Lavorat(t)iva-Mente. Il nuovo oceano per la vecchia nave

Uno dei problemi per il nostro paese, l’Italia, è quello del lavoro. La nuova rubrica Lavorat(t)iva-mente. Il nuovo oceano per la vecchia nave

di Angelo Ivan Leone

Uno dei problemi, non necessariamente il primo, ma certamente quello che la pubblica opinione sente essere il primo dei problemi, nel senso materialistico del termine, per il nostro Paese è quello del lavoro.

L’argomento è di fondamentale importanza, anche perché le varie classi dirigenti e governative, che abbiamo avuto dalla fine della tanto vituperata Prima Repubblica ad oggi, non paiono aver posto nessun freno a quella crisi che data dal 1992 e che, con quest’anno, ha compiuto 27 anni tondi, tondi.

Eravamo, quindi, in crisi da ben prima che la crisi mondiale del 2007-2008 venisse a travolgere il capitalismo finanziario americano e mondiale. Occorre però, a questo punto, mettersi d’accordo sul giusto termine da dare alle cose.

Una crisi, se dura da così tanto tempo, è bene interrogarsi su come definirla esattamente perché, stando alla parola, la crisi è un qualcosa di passeggero, contingente e comunque superabile, ma se una crisi dura da 27 anni e non è legata a un preciso accadimento e se, soprattutto, non se ne vede la fine, non è di una crisi che stiamo parlando, ma di una cosa un tantinello diversa che si chiama in tutt’altro modo:

decadenza.

Descriviamolo allora questo ultimo quarto di secolo di decadenza italiana, in un Paese sempre più diviso, innanzitutto tra nord e sud, e che, pur essendo sempre più diviso, rimane sempre, paradossalmente e nemmeno tanto, uguale a se stesso. Un Paese legato e intrecciato in oscene conventicole dove figurano capi, capetti e lacchè, un Paese con un mondo e, nello specifico, un

mondo del lavoro essenzialmente patriarcale e, forse oggi più di ieri, misogino e maschilista.

Un Paese che è rimasto figlio di se stesso e di quelle grandi entità che già il fascismo individuò in strapaese e stracittà. Il nostro Paese è, infine, inserito in un sistema industriale che non è mai realmente cambiato, dove sopravvivono solo e sempre delle piccole e medie aziende afflitte da quella che, molto pertinentemente, viene chiamata: “sindrome da Peter Pan”. Purtroppo questo sistema che ha dato all’Italia il tanto decantato “miracolo economico”, che fu un miracolo solo per una determinata parte del Paese, non ha retto e non poteva reggere con il suo nanismo nell’epoca attuale, fatta da giganti industriali e di nuovi attori politici come i Brics che sono mastodontici, sin dalle dimensioni delle popolazioni:

1miliardo e 400milioni di abitanti in Cina e 1miliardo e 300milioni l’India.

In questa epoca dove tutti diventano sempre più “troppo grandi per fallire”, noi opponiamo il classico schema italiano a conduzione famigliare e familistico dell’aziendina con non più di 15 dipendenti. E’ un po’ come partecipare alla Seconda guerra mondiale come ci partecipò la Polonia: con i cavalli contro i carri armati o come, meglio ancora, ci partecipò la stessa Italia: senza portaerei, ma tanto

“Noi non abbiamo bisogno di portaerei perché Taranto è già una portaerei naturale” Mussolini dixit.

Tuttavia non si tratta di meri problemi di proporzione, o comunque, non soltanto ed essenzialmente del nanismo del nostro sistema industriale, perché questo nanismo e questo familismo si riflettono in maniera deleteria anche a livello mentale e psicologico.

In Italia, infatti, ci si fida più della famiglia che dello stato,

o peggio ancora, horribile dictu, del mercato, anche e soprattutto in termini lavorativi. La cosa sembrerebbe ridicola in un Paese che si dice capitalista e nel quale, per via di questo fidarsi della famiglia e di questo familismo esasperato ed esasperante, l’economia informale, con i legami atavici che la famiglia sviluppa, sembra trionfare sempre sull’economia formale. Tutto questo, naturalmente, genera l’enorme aspetto del lavoro nero e sommerso che è altra caratteristica precipua e fondamentale del sistema italiano.

Il familismo industriale italiano

ha anche un’altra faccia: quella di rendere il Paese nella conduzione delle sue poche industrie importanti e a dimensione realmente grande come cosa aliena e, soprattutto, “cosa loro” che si spartiscono poche e privilegiate famiglie, senza far entrare nessuno nei loro salotti più sprangati e chiusi di quelli della nobiltà nera romana all’indomani della presa di Roma e della breccia di Porta Pia (1870). Tutta questa chiusura, questo scarso ricambio e insufficienza nell’affrontare nuove sfide industriali in un mondo radicalmente cambiato delineano con chiarezza il profilo di un Paese che reca in sé le stimmate non solo della decadenza, che già di quello è giusto che si parli e non più di crisi, ma di un puro e semplice avvitamento su se stesso che porta al sottosviluppo.

Non c’è infine il capitalismo garibaldino

che ha sempre connaturato in positivo in passato il nostro sistema industriale. Parlo di quel capitalismo dei capitani coraggiosi alla Enrico Mattei che faceva paura ai padroni veri di questo mondo o almeno di quel mondo di stretta osservanza americana. “Ed è pure morto, poveretto…” Giulio Andreotti, quando ti sale quel brivido lungo la schiena e non sai spiegarti il perché. Scomparso quel capitalismo garibaldino,

sono venuti meno, uno alla volta, tutti i vecchi ammiragli della nostra “portaerei naturale” gli Agnelli, i Falck e i Cuccia.

Tanto per citarne alcuni che avevano non tanto “quel supplemento d’anima” di cui parla, a giusta ragione, Bergson, quanto quel tantinello di attributi per avere mano ferma e schiena dritta dinanzi all’attacco alle loro aziende e banche da parte del capitalismo e dei capitalisti stranieri.

Scomparsi i capitani coraggiosi, venuti meno, per ragioni cogenti i vecchi ammiragli, si naviga a vista con tanti, forse troppi, sottoufficiali del mare in un oceano nuovo: quello della globalizzazione e dello scontro tra sistemi industriali titanici e con volume d’affari mastodontici.

Così la nave Italia va, quasi per inerzia, spinta soltanto a forza di nude braccia dai vogatori, dai lavoratori con quella vocazione all’impegno e al sacrificio che hanno reso e rendono grande il nostro popolo.

Il problema è che il governo, che di questa nave dovrebbe essere il capo, su tutto questo di cui ho scritto non s’interroga e non si cura di avere alcuna rotta né tantomeno di tracciarla, troppo impegnato a inseguire un facile successo fine a se stesso. Così la nave Italia va senza rotta e senza timoniere, ammiraglio e capitano, non si sa nemmeno più dove. In Russia risponderebbero: “Cërt snaet” “Il diavolo lo sa!”.

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