Paura dell’abbandono: si sviluppa nei bambini e procura conseguenze da adulti. Come curare la mancanza?

La paura dell’abbandono nasce e si sviluppa nei bambini e si consolida da adulti portando conseguenze. Come curare la mancanza?

di Marco Magliozzi*

“Chi ama spesso ha anche paura dell’abbandono.

Amore e paura, come sappiamo, sono l’uno il contraltare dell’altro.

La paura dell’abbandono appartiene al sentimento elitario dell’amore, al bisogno impetuoso di essere unici e centrali per la persona che amiamo.

Talvolta, però, la paura supera il buon senso e straripa gli argini della ragione.

Depressione, ansia e paura, diventano gli elementi centrali degli amori affamati.”

Valeria Randone, specialista in psicologia e sessuologia clinica

 

La paura dell’abbandono, ovvero il timore di rimanere soli, privi di un legame affettivo e di qualcuno che si prenda cura di noi, è una caratteristica che fa parte di ogni essere umano.

Tutti possiamo temere di essere abbandonati, è una dinamica più che comune che non per forza sfocia in disagi o patologie.

Ne possono soffrire sia i bambini (soprattutto nei confronti della figura materna) che gli adulti nei confronti di una persona significativa (come ad esempio un partner o amici intimi). Spesso si ha paura che, nel caso di una relazione di coppia, l’altro possa andare via autoconvincendosi che, nonostante le cose vadano bene, prima o poi la relazione finirà, restando di conseguenza da soli. Ci si sente emotivamente dipendenti dall’altro e le separazioni, anche brevi, sono mal tollerate. Tutto questo avviene per timore di perdere il legame intimo e profondo costruito.

Ma per capire da dove ha origine tutto ciò sarebbe opportuno fare un salto nel passato:

genitori che amano, accudiscono, incoraggiano il figlio durante la crescita, permetteranno al bambino, a partire dall’età adolescenziale e successivamente adulta, di strutturare legami sani, di amare e lasciarsi amare. Questo genere di rapporto genitore/figlio viene denominato in psicologia “Attaccamento sicuro”, rapporto nel quale prevalgono quindi caratteristiche come stabilità, rispetto, accudimento amorevole, empatia, protezione, accettazione, integrazione.

Alcune coppie genitoriali, a causa di molteplici dinamiche, come ad esempio lontananza sia fisica che emotiva dovuta al lavoro o a modalità educative disfunzionali, possono invece creare nel bambino un vuoto da colmare. Assenza di empatia, di senso di protezione, di supporto emotivo, potranno portare l’infante a strutturare un senso di Sé, la propria autostima, in maniera frammentata e incompleta.

Altre dinamiche ricorrenti di paura dell’abbandono

possono sorgere in famiglie in cui ci siano stati veri e propri abbandoni, lutti, situazioni in cui si è stati trascurati o ancor peggio ignorati, o semplicemente può trattarsi di una predisposizione naturale.

Ma come si traducono le esperienze del bambino nell’età adulta?

Con il passare degli anni, si instaurerà, a livello inconscio, la convinzione che qualcuno debba prendersi cura di noi a tutti i costi e non ci si rende conto che, invece, lo si può fare tranquillamente anche da soli.

Nell’adulto che soffre della paura di abbandono è come se prevalesse una parte infantile che ha bisogno costantemente di cure e attenzioni e, in maniera più o meno consapevole, queste vengono richieste alle persone più vicine. Non ci si rende conto che le cure verso quel “fanciullo abbandonato” possono essere date dall’adulto che si è diventati.

Da questa fragilità interiore si sviluppano conseguentemente tutta una serie di comportamenti disfunzionali finalizzati a esorcizzare l’abbandono da parte dell’altro: manipolazione, ricatti morali, perdita di obiettività nei confronti della relazione, gelosia eccessiva, controllo, vittimizzazione, fino a sfociare, nei casi più gravi, in vere e proprie patologie parenti ai disturbi d’ansia, attacchi di panico, depressione e dipendenza affettiva.

Il rischio principale in questi casi è quello di creare un circolo vizioso che, con il tempo, verrà potenziato. Relazioni etichettate come fallimentari, a causa delle dinamiche di cui sopra, potranno essere vissute dalla persona come una conferma della propria paura abbandonica, alimentando quindi la “fame d’amore” e diminuendo la propria autostima.

Come molto spesso accade nella maggior parte dei disturbi e/o disagi di natura psicologica, le esperienze passate e la mancata elaborazione delle stesse, tendono a prendere il sopravvento nel nostro presente.

La psicoterapia, in questi casi, è sicuramente utile per comprendere, prendere consapevolezza del nostro vissuto emotivo, far emergere emozioni, sentimenti, eventi traumatici che possano in qualche modo aver scatenato tale paura.

L’obiettivo principe è quello di strutturare una maggiore autostima di sé, creare una nuova e stabile convinzione ovvero che siamo assolutamente capaci di prenderci cura di noi stessi autonomamente, così da superare il costante timore della perdita e di conseguenza vivere i rapporti con gli altri in maniera più serena ed equilibrata.

Ciò che è accaduto al nostro bambino interiore non per forza dovrà riaffiorare nel presente e quindi trasformarsi in una perdita relazionale: l’obiettivo terapeutico è quello di tagliare quel “filo invisibile” che ci lega a quel rapporto disfunzionale con i nostri genitori o a un evento traumatico e che oggi influenza le nostre relazioni esterne.

Si arriverà così alla consapevolezza che vivere una relazione sana preserverà la nostra identità, la nostra natura, il nostro carattere e la nostra indipendenza senza quella paura costante, che ci limita e depersonalizza.

“Amare se stessi è l’inizio di una storia d’amore lunga tutta la vita”.

Oscar Wilde

*psicologo-psicoterapeuta, esperto in Pnl e criminologia

1 commento su “Paura dell’abbandono: si sviluppa nei bambini e procura conseguenze da adulti. Come curare la mancanza?”

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