Rapporto Svimez 2019, situazione impietosa per il Mezzogiorno: al nord il doppio del reddito

Rapporto Svimez 2019, situazione impietosa per il Mezzogiorno: al nord il doppio del reddito

di Pino Gadaleta

La recente pubblicazione del rapporto 2019 della Svimez sulla situazione del Mezzogiorno ha suscitato una geremiade di commenti e prese di posizioni improduttive. Purtroppo ai nostri rappresentanti politici sfuggono tutte le ragioni della Questione meridionale che data dal 1861 con l’unificazione dell’Italia.

Svimez presenta una situazione nel 2019 impietosa per il Meridione.

Le Regioni del Nord cumulano redditi pro-capite per 1.626mila euro contro i 702mila euro del Sud, cioè una differenza del 43%, cioè

al Nord il reddito-pro-capite è quasi il doppio di quello del Sud.

Un esempio: la Liguria ha un reddito pro-capite di 244mila euro contro i 96mila euro della Puglia.

Dopo 153 anni di Unità italiana il problema del Sud non è stato risolto

e a ben vedere peggiorerà perché il Pil nel Sud è previsto per il 2020 in decrescita negativa contro un lievissimo aumento per il Nord. In 153 anni sono succeduti un centinaio di governi compreso il ventennio fascista è nessuno è riuscito a porre le basi per riequilibrare il divario tra le due Italie.

Di converso è ancora possibile leggere folkloristiche e sprovvedute tesi storiche che inneggiano al periodo dei governi Borbonici come un periodo felice del Meridione per alimentare una polemica verso il comportamento predatorio dei Sabaudi nei confronti delle risorse del Mezzogiorno. Questo fu in parte causato dalla uniformazione al sistema fiscale sabaudo che creò difficoltà alle stremate situazioni economiche e sociali meridionali provocate dal regime monarchico borbonico.

Nel 1870 Sonnino e Franchetti intervennero per ovviare alla situazione di degrado del Sud proponendo al Mezzogiorno riforme e politiche economiche basate sull’alleggerimento fiscale sabaudo, facilitazioni creditizie e la questione della riforma dei patti agrari.

F.S. Nitti nel 1901 denunciò nel suo libro L’Italia all’alba del secolo XX le disuguaglianze economiche e sociali criticando il processo di unificazione dell’Italia che non produsse equi benefici per tutto il territorio nazionale e ammise che fu grazie al sacrificio del Sud che fu favorito lo sviluppo industriale delle regioni di Liguria, Lombardia e Piemonte. F.S. Nitti, lucano di origine, fu economista e studioso e più volte ministro e presidente del Consiglio tra il 1919-1920.

Come è evidente una situazione, quella del Sud ben nota dal 1901 e che i primi governi unitari cercarono di affrontare e risolvere, interventi molto spesso vanificati anche per l’incapacità dell’élite politiche meridionali preoccupate di salvaguardare gli interessi propri e dei ceti agrari dominanti dell’epoca.

Il segretario del Pd Zingaretti ha osservato che persiste una emigrazione di cittadini del Sud verso aree più sviluppate (fuga dei cervelli) ignorando anch’egli la storia del meridione, infatti

tra il 1880 e il 1930 oltre 17milioni di cittadini meridionali emigrarono (!),

un fenomeno epocale che sguarnì il Sud di energie e di volontà di riscatto. A questo si aggiunse il decremento del prezzo del grano causato dalle granaglie a basso costo proveniente da America, Russia, Australia, le patologie che colpirono le culture delle campagne italiane, la pebrina infettò i bachi da seta nel nord Italia; la filossera infestò i vitigni e la mosca olearia mise in ginocchio l’olivicoltura del Mezzogiorno.

Situazioni a ben vedere che oggi trovano un riflesso ciclico e attuale.

Alcuni padri fondatori della Repubblica suggerirono rimedi per affrontare la Questione meridionale come il cattolico Sturzo e il socialista M. Rossi Doria che videro nell’agricoltura e nella sua Riforma un elemento propulsivo per l’economia meridionale.

Nondimeno già nel 1946 fondatori della Svimez (Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno), R. Morandi e P. Saraceno, e poi i meridionalisti liberaldemocratici gravitanti intorno al Mondo di M. Pannunzio e alla rivista Nord e Sud fondata da F. Compagna, con V. De Caprariis, G. Galasso e R. Romeo, ritenevano ormai improrogabile l’equiparazione del Mezzogiorno al benessere e alla civiltà delle democrazie industriali dell’Occidente, mediante uno sviluppo che rendesse quella meridionale una società pienamente e organicamente sviluppata in tutte le sue componenti, rurali e urbane. E ciò attraverso un intervento straordinario che doveva avvenire non solo attraverso leggi speciali e fu sperimentato l’intervento straordinario con la Cassa per il mezzogiorno prima e dell’Agenzia per il mezzogiorno dopo. Ma non ha funzionato del tutto, come i finanziamenti giunti dall’UE attraverso vari fondi specifici.

Il rapporto Svimez 2019 infatti, denuncia che il divario in termini reali esiste e relativamente cresciuto tra il Nord e il Sud.

Le elezioni del 4 marzo del 2018 hanno decretato il fallimento delle azioni sin qui perseguite per promuovere lo sviluppo economico delle aree deboli del Paese penalizzando il consenso all’ennesimo governo di centro-sinistra che non è riuscito a riequilibrare le disuguaglianze e suffragare con un consenso bulgaro la “speranza” proposta dal Movimento dei 5S. Invano. Tutto è come prima, irrimediabilmente encefalogramma piatto per il Sud. Né si vede all’orizzonte una soluzione, anzi un’altra croce sul Sud la cosiddetta “Autonomia differenziata” con cui le Regioni più ricche del Nord reclamano la gestione del loro maggior gettito fiscale.

E noi del Sud?

Ascoltare le lamentazioni di una rappresentanza politica inadeguata, storicamente ignorante, scarsa di progettualità e proposta politica. Occorre una politica di impatto economico e sociale forte e coraggiosa, i soldati ci sono, bravi e qualificati, ma non abbiamo generali, solo mezze cartucce. Intanto sono trascorsi 153 anni….

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