Preoccupazioni, rimorsi e rimpianti affollano la mente anche quando siamo in silenzio? La schiavitù del caos: i rumori dettano il ritmo quotidiano

Preoccupazioni, rimorsi e rimpianti affollano la mente anche quando siamo in silenzio? La schiavitù del caos: i rumori dettano il ritmo quotidiano

di Marco Magliozzi*

“In quel silenzio rarefatto e invisibile che abita ognuno di noi c’è la prevenzione, la cura, la soluzione dei nostri disagi”, Laura De Rosa

Viviamo in una società basata sul rumore: voci, schiamazzi, tv, internet, telefoni, notifiche di Whatsapp o di altre applicazioni presenti sul nostro smartphone, clacson che strombazzano all’impazzata, auto che sfrecciano sull’asfalto a tutte le ore. Ognuno di noi, in maniera differente, si è ormai adattato a vivere in questo caos sonoro.

In questo mondo pieno di chiasso, caratterizzato oramai da quello che viene definito inquinamento acustico, ciò che maggiormente manca è il silenzio,

il piacere del silenzio.

Il frastuono è una costante nelle nostre vite e l’assenza di ogni tipo di rumore ci destabilizza. Ci si guarda attorno sbalorditi, quasi impauriti, quando gli abitudinari e ormai familiari suoni che ci circondano cessano all’improvviso, per qualsiasi, anche se rara, coincidenza. Poi tutto riprende come prima e si tira un sospiro di sollievo.

Siamo talmente disavvezzi al silenzio che, quelle volte che capita di percepirlo, subitaneamente il nostro cervello cerca di riempire quel vuoto lasciato innescando milioni di pensieri, spesso confusi e sparpagliati. La nostra voce interiore immediatamente prende il posto delle parole altrui, di quei suoni caotici che nascono dall’ambiente in cui viviamo.

Preoccupazioni, rimorsi e rimpianti, fanno capolino pur di tenerci compagnia, pur di tenerci legati all’abitudine di ascoltare qualcosa o qualcuno.

Quante volte tendiamo a riempire i silenzi, quegli imbarazzanti silenzi che si creano quando parliamo con le persone. Negli ascensori dei palazzi, nella sala d’attesa di uno studio medico o su un mezzo pubblico, ci sentiamo costretti a dire frasi di cortesia, commentando il meteo, il troppo caldo o il troppo freddo, o propinando altri classici luoghi comuni. Se dobbiamo raggiungere un luogo, a piedi o con qualsiasi altro mezzo, generalmente tiriamo fuori il telefono e chiamiamo qualcuno, così da occupare quel tempo morto. Vediamo attorno a noi moltissime persone chine sul proprio smartphone, intente a controllare messaggi, notifiche o semplicemente a scorrere con sguardo perso lo schermo con le dita. Un modo come un altro per riempire un vuoto, creato dalla mancanza di allenamento nello stare a contatto con se stessi. Spesso chiacchieriamo con chi ci circonda per evitare il senso di vuoto o perché ci convinciamo che avere sempre qualcosa da dire ci renda più interessanti, ma tutto ciò non facilita né migliora le relazioni. Si crede che i grandi comunicatori non si trovino mai in imbarazzo o “senza parole”, cercano di evitare i silenzi, di riempire ogni pausa con un diluvio di parole. Nulla di più falso.

Il silenzio è la più alta forma di comunicazione.

L’ascolto nasce dal silenzio, dalla capacità di comprendere profondamente l’altro e, molto di più, se stessi.

Siamo abituati ad ascoltare non per capire ma per rispondere: molti fingono di ascoltare, in realtà mentalmente si stanno preparando alla risposta da dare, non appena trovano uno spiraglio, una debolezza nelle parole dell’altro, un attimo di esitazione.

Impariamo a usare la quiete come forma di benessere:

entrare in sintonia, in contatto con se stessi, far pace con i propri pensieri interiori, è una grande auto-terapia.

Coltiviamo una nuova disciplina del silenzio affinché non rappresenti semplicemente il vuoto, l’assenza di suono. Il silenzio è presenza, è la base per poter organizzare il nostro pensiero, vivere appieno le nostre emozioni, comunicare efficacemente con noi stessi e con il prossimo.

Scriveva Pitagora: “L’inizio della saggezza è il silenzio”.

Praticare il contatto con se stessi significa iniziare a ridare importanza a ciò che abbiamo perso, riappropriarsi di sane e costruttive pratiche che ci permettano di incontrare nuovamente il nostro “IO” interiore. Osserviamo la nostra realtà interiore, sono i dettagli e le sfumature, spesso quasi impercettibili, a fare la differenza. Durante una passeggiata, lasciamo lo smartphone in tasca o nella borsa, portiamo la nostra attenzione al mondo che ci circonda, ai colori, alle persone, al loro modo di camminare, al loro modo di vestire, ai cani, ai gatti, al cielo sereno o nuvoloso.

Creiamo un nostro silenzio interiore, ritagliamo per noi del tempo lontano dai rumori, dai suoni invasivi, dall’inquinamento acustico prodotto dall’ambiente.

Nel silenzio impareremo ad ascoltare, a comunicare, a leggere oltre le parole.

“Non portarti dietro i tuoi pensieri, la tua conoscenza, non portarti dietro niente di ciò che riempie il secchio, e che non è altro che acqua, perché altrimenti guarderai sempre e solo il riflesso, e nient’altro. Nella ricchezza, nei beni materiali, nella casa, nell’automobile, nel prestigio, tu non vedrai che il riflesso della luna piena nell’acqua del secchio, mentre la luna vera è li, in alto, che ti aspetta da sempre. Lascia cadere il secchio, cosi che l’acqua sfugga via, e con essa la luna. Solo questo ti permetterà di alzare lo sguardo e vedere la vera luna nel cielo; ma prima devi avere conosciuto il sapore del vuoto, devi lasciar cadere il secchio della tua mente, dei tuoi pensieri: non più acqua, né luna. Il vuoto nelle mani” (Jung – Libro Rosso).

*psicologo-psicoterapeuta, esperto in Pnl e criminologia

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