Il giorno dell’infamia

Il giorno dell’infamia. L’8 settembre del 1943, l’Italia firmò l’armistizio con gli Alleati

di Angelo Ivan Leone

L’8 settembre del 1943, l’Italia firmò l’armistizio con gli Alleati e la notizia venne divulgata al popolo con il famoso proclama del maresciallo Badoglio:

“Il governo italiano, riconosciuta l’impossibilità di continuare l’impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria, nell’intento di risparmiare ulteriori e più gravi sciagure alla Nazione ha chiesto un armistizio al generale Eisenhower, comandante in capo delle forze alleate anglo-americane. La richiesta è stata accolta. Conseguentemente, ogni atto di ostilità contro le forze anglo-americane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo. Esse però reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza”.

L’ultima frase rappresentava tutto ciò che quella monarchia con le ali ai piedi si lasciava alle spalle fuggendo da Roma. I tedeschi diventarono padroni quasi senza colpo ferire di tutta l’Italia centro-settentrionale, mentre il giorno 10 il tremebondo re Vittorio Emanuele III sbarcava a Brindisi, a bordo dell’incrociatore Scipione l’Africano, dal quale scese per interrogare lo stupefatto ammiraglio della base marina, con queste testuali parole: “Ci sono tedeschi a Brindisi?”. “No, maestà” gli rispose l’ammiraglio sbigottito. “Ci sono inglesi?” lo incalzò la reale voce. “No, maestà” gli ripeté il militare. “Chi comanda allora?” lo interrogò il sovrano. “Comando io” rispose l’ammiraglio. “Bene, andiamo” fu il laconico commento di Vittorio Emanuele III.

In quei giorni, il Paese, rappresentato purtroppo da siffatti personaggi, perse non solo la guerra, ma anche la faccia. Il crollo della credibilità delle istituzioni rappresentò un’insperata fortuna per lo strisciante separatismo siciliano, incarnato dal Mis, che ora si ergeva come vero governo siculo, pronto a trattare da pari a pari con chiunque e soprattutto con gli anglo-americani. In questo generale sfacelo, la mafia ebbe gioco facile ad attribuirsi molta più importanza e molti più “meriti” di quelli che in realtà aveva.

È bene ricordarlo, ma mai come nei momenti di generale marasma sociale, come appunto furono quelli che seguirono l’infausta data dell’8 settembre, molti cercano di appoggiarsi a chi deteneva un potere, qualunque esso fosse, pur di averne beneficio in termini di sicurezza. Nell’operazione Husky, così come venne definita in codice l’invasione della Sicilia da parte degli anglo-americani, la mafia giocò, malgrado le apparenze e le mitologie da essa stessa costruite, il solito ruolo infame e secondario fin dalla nascita assegnatole. Il problema non sta tanto, purtroppo, nello stabilire ciò che è vero e ciò che è verosimile, anche se questo ha un’indubbia importanza ai fini della ricerca storico-scientifica, ma quanto nel fatto che il popolo ha riconosciuto alla mafia un potere che è stato, in seguito, legittimato dalla classe politica non americana o anglo-americana, ma italiana. Scaricare la responsabilità che la mafia è diventata quello che sappiamo sulla miope, al massimo, amministrazione anglo-americana è un gioco meschino e vigliacco al quale non ci prestiamo.

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