“Se vuoi la pace prepara la guerra”. Dai Romani ai giorni nostri, chi prepara la guerra con l’idea di avere pace nel Mediterraneo?

“Se vuoi la pace prepara la guerra”. Dai Romani ai giorni nostri, chi prepara la guerra con l’idea di avere pace nel Mediterraneo? L’analisi geopolitica

di Franca Colozzo

Che cos’è la Pace?

Parola spesso abusata, violata, intrisa di sangue, amata e dispregiata dall’uso improprio della forza, la pace si attesta come foriera di armonia e di civile convivenza tra tutti gli uomini. È in fondo preziosa come l’acqua che ci disseta e come il pane che ci nutre, simbolo anch’esso di condivisione di risorse. Ma per coltivare la pace e per far sì che essa sia duratura, occorre lottare ogni giorno per preservarla.

Dicevano gli antichi Romani:

“Si vis pacem, para bellum” (in latino: «se vuoi la pace, prepara la guerra»),

locuzione latina di autore ignoto ma molto diffusa tra gli stessi fautori della pace.  Cosa si vuole intendere con ciò? Che bisogna armarsi preventivamente o elaborare strategie tali da scoraggiare ogni tentativo di usurpazione del diritto alla pace da parte di tutti gli uomini?

Conoscendo per esperienza la natura degli uomini e la viltà che sovente caratterizza le azioni umane, si addiviene alla pace solo con una mirata capacità diplomatica e strategica.

Dal momento che “Historia docet”, la storia, magistra vitae, ci insegna l’evoluzione del percorso della civiltà umana, fatto a volte di salti evolutivi, altre volte di retrocessioni. Ci si accorge che molto dipende non solo dalle proprie radici storico-culturali, ma soprattutto dal sistema educativo vigente e dagli obiettivi che si vogliono raggiungere in termini di tolleranza e di convivenza pacifica.

Io chiamerei questi parametri: democrazia.

Quest’ultima,  però, non basta da sola a sconfiggere l’ignoranza che sembra allignare sempre più nel variegato sistema sociale a causa della diffusione troppo rapida delle informazioni, spesso non veicolate correttamente.

I social media possono rappresentare uno strumento a doppio taglio: da una parte veicolano informazioni alla velocità della luce; dall’altra inviano molto spesso informazioni di bassa portata culturale a fronte dei bisogni dei gruppi di potere dominanti, finanziari, politici, etc. Basti pensare che prima del 1990 tutte le informazioni a livello globale viaggiavano lentamente, ossia prima dell’avvento e della nascita  del World Wide Web (1991).

Infatti. Fu allora che, presso il Cern di Ginevra, il  ricercatore Tim Berners-Lee definì il protocollo HTTP (HyperText Transfer Protocol), un sistema che permette una lettura ipertestuale, non-sequenziale dei documenti, saltando da un punto all’altro mediante l’utilizzo di rimandi (link o, più propriamente, hyperlink). Una grande rivoluzione certamente che ci consente connessioni con il mondo, laddove prima era solo uno strumento di sicurezza strategico limitato alle potenze internazionali.

Ma poi? Non si è visto un riflesso positivo di ciò sulla pace e sull’interconnessione con finalità umanitarie. Dovremmo quindi passare a una svolta epocale dell’attuale società tecnologica per far sì che la rete diventi uno strumento ancor più valido di conoscenza, un incubatore di essa, intesa in senso globale senza divisioni tra razze, religioni, genere secondo i dettami degli Human Rights,  alla base dell’Onu stesso.

Il progetto di “divide et impera” motto latino («dividi e comanda»),

con cui si vuole significare che la divisione, la rivalità, la discordia dei popoli soggetti giova a chi vuole dominarli, purtroppo è oggi più che mai attuato dalle potenze imperialistiche.

Basti pensare ai vari muri ipotizzati (da Trump verso il Messico) o realizzati per sbarrare il flusso di migranti (Europa), ai respingimenti effettuati a mare di masse di disperati sui barconi e l’ecatombe che ci lascia sgomenti dal momento che il “Mare Nostrum”,

il Mediterraneo una volta culla di civiltà, oggi è diventato un sepolcro di miglia di poveri naufragi.

Proprio con l’avvento per il mondo musulmano (giorno 6 maggio) del mese del Ramadan,  durante il quale si celebrano, unitamente al digiuno,  la pace e la fratellanza tra gli uomini,  dovremmo riflettere su tutte le intolleranze che ancora dominano il mondo e cercar di far sì che il dialogo interreligioso diventi il volano della pace e dell’amore universali.

Papa Francesco predica questo dalla sede del Papato di Roma, ma quanti cristiani lo seguono se il suo appello rimane spesso inascoltato? Dovremmo far sì che tutti gli uomini di buona volontà costruiscano un arcobaleno di luce, un ponte interreligioso e interculturale, lasciando alle spalle rivalità tribali o interessi di parte. Una piccola scintilla di luce (raggiungimento di un’intesa per il cessate il fuoco a Gaza) si è accesa lunedì 6 maggio in Medio Oriente, grazie alla mediazione dell’Onu e dell’Egitto. Speriamo che questa tregua duri anche in considerazione dei tanti morti da ambo le parti, in prevalenza palestinesi. Ma altri focolai di guerra dovrebbero essere spenti e mi riferisco soprattutto alla Siria, campo di battaglia delle superpotenze, allo Yemen, alla Libia, per non parlare del Venezuela e delle decine e decine di conflitti dimenticati dal mondo, brace che arde sotto le ceneri, come ad esempio in Kashmir (conflitto tra India e Pakistan).

Purtroppo finché l’Onu non assolverà pienamente alla funzione a cui è stato chiamato e lascerà mano libera alle superpotenze, spesso in preda alle intemperanze degli uomini che le guidano, il mondo non vedrà la pace agognata. Prevalgono gli interessi economici dei signori della guerra, lo sfruttamento intensivo delle risorse, la depredazione delle ricchezze dell’Africa e dei paesi ricchi di materie prime, la prevaricazione dell’uomo sull’uomo, le questioni alla base dei passati e moderni conflitti (cito per onestà intellettuale le deportazioni degli schiavi dall’Africa verso l’America e il colonialismo europeo, che tanti danni ha procurato all’attuale assetto geopolitico mondiale).

Senza entrare nel dettaglio, perché occorrerebbe una lunga trattazione in merito, ritengo che

finché entreranno in gioco fattori legati a una visione prettamente consumistica ed egocentrica, non si addiverrà mai alla pace nel mondo.

E’ risaputo che la pace è anche foriera di benessere economico e che genera un effetto di proficui scambi commerciali con ricadute sull’economia dei singoli paesi interessati. Effetti devastanti per l’economia globale, a parer mio, sono invece determinati dalla chiusura delle frontiere, dai nazionalismi a oltranza, dagli embarghi e da tutte quelle misure atte a privilegiare sistemi economici chiusi. Così come la sudditanza di molti popoli a poteri teocratici può costituire una limitazione al libero scambio.

L’Europa dei padri costituenti, nonostante le sue molte pecche, rappresenta un valido esempio di libera circolazione all’interno dei paesi UE, avviata dopo un lungo iter dall’iniziale Mec (Mercato Economico Europeo) fino ai giorni nostri.

La mancanza di umanità, di tolleranza, di fiducia negli altri

spinge i popoli  a chiudere le frontiere e a isolarsi. Il populismo, cui si stanno affacciando molti paesi europei, è il risultato di una dissennata campagna volta ad additare il migrante quale causa di tutti i problemi attuali, generati da una crisi economica senza precedenti dopo la devastante onda lunga della crisi americana del 2008.

Per concludere, credo che le organizzazioni di pace, quali l’Inspad di cui faccio parte, debbano coalizzarsi tra di loro e premere sull’Onu. Certamente la massa di persone e di idee creerà uno tsunami di cambiamento.

[immagine tratta da rigenerazioneevola.it]

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