Lavorat(t)ivaMente. Identità lavorativa

Per la rubrica Lavorat(t)ivaMente. Identià lavorativa. Le riforme del lavoro in Italia hanno prodotto meno tutele e più ‘flessibilità’

di Eleonora Zizzi

Per ognuno di noi, in qualsiasi parte del mondo, il lavoro è solo uno dei tanti frammenti che completano la nostra identità. Nonostante forse non ne siamo coscienti o lo diamo per scontato, nascondiamo un patrimonio inestimabile e gli elementi che lo compongono sono frutto di anni di sacrifici e di pensieri. Pensieri nobili e complessi, che hanno lo scopo di farci capire chi siamo e chi vogliamo essere.

Il nostro lavoro è parte di noi stessi, è scritto nel Dna ed è diverso per ogni persona.

Ma non ci è dato modo di conoscere davvero cosa vogliamo fare nel mondo, finché non troviamo i modi e i mezzi per comprenderlo. Il lavoro, infatti, è un percorso a tratti riflessivo, che al contrario di ciò che pensiamo, non si lega soltanto a un’esigenza materiale, di denaro appunto, ma anche ad una necessità psichica.

E’ il completamento del sé,

obiettivo principe delle nostre riflessioni, ovvero la ricerca della felicità e della libertà, in una società che talvolta, con le sue mille regole, lo vieta.

“L’amore e il lavoro sono per le persone ciò che l’acqua e il sole sono per le piante” Jonathan Haidt

L’Italia oggi, lontano dal pensiero che ho nutrito finora, presenta il lavoro come una piaga di cui a stento si scorgono le soluzioni. Si tratta di un’iperbole in negativo, cresciuta a causa di una serie di riforme errate e un processo di globalizzazione sempre crescente e inarrestabile. Più volte si è cercato di operare dal punto di vista legislativo per migliorare le condizioni lavorative italiane, in virtù del fatto che il nostro stato, secondo quanto espresso nella prima legge costituzionale, si fonda proprio sul lavoro.

Un esempio importante è dimostrato con la Riforma Biagi,

definita nel 2003, allo scopo di aumentare il numero di occupazioni professionali. Il risultato, poco sperato, è stato un “dualismo di mercato”, che ha visto da un lato lavoratori tutelati da un contratto a tempo indeterminato e dall’altra la crescita di una realtà, a mio parere quasi spaventosa, di oltre 2milioni di occupati a tempo determinato, vincolati a contratti di lavoro limitati nel tempo e lontani dalla tutela delle organizzazioni sindacali.

Il sogno di un lavoro felice, soprattutto per i migliaia di giovani e giovanissimi italiani, verrà ulteriormente sfumato dalla Riforma Fornero del 2011. L’unico risultato ottenuto con questo specifico emendamento legislativo è stato l’invecchiamento della popolazione lavorativa, con la conseguenza, del tutto prevedibile, di uno stato di scoraggiamento generale esteso alla maggioranza del popolo italiano. A questa entità di errori dobbiamo aggiungere il mercato sempre più globalizzato e il pressing economico gestito da colossi del marketing, come la Cina e l’India, a discapito delle piccole e medie imprese del nostro territorio.

“Felice è colui che ha trovato il suo lavoro, non chieda altra felicità” Thomas Carlyle

Parlando del mio vissuto nel mondo lavorativo, credo di essere la rappresentazione fisica della fortuna e della sfortuna di questo processo di ricerca personale. Fin da quando ero adolescente la mia strada era già definita. Sapevo cosa volevo da me stessa e cosa dimostrare alla società. Ma ciò non è stato così semplice, anzi. Il settore della libera professione, soprattutto in giovane età, non può che essere un cammino in salita. Era quasi impossibile trovare il sostegno del prossimo e la ragione non è di difficile comprensione. Eppure nonostante tutto, tornassi indietro, farei ancora la medesima scelta che feci allora. Perché se il tuo percorso professionale si conclude con la scelta giusta, allora sentirai meno il peso del tuo impegno, per tutta la vita. A insegnarmi questo e farmi giungere a queste conclusione è stato il grande maestro Confucio, che più di altri, con l’ausilio di poche semplici parole, ha portato la luce al mio io più recondito. Egli disse: “Scegli il lavoro che ami e non lavorerai neppure un giorno della tua vita”.

Lavorare è necessario per vivere,

ma non deve risultare una privazione della propria felicità e libertà, con tutti i sacrifici che può comportare. Scrivere per me rappresenta questo e auguro a chiunque di ottenere un risultato simile dalla propria ricerca del sè, affinchè lavorare diventi un’azione che assicuri il bene e allontani il male.

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