Lavorat(t)ivamente. Un paese in ritardo: dove andrà l’Italia con questa economia?

Per la rubrica Lavorat(t)ivamente. Un paese in ritardo: ma dove andrà un Paese con un’economia del genere?

di Angelo Ivan Leone

Abbiamo affrontato in questa rubrica l’idea di quella che non è una crisi, ma una decadenza del tanto decantato “sistema Italia”. Ci sono stati vari interventi per analizzarla sotto punti di vista diversi e variegati e, infine, si è visto quanto il popolare detto: “Devo lavorare di più” serva a ben poco in un panorama come quello nostro attuale. Perché serve a ben poco? Perché

il sistema lavorativo italiano denuncia un Paese arretrato, con forti squilibri e con idee lavorative del tutto inefficienti.

1) Partiamo dal Paese arretrato: perché?

Perché ha ancora un’economia fatta, per lo più, di piccole e medie aziende che rivelano il carattere lillipuziano del nostro Sistema. Questo carattere andava bene fin quando il mondo era diviso “dalla cortina di ferro”, nella logica dei due blocchi e nulla sembrava potesse cambiare. Dalla caduta del muro il mondo, e quello economico in particolare, è cambiato. Con la globalizzazione, sono entrati nella scena dell’economia capitalista tutta una serie di nuovi attori e nuove economie. Queste si muovano nella logica di miliardi di persone, per quanto riguarda il proprio mercato nazionale, come per esempio: la Cina e l’India. Tali colossi fanno tornare ad essere l’Europa, anche quando è unita, quel “nido di animaletti”, come la definì l’ultimo uomo che l’aveva conquistata tutta: Napoleone Bonaparte.

Se questo vale per l’economia europea in generale, figuriamoci quanto può valere per la nostra singola economia nazionale, da sempre afflitta dalla sindrome di “Peter Pan” che nega alle nostre aziende di poter diventare delle grandi trust a livello degli americani, dei tedeschi e degli inglesi, tanto per dare l’idea di quello che dovrebbe essere il nostro metro di paragone.

2) I forti squilibri sono datati

da quando l’Unità nazionale è stata creata o, per meglio dire, imposta dalle grandi economie europee che avevano bisogno di un mercato nazionale e che, pertanto, non si opposero e, anzi, aiutarono la creazione del Paese Italia. Questo aiuto venne, in sede diplomatica, da parte della Gran Bretagna che allora comandava il mondo intero e, dal punto di vista diplomatico e militare, dalla Francia ed è scritto nella storia.

Da quando l’Unità nazionale è stata creata, si è badato bene che gli squilibri, in quel momento storico relativi, tra le diverse aree del Paese piuttosto che livellarsi, si ampliassero rovinosamente. Si è pertanto giunti alla creazione di un mercato interno: il sud povero di tutto che facesse da puntello al volano e al balzo industriale del nord del Paese. Tutto questo è storia e inchioda la nostra classe politica, non solo di oggi, ma di sempre, a delle precise responsabilità.

Il problema è che tale modello di sviluppo con questi squilibri titanici è tipico dei paesi sottosviluppati

e, una volta che anche il nord è entrato in crisi, per via della prima ragione, ossia l’arretratezza del sistema economico lillipuziano, l’intero Paese è stato fatto segno di una spirale di decadenza da cui sembra ben lungi dal trarsi fuori.

3) Infine le idee lavorative: ultimo triangolo di questa decadenza italiana.

Nel Paese economico, si ha una fortissima resistenza verso le idee nuove, non si premia quasi mai il merito, ma l’anzianità, in tutti i settori dal pubblico al privato. L’economia informale fatta di raccomandazioni (che in Italia, è bene ricordarlo, sono illegali), rapporti più o meno familistici e sistemi più o meno illegali, da quelli criminali veri e propri a quelli di altre nature, sembra sempre essere per la stragrande maggioranza degli italiani una strada più sicura, più certa e, in definitiva, con più garanzie per addivenire a una stabile situazione lavorativa. Tutto questo a danno, naturalmente, dell’economia legale e quindi, in ultima analisi, a danno della tanto decantata e famigerata meritocrazia, una parola che in Italia dovrebbe tradursi con “buffoneria”.

Ecco, con questa sintetica trattazione, tracciata una rotta per la nave Italia. Solo che poi viene da chiedersi,

ma dove andrà un Paese con un’economia del genere?

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