ancor meno noto è che non solo essere vittime di bullismo aumenta la probabilità dell’insorgenza di disturbi, ma anche l’essere bulli. Infatti, per coloro che in passato sono stati sia vittime che bulli (una vittima che è diventata a sua volta bullo o che presenta nello stesso tempo comportamenti di bullismo) incorre il rischio di sviluppare disturbi depressivi, disturbi da attacchi di panico, agorafobia (solo nel caso delle femmine) e un aumento di rischio suicidario soltanto in relazione al genere maschile. Per coloro che invece hanno caratterizzato il loro passato esclusivamente con il ruolo di bullo vi sarebbe un maggior rischio di sviluppare un disturbo antisociale della personalità.

Cosa fare per prevenire?

Un team work di professionisti esperti della prevenzione nelle dinamiche di bullismo quali lo psicologo, il criminologo e l’avvocato all’interno dei contesti scolastici risulterebbe fondamentale, per individuare in maniera tempestiva i disagi prima che possano favorire lo sviluppo di sindromi psicologiche o i crimini prima che si concretizzino.

Sarebbe necessaria la predisposizione di un programma di prevenzione del bullismo a scuola, magari con uno spazio dedicato a un “punto di ascolto degli scolari” attraverso la valutazione del disagio giovanile e dei fattori di rischio individuali, familiari e ambientali, che potrebbero generare comportamenti violenti e pericolosi.

L’introduzione di programmi specifici nel contesto scolastico, potrebbe contribuire alla promozione delle risorse e delle potenzialità dei ragazzi in una fase delicata come quella dello sviluppo.

Tali esperienze possono essere promosse e sostenute anche da associazioni di promozione sociale specializzate nella materia della prevenzione dei disagi giovani, dei crimini violenti, e dello studio delle sensation seeking e delle condotte minorili a rischio.

Tanto è vero che i sottoscritti confermano il feedbach assolutamente positivo dalle attività di contrasto al bullismo diffuse con le nostre associazioni Fermiconlemani e Accelerate piano, durante tutto il trascorso anno scolastico, in numerosissime scuole di Bari e della Bat che potrete seguire sulle nostre pagine facebook.

*avvocato penalista e criminologa; e psicologo-psicoterapeuta, esperto in Pnl e criminologia

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