Troppo brutta per essere violentata? La sentenza viene annullata, il processo è da rifare. Ma lo stato di diritto cos’è?

Stato di diritto: cos’è in Italia? La sentenza della Corte di appello di Ancona aveva fatto discutere: troppo brutta per essere violentata. Sentenza annullata e processo in appello da rifare

di Tiziana Cecere*

Nelle ultime settimane tutta la popolazione Italiana pare si sia chiesta se anche nelle aule di giustizia fosse stato indetto il concorso di Miss Italia.

Strano ma vero, la notizia della sentenza emessa dalla Corte di appello di Ancona ha fatto il giro del paese provocando sdegno, infatti pare che la ridetta Corte, per motivare la sentenza di assoluzione a carico di due giovani accusati di stupro a una coetanea di nazionalità peruviana, abbia fatto riferimento “alla scarsa avvenenza fisica della vittima di aspetto mascolino e quindi troppo poco piacevole per essere la vittima di uno stupro”.

Sono state riportate sui giornali anche le dichiarazioni del procuratore generale della Corte di appello di Ancona: “La mancata attrazione sessuale del presunto stupratore nei confronti della vittima possa rappresentare un elemento a sostegno della mancanza di responsabilità, credo debba essere evitato perché si rischia di appesantire lo stress cui la vittima è già sottoposta”.

La sentenza è stata annullata con rinvio dalla Corte di Cassazione e dunque il processo di appello sarà da rifare.

In uno stato di diritto come il nostro non possiamo aderire alla considerazione che lo stupro non sia credibile perché la vittima è da considerarsi troppo brutta per essere stuprata.

Ma cosa intendiamo per stato di diritto?

Lo Stato di diritto è quella forma di stato che assicura la salvaguardia e il rispetto dei diritti e nel concetto dello stato di diritto si presuppone che l’agire dello stato sia sempre vincolato e conforme alle leggi vigenti: dunque lo stato sottopone se stesso al rispetto delle norme di diritto, e questo avviene tramite una Costituzione scritta.

Dinanzi a reati gravi che violano fisicamente e moralmente la persona come la violenza sessuale non è accettabile procedere con valutazioni di discriminazione o eccessivamente creative ma ci si aspetta l’attinenza solo ai principi giuridici tecnici.

La morale pubblica però non sa probabilmente che i magistrati giudicanti devono fare i conti nei processi e nella valutazione della responsabilità penale con la regola dell’“oltre ogni ragionevole dubbio”, che impone di

“pronunciare condanna, quando il dato probatorio acquisito lascia fuori solo eventualità remote, pur astrattamente formulabili e prospettabili come possibili in rerum natura, ma la cui concreta realizzazione nella fattispecie concreta non trova il benché minimo riscontro nelle emergenze processuali, ponendosi al di fuori dell’ordine naturale delle cose e della normale razionalità umana”.

Il procedimento logico non dissimile dalla sequenza del ragionamento dettato in tema di prova indiziaria dall’art. 192 c.p.p., comma 2, deve condurre alla conclusione caratterizzata da un alto grado di credibilità razionale, quindi alla “certezza processuale” che, esclusa l’interferenza di decorsi alternativi per cui la condotta sia attribuibile all’agente come fatto proprio e diretto.

Alla luce di questo orientamento nomofilattico preesistente dal 2006, i giudici di legittimità ordinaria, devono partire dal presupposto secondo cui “la prova indiziaria è quella che consente la ricostruzione del fatto in termini di certezza tali da escludere la prospettabilità di ogni altra ragionevole soluzione”.

Certamente commentare le sentenze senza aver letto tutti gli atti processuali diventa sempre azzardato e fuorviante poiché non si possono avere a disposizione tutti gli elementi in possesso dei magistrati giudicanti.

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