Welcome to the Mis, Movimento di indipendenza della Sicilia

Il Mis, Movimento di indipendenza della Sicilia, secondo la ricostruzione storica del prof. Leone, ha origini ‘nobili’ e vanta ‘nobili membri’. L’evoluzione, dai servizi segreti alla massoneria

di Angelo Ivan Leone

Il Mis, Movimento di indipendenza della Sicilia, era guidato dal notabile siciliano Andrea Finocchiaro Aprile e rappresentò in quei confusi mesi del ’43 il tentativo unico fatto dalla mafia per staccare la Sicilia dal resto dell’Italia e renderla o indipendente o, tutt’al più, la quarantanovesima stella degli Stati Uniti d’America.

Questo è sintomatico di quanto questo goffo tentativo di indipendenza e di separatismo sia a metà strada tra il buffonesco e l’inquietante.

La sua composizione rispecchia fedelmente le componenti storiche dell’assetto isolano. Lucio Tasca, membro dello stato maggiore del Mis, gran signore, rappresentava la tradizionale nobiltà del latifondo, di cui egli era la mente politica in quel momento. Il leader maximo del Mis, Andrea Finocchiaro Aprile, invece, era un notabile “demo-radical-liberale-antifascista” che, oltre a vantare una tradizione familiare garibaldina, vantava anche un presente di massone tra i maggiori di Palazzo Giustiniani,

ovvero del Grande Oriente d’Italia, lo stesso che tanti anni dopo ospiterà tra le sue logge il venerabile Licio Gelli, per intenderci.

All’interno del Mis, egli rappresentava il monumento vivente del sicilianismo, naturale leader della borghesia mafiosa. L’ultima componente presente nello stato maggiore del Mis aveva il suo leader in don Calogero Vizzini, che invece rappresentava la mafia nel senso più crudo del termine. A pochi mesi dallo sbarco alleato di Gela, un noto rapporto redatto dal capitano Scotten nel dicembre del ’43 precisava che

“l’80% dei comuni della provincia di Palermo era stato affidato – ovviamente dagli Alleati – a mafiosi e separatisti” e che “la mafia ormai dominava i rapporti tra gli alleati e la popolazione”.

I mafiosi siciliani erano in grandisima maggioranza separatisti: Vizzini, Navarra, Genco Russo, Francesco Paolo Bontate detto Paolino, Pippo Calò, il futuro cassiere della mafia, e un giovanissimo Tommaso Buscetta, il futuro pentititissimo, erano tutti dichiaratamente separatisti.

Per quanto riguarda la collaborazione che questo movimento ebbe con l’amministrazione alleata, emblematica è la testimonianza lasciataci dall’agente Vincent J. Scamporino, nella quale si legge che i mafiosi prendevano “parte attiva alle questioni politiche ed economiche dell’isola, con l’obiettivo di aggiustare le cose in Sicilia”. L’agente concludeva che la mafia aveva assunto una linea separatista filo-americana e che “la Sicilia potrebbe diventare la quarantanovesima stella della bandiera americana”.

Sempre per quanto riguarda i contatti tra americani e mafiosi, ancor prima dell’8 settembre, è interessante prendere visione del documento datato 13 agosto 1943, in cui membri dell’Office of strategic service, Oss, prendevano contatto con uomini che gli stessi agenti dei servizi segreti americani definivano leader della mafia.

Tornando all’attività dell’agente Scamporino, è significativo come egli incontrasse personaggi del calibro di Calogero Vizzini e di Vito Guarrasi, avvocato palermitano del generale Castellano, artefice per parte italiana dell’armistizio dell’8 settembre 1943. Il tentativo del Mis fu rivoluzionario a suo modo, in quanto consisteva in un’autentica rottura con lo stesso passato mafioso, volta a innalzare alla dignità di stato indipendente la mafia stessa. Questo tentativo verrà progressivamente abbandonato dopo le iniziali euforie, dovute in parte alla colpevole amministrazione alleata e in parte alla situazione di oggettiva confusione venutasi a creare dopo l’8 settembre, e la mafia tornerà nel corso degli anni alla più tradizionale forma di mediatrice tra lo stato e i siciliani.

Tuttavia, il fenomeno avrà strascichi che perdureranno e continueranno a interessare la nostra storia, ma la cosa che ci sembra più degna di essere messa in evidenza è il mostruoso tentativo fatto, in quei primissimi mesi della Sicilia liberata, di rendere la mafia completamente padrona dell’isola. Questo avrebbe dovuto far riflettere la nostra classe politica di allora come d’ora e spronarla nell’opera di distruzione di tale fenomeno che allora più che mai divenne antistatale.

Purtroppo, ieri come oggi, i nostri politici preferirono e preferiscono accordarsi con quest’associazione

che, come abbiamo visto, ha, oltre che nobili origini, anche nobili membri. E allora noblesse oblige. È questa appunto la responsabilità maggiore che tocca direttamente noi italiani, ovvero la nostra classe politica, quella di aver legittimato la mafia, prima come forma di potere semi-ufficiale ma di importanza fondamentale nella gestione degli affari interni siciliani, e poi come diga estrema posta ad argine della marea social-comunista, da cui i nostri pavidi dirigenti politici temevano di essere sommersi. Questa peculiarità sarà una costante di tutto il periodo etichettato dal nome “Prima Repubblica”, che raggiungerà, in questi anni 1943-1948, livelli di parossismo. Il tutto, inserito nella logica del mondo diviso in due blocchi, dove

sarà la stessa mafia a farsi garante totale dell’ordine capitalista in Sicilia.

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