Minori sul web, i genitori esposti per le malefatte dei figli. Sono responsabili dei danni cagionati da loro

Minori sul web, il Codice civile prevede che padre e madre rispondano dei danni cagionati dal figlio, e possono liberarsi da tale onere solo laddove forniscano una rigorosa prova di non aver potuto impedire il fatto

di Barbara De Lorenzis*

A seguito della vicenda di accesso ai dati personali su Facebook, il social di Mark Zuckerber ha introdotto limiti di accesso alla piattaforma più rigorosi per i minori di quindici anni che, per determinate attività, dovranno avere il consenso di almeno uno dei genitori. Si tratta perlomeno di un tentativo per cercare di porre un freno non solo alle attività online dei minori, ma anche per proteggere i loro dati più che mai sensibili anche alla luce del Gdpr .

In tal senso il Regolamento europeo sulla privacy prevede espressamente all’art. 8 che il trattamento dei dati di un minore

“è lecito ove il minore abbia almeno 16 anni. Ove il minore abbia un’età inferiore ai 16 anni, tale trattamento è lecito soltanto se e nella misura in cui tale consenso è prestato o autorizzato dal titolare della responsabilità genitoriale”. 

Per la prima volta, a livello sovranazionale, viene sancito il limite di sedici anni per la prestazione autonoma del consenso, salvo prevedere per gli stati membri la possibilità di indicare una diversa età purché, in ogni caso, non sia inferiore ai tredici anni. Proprio quella minima prevista da Facebook si potrebbe ironizzare. In ogni caso si tratta di una importante deroga all’articolo 2 del Codice civile, secondo cui

la capacità giuridica si acquisisce al compimento del diciottesimo anno.

Per quanto il regolamento, così attuato, cerchi di tutelare i minori, il vero problema si pone non solo nei casi in cui i dati vengano usati in maniera impropria o da soggetti non autorizzati ma, principalmente, dall’uso che i minori possono fare dello strumento telematico.

Partiamo dal dato statistico a noi più rilevante:

il 55% dei bambini di 12 anni in Italia ha un profilo social

così come lo hanno il 32 % degli undicenni; ma il 10% di chi ha dieci anni già accede alle piattaforme. Dati non proprio irrilevanti e neppure confortanti giacchè l’accesso alla rete è estremamente facile, dovuta spesso a una scarsa attenzione da parte dei genitori ma anche dal dato oggettivo che ci troviamo di fonte ad una generazione nata già con un cellulare in mano e che, verosimilmente, non è consapevole delle modalità d’uso e delle conseguenze. Inoltre, ciò non tiene conto delle non poche situazioni di genitori separati o non conviventi che esercitano congiuntamente la potestà sui figli ma che, di fatto non riescono a passare con il proprio figlio una quantità di tempo tale da riuscire a operare un controllo “efficace” sul comportamento del figlio sul web.

I rischi sono quelli intuibili e immaginabili e vanno da quelli strettamente economici da parte di operatori commerciali che possono venire a conoscenza dei gusti e interessi di una fascia di consumatori altamente sensibile alla pubblicità (con la persecuzione celata dei c.d. cookies) fino a quelli derivanti da un uso incondizionato dello strumento mediatico che possono sfociare nella diffusione incontrollata di immagini e filmati, cyberbullismo, digital kidnapping fino all’adescamento da parte di adulti o comunque malintenzionati. Resta ovviamente il fatto che

tramite cellulare e computer possono essere commessi i reati più tradizionali,

che spaziano dall’ingiuria alla diffamazione, ma che possono anche giungere fino all’induzione al suicidio (fenomeno blue whale), ipotesi non remota laddove si considerino le vicende di ragazzini che si sono tolti la vita perché presi di mira per il loro peso o l’aspetto fisico, per il loro orientamento sessuale o semplicemente per il proprio carattere eccessivamente mite e pacifico.

E gli insulti online, in alcuni casi, non sono cessati dopo la morte. 

E allora, quale è il ruolo che il genitore deve assumere verso questo fenomeno?

Partendo dalla responsabilità dei genitori per il fatto dei figli e considerato il dovere di educazione e di vigilanza gravante su di essi, è lecito un controllo così invasivo della vita del figlio? Certo, anche il minore ha i suoi diritti.

Su questo punto, la Convenzione dei diritti sul Fanciullo siglata a New York nel 1989, statuisce che

«nessun fanciullo sarà oggetto di interferenze arbitrarie o illegali nella sua vita privata, nella sua famiglia, nel suo domicilio o nella sua corrispondenza, e neppure di affronti illegali al suo onore e alla sua reputazione».

Secondo la convenzione, per fanciullo si intende il minore d”età (art. 1) e nelle decisioni che lo riguardano occorre sempre avere riguardo al suo superiore interesse (art. 3). La Suprema Corte, ha sostenuto che “il dovere di vigilanza non può giustificare qualsiasi intromissione indebita nella sfera del minore”. La valutazione, quindi, va effettuata caso per caso, avendo riguardo all”età del ragazzo, al contesto ed all’effettiva necessità del controllo eseguito al fine di tutelare il minore.

In particolare, la Corte ha precisato che:

«il diritto/dovere di vigilare sulle comunicazioni del minore da parte del genitore non giustifica indiscriminatamente qualsiasi altrimenti illecita intrusione nella sfera di riservatezza del primo […] ma solo quelle interferenze che siano determinate da una effettiva necessità, da valutare secondo le concrete circostanze del caso e comunque nell”ottica della tutela dell”interesse preminente del minore e non già di quello del genitore».

Dunque, al genitore è consentito vigilare sulle comunicazioni del minore a fini educativi o di protezione, ma esclusivamente per il perseguimento delle finalità per cui il potere (di vigilanza) è conferito.

Il potere /dovere di vigilanza del genitore indubbiamente assume una rilevanza oggi che il minore, attraverso gli strumenti quali smartphone, tablet e pc, si immette nel mare delle informazioni globali, commenta, interagisce con minori per cui si predispone, pertanto, a comportamenti un pò espressione dell’età, talvolta espressione di problematiche socio culturali, famigliari e psicologiche. Emblematici sono i casi di cyberbullismo, cui assistiamo abbastanza spesso sulle piattaforme social più diffuse, in cui talvolta gli adolescenti tendono ad assumenre comportamenti mortificanti e irridenti nei confronti di compagni e degli amici del web.

Un caso tra tutti. Il Tribunale di Sulmona ha accolto la richiesta di risarcimento danni avanzata una coppia di coniugi, in proprio e nella loro qualità di genitori di una ragazza minore di anni 18, in conseguenza agli illeciti, riconducibili a episodi di cyberbullismo, commessi ai danni della figlia a opera di suoi coetanei. In particolare, il giudice abruzzese ha sancito la responsabilità per “culpa in educando” ex art. 2048 c.c. dei genitori degli autori dei fatti illeciti, questi ultimi ritenuti colpevoli di avere offerto e ceduto ad altri minori, senza alcuna autorizzazione, materiale pedopornografico (una fotografia della vittima senza indumenti) mediante l’utilizzo del proprio telefono cellulare, e di avere pubblicato il suddetto materiale all’interno di un falso profilo Facebook. Tali condotte, lesive di interessi attinenti la sfera della persona, costituzionalmente rilevanti e protetti dall’art. 2 della Costituzione, quali il diritto alla riservatezza, alla reputazione, all’onore, all’immagine, comportano l’obbligo per i genitori dei cyberbulli (sul presupposto del loro mancato assolvimento dei propri obblighi educativi e di controllo sui figli) di risarcire i danni non patrimoniali conseguiti dalla vittima e dai suoi familiari (Così Tribunale di Sulmona, sez. civile, sentenza 9 aprile 2018, n. 103 ).

L’articolo 2048 del Codice civile prevede espressamente che padre e madre, congiuntamente tra loro, rispondono dei danni cagionati dal figlio, e possono liberarsi da tale onere solo laddove forniscano una rigorosa prova di non aver potuto impedire il fatto. Una prova non sempre facile da poter offrire e che espone i portafogli dei genitori alle malefatte dei figli. 

*avvocata esperta in Diritto di famiglia

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