Fallire: perché gli esseri umani ripetono sempre le cose che non funzionano? Il cervello è un alleato

Il fallimento e i comportamenti. Perché gli esseri umani ripetono sempre le cose che non funzionano? Il cervello è un alleato: cambiamo approccio

di Marco Magliozzi*

Negli esseri umani abbiamo osservato una caratteristica curiosa. Se scoprono che qualcosa che fanno non funziona, la fanno di nuovo”.

Richard Bandler

Iniziare questo articolo con le parole di questo autore non è un caso, anzi, è una scelta più che precisa. Richard Bandler e John Grinder, i padri della Programmazione neuro linguistica, portarono avanti, negli anni ’80, numerose ricerche focalizzate sullo studio dei comportamenti umani. Ciò che scoprirono è che un numero elevato di persone, per scelta o in maniera inconsapevole, tendono a replicare comportamenti e atteggiamenti disfunzionali che inevitabilmente li portano a ottenere risultati poco soddisfacenti o addirittura nulli.

Inoltre nel corso della ricerca notarono che i partecipanti, sperando in un esito differente, perpetravano invece gli stessi identici modi di fare.

Lo stesso Einstein affermava che:

stupidità significa fare e rifare la stessa cosa aspettandosi risultati diversi”.

Insomma, un concetto espresso senza giri di parole. In questa frase, molto diretta e concisa, è racchiuso il paradosso del comportamento umano: desiderare un effetto diverso pur applicando lo stesso comportamento che, precedentemente, non aveva dato i suoi frutti.

Del resto il nostro cervello, da un punto di vista prettamente neurologico, tende alla replicazione delle stesse modalità, proprio come un computer che, per l’appunto, elabora dei dati in entrata e, attraverso un processo automatico, genera dati in uscita.

Il cervello prevede quindi, in maniera naturale, una sola soluzione, come se fosse l’unica esistente e adottabile.

Per spiegare meglio questo concetto, la psicologia contemporanea usa la definizione di “coazione a ripetere”: quante volte, infatti, ci sarà capitata una brutta esperienza ma, chissà per quale motivo, le volte successive non siamo riusciti a prevenire il problema?

Una delle spiegazioni è legata all’istinto di autoconservazione e al bisogno inconsapevole di sentirsi al sicuro: la nostra mente, poco allenata alla ricerca di alternative, preferisce maggiormente strade “già note”, seppur comportino risultati non soddisfacenti.

“Preferisco fallire ma sapere dove sto andando, piuttosto che rischiare di farcela ma non sapere dove questa strada mi condurrà”.

Quali sono quindi i passi da compiere per superare questo meccanismo di “auto-sabotaggio”?

Il primo step è sicuramente l’auto-analisi: prendiamoci del tempo per riflettere sui nostri comportamenti disfunzionali che non comportano i risultati sperati.

  • Come agisco?
  • Quali modalità metto in atto?
  • Su cosa focalizzo maggiormente la mia attenzione?
  • Qual è la natura dei miei pensieri? Sono proiettati al positivo o al negativo?

Una volta compreso il nostro modus operandi, occorre quindi trovare strade alternative.

Il cervello è nostro alleato e, anche se come detto tende alla replicazione, ha la meravigliosa caratteristica di essere flessibile, modificabile o, se volessimo utilizzare un termine caro alla scienza, neuro-plastico.

Per neuro-plasticità si intende la capacità del cervello di variare la struttura delle connessioni e ciò si traduce anche con la modifica dei nostri pensieri e comportamenti.

Il secondo step consiste nel rendere i pensieri nostri alleati.

Come? Interiorizzando questi concetti facendoli propri:

  • Replicare lo stesso schema, porta inevitabilmente al fallimento.
  • Una strategia diversa comporta un risultato indubbiamente differente dal precedente.
  • Se non dovesse funzionare, possiamo cambiare potenzialmente all’infinito.
  • Esistono numerose strade per arrivare alla nostra destinazione.
  • Togliamo i “para-occhi” e guardiamoci attorno con curiosità.

Quando chiesero a Thomas Edison (l’inventore della lampadina) quale fosse il suo stato d’animo dopo aver fallito 5.000 esperimenti ed esserci finalmente riuscito al 5.001esimo tentativo, lui rispose:

io non ho fallito 5.000 esperimenti. Ho avuto successo 5.000 volte, gli insuccessi mi hanno insegnato che quei materiali non funzionavano”.

Non esistono fallimenti, ma solo opportunità di cambiamento”, afferma la Pnl. Niente di più vero. La coazione a ripetere ci conduce nella reiterazione di uno schema, fino a quando non impariamo quale opportunità tale ripetizione vuole insegnarci.

Il terzo step, e più importante, consiste nel metterci finalmente in gioco.

“Sperimentare” è la parola magica. Passare dalla teoria alla pratica è spesso il passo più difficile. Uscire dalla strada sicura per intraprenderne una nuova non è mai facile ma con la guida di un esperto capace di accompagnarci, il processo di cambiamento sarà indubbiamente più agevole.

*psicologo-psicoterapeuta, esperto in Pnl e criminologia

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