Omosessualità: perché tanti ragazzi e ragazze omosessuali tentano il suicidio?

Omosessualità: perché tanti ragazzi e ragazze omosessuali tentano il suicidio?

di Tiziana Cecere e Marco Magliozzi

Al giorno d’oggi affrontare la tematica dell’omosessualità risulta essere talvolta un compito particolarmente ostico poiché, a causa di dinamiche culturali e sociologiche della società contemporanea, si rischia di collocare questa dimensione agli antipodi della natura dell’uomo: scrivere e confrontarsi sull’argomento diviene quindi indispensabile affinché non si ottenga come conseguenza il tacere un elemento fondamentale della vita di molte persone e non si dia enfasi a pregiudizi e stigmi.

Sappiamo ancora poco di come le forze biologiche, le identificazioni, i fattori cognitivi, l’uso e la conoscenza che il bambino ha del proprio corpo, le pressioni culturali alla conformità e il bisogno di adattamento contribuiscano alla formazione dell’individuo e alla costruzione della sua sessualità (LeVay, 2011).

Eppure, per molti anni l’omosessualità è stata un argomento controverso, che ha impegnato psicologi, medici, biologi e sociologi nella ricerca di modelli esplicativi e nella costruzione di teorie che, anche se diversamente articolate, hanno a lungo confinato le persone omosessuali nel territorio della psicopatologia.

È solo dalla fine del secolo scorso che, in ambito scientifico, prende consistenza e riceve considerazione una letteratura sull’omosessualità non gravata dal pregiudizio. Per la prima volta, psicoanalisti e studiosi escono dalla clandestinità e prendono finalmente la parola (Drescher, 1998; Isay, 1989; Roughton, 2002): è l’inizio del cosiddetto processo di “depatologizzazione”.

Nella prima edizione del DSM (Manuale Diagnostico delle Malattie Mentali – 1952), l’omosessualità veniva infatti considerata un “disturbo sociopatico della personalità”, mentre nella seconda edizione del 1968 era stata identificata come una “deviazione sessuale”, come lo sono pedofilia, necrofilia e diverse altre perversioni sessuali (oggi dette parafilie).

Il primo segnale rivolto alla comunità scientifica per la depatologizzazione dell’omosessualità risale al 1973.

In quell’anno, l’American Psychiatric Association (APA) rimosse l’omosessualità dalla lista delle patologie mentali incluse nel DSM, decisione che fu poi confermata con la terza edizione del 1980 (DSM-III), fino a quella tuttora in vigore del 2015 (DSM-5).

Sulla scia di tale decisione, nel 1993 anche l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha accettato e condiviso la definizione non patologica dell’omosessualità, depennandola dalla lista delle malattie mentali.

Sottolineiamo quindi, senza equivoco alcuno, che tutte le principali organizzazioni di salute mentale sono d’accordo oggigiorno nell’affermare che l’omosessualità non è una malattia, ma una “variante non patologica del comportamento sessuale”.

Ma cosa vuol dire quindi omosessualità?

Per rispondere a queste domanda occorre spiegare dapprima cosa si intenda per orientamento sessuale: utilizzando le parole dell’American Psychological Association, “l’orientamento sessuale si riferisce a un modello stabile di attrazione emotiva, romantica e/o sessuale verso gli uomini, le donne, o entrambi i sessi”. Nello specifico quindi una persona omosessuale è attratta affettivamente, romanticamente e sessualmente da un individuo dello stesso sesso. L’APA evidenzia questo aspetto perché talvolta la parola “omosessuale” trae in inganno, richiamando l’attenzione sul solo aspetto della sessualità e trascurando le componenti emotive, affettive, romantiche che sono, invece, parte integrante della vita di ogni persona.

In genere l’orientamento sessuale, sia etero che omosessuale, emerge tra la media infanzia e la prima adolescenza.

L’adolescenza è una fase della vita caratterizzata da forti cambiamenti, sia a livello psicologico che fisico: i ragazzi sono (inconsciamente) costantemente alla ricerca di una propria auto-consapevolezza identitaria e la sessualità è un fondamentale tassello nella costruzione dell’identità di genere, ovvero il sentirsi profondamente a proprio agio con il proprio genere sessuale biologico o, al contrario, percepirsi molto più vicini al genere opposto.

Bisogna sottolineare che l’orientamento sessuale verso persone dello stesso sesso non implica necessariamente una identità di genere differente dal proprio sesso biologico.

Un ragazzo, ad esempio, può serenamente provare attrazione verso altri uomini ma non per forza avere un’identità di genere femminile, anzi, può vivere in armonia e tranquillità il rapporto con il proprio corpo, accettandosi in toto.

Tra gli adolescenti le esperienze omosessuali riguardano almeno il 35% delle ragazze tra gli 11 e i 16 anni e il 60-65% dei ragazzi.

Tali esperienze sono inoltre in crescita tra le ragazze nella fascia di età dai 12 ai 15 anni, le quali, molto più dei coetanei di sesso maschile, esplorano questo mondo anche per curiosità e come modalità di scoperta del loro corpo.

Purtroppo ancora oggi l’omosessualità viene travisata, derisa e osteggiata. Un gran numero di omosessuali infatti si trova nella condizione di doversi scontrare e di dover affrontare il medesimo, gravissimo problema: l’omofobia, ovvero quell’insieme di atteggiamenti, pensieri e comportamenti discriminatori, che implicano, a loro volta, difficoltà di accettazione nella società di appartenenza.

Gli adolescenti omosessuali sono generalmente a più alto rischio di isolamento, esposizione alla violenza, e stigmatizzazione, sia autoinflitta che inflitta da pari o familiari.

Molti giovani infatti testimoniano di essersi sentiti rifiutati dai familiari a causa del proprio orientamento; allo stesso modo, molti vengono anche ostracizzati dagli amici, dalla comunità religiosa a cui appartengono, oltre a subire umiliazioni in ambito scolastico e sociale in generale.

Oggi, ai fini della prevenzione delle condotte giovanili a rischio, i professionisti si interessano con un occhio molto più attento alla tematica, poiché tra gli adolescenti omosessuali il rischio di suicidio è di oltre tre volte superiore rispetto ai coetanei eterosessuali e per i transgender addirittura di oltre cinque volte superiore.

Tale dato statistico è stato di recente rilevato da uno studio dell’Università di Milano-Bicocca, dal titolo “Stima del rischio di tentato suicidio tra giovani minorenni per motivi sessuali” pubblicato sulla rivista internazionale Jama Pediatrics.

Non possiamo sottacere che attualmente il suicidio è la seconda causa di morte tra gli adolescenti, a livello mondiale.

Certamente occorre sensibilizzare maggiormente l’opinione pubblica soprattutto sul tema dell’inclusione, per allentare la spada di Damocle che incombe sulle spalle di questi ragazzi che si dividono tra la paura di rivelare alla famiglia la loro identità e/o orientamento sessuale e l’accettazione nel gruppo di pari indispensabile per potersi rapportare e identificare.

Se privati di sostegno, che sia psicologico, affettivo o economico da parte delle famiglie, alcuni di loro potrebbero finire per prendere la strada della prostituzione, con conseguenti tassi più elevati di comportamenti a rischio, tra cui l’uso di sostanze stupefacenti.

Psicologicamente, l’auto-isolamento e l’esclusione possono indurre a depressione e disturbi d’ansia fino ad arrivare a veri e propri disturbi psichiatrici.

Doveroso sottolineare come in questi casi le attività di prevenzione siano quanto mai fondamentali: sensibilizzare la comunità all’argomento è necessario affinché non si ricada nuovamente in periodi bui come in passato, nei quali il “diverso” veniva eliminato e solo coloro che rispettavano determinati canoni potevano vivere serenamente nella società.

Supporto emotivo, affettivo, psicologico, giuridico, istituzionale, dovrebbero essere le basi di partenza all’interno di una società civile e moderna, nella quale chiunque possa sentirsi libero di esprimere la propria sessualità e sentirsi parte appieno di una comunità che lo accolga senza invece stigmatizzarlo e ghettizzarlo.

Il suicidio, del resto, non è forse una inconscia fuga da una vita infelice e una ricerca illusoria di un mondo migliore?

[immagine di copertina La Vita di Adéle]

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