La questione istriano-giuliano-dalmata

La questione istriano-giuliano-dalmata e il 10 febbraio, la Giornata del ricordo per i martiri delle foibe

di Angelo Ivan Leone

Con il termine di questione istriano-giuliano-dalmata si usa definire in storia il problema delle terre di Venezia Giulia, Istria e Dalmazia facenti parti storicamente dell’Italia perché tradizionalmente colonie e feudi della Repubblica Serenissima di San Marco ossia di Venezia.

Queste terre sono state per circa un millennio colonizzate dai veneziani, in seguito alla cessione della Repubblica di Venezia all’Austria dopo il trattato di Campoformio firmato da Napoleone Bonaparte (1797) esse passarono, come tutta la Repubblica del resto, all’amministrazione austriaca. Da allora fino alla fine della prima guerra mondiale, le terre veneto-giuliane, istriane e dalmate furono amministrate dai funzionari asburgici che tentarono di avvantaggiare l’elemento slavo a danno di quello italiano.

Questo accadeva perché la popolazione italiana più dinamica in economia, più viva culturalmente parlando e socialmente importante era, tuttavia, più pericolosa per l’impero austro-ungarico perché le popolazioni di quelle terre tentavano sempre di ricongiungersi all’Italia con quel movimento patriottico e culturale che fu l’Irredentismo.

Dopo la vittoria italiana nella prima guerra mondiale, le popolazioni e le terre istriano-giuliano-dalmate passarono a ricongiungersi con la madrepatria e l’avvento del regime Fascista portò anche a delle persecuzioni contro la minoranza slovena (in Istria) e croata (in Dalmazia). Il secolare risentimento e il quasi millenario complesso di inferiorità slavo nei confronti della cultura italiana esplose all’indomani della sconfitta patita dal Paese nella seconda guerra mondiale.

Dall’8 settembre del 1943 (data del nostro armistizio) in poi, infatti, i comunisti sloveno-croati massacrarono le inermi popolazioni italiane della Venezia Giulia, dell’Istria e della Dalmazia, uccidendo nelle foibe dai 10.000 ai 30.000 italiani e costringendone all’esilio la quasi totalità dei loro abitanti circa 300.000.

I numeri di questo massacro sono ancora incerti in quanto, dopo la fine della guerra, la storiografia italiana ha tentato di occultare questo genocidio perché esso fu fatto a causa del partito comunista jugoslavo con la complicità silenziosa della dirigenza comunista italiana a livello nazionale. Solo dopo la rottura di Tito, il dittatore della Jugoslavia, con Stalin, il dittatore dell’Urss, si iniziò a chiedere ragione della drammatica vicenda storica delle foibe che riuscì ad essere esaminata in maniera più approfondita solo dopo la caduta del Comunismo 1989-1991.

La tragedia e la mattanza delle foibe che perdurò dal 1943 al 1953, in maniera più o meno violenta, tentò di cancellare l’impronta italiana da queste terre e l’esodo che ne seguì vide gli istriani, i giuliani e i dalmati esuli dapprima in Italia e dopo nel mondo.

Alcuni quartieri o villaggi, quello di Trieste a Bari, Roma e Torino, ricordano ancora nel nome, l’arrivo di questi esuli. Il parlamento italiano, con una decisione doverosa, ha istituito nella giornata del 10 febbraio la giornata del ricordo per i martiri delle foibe, con la legge del 30 marzo del 2004. La data prescelta è il giorno in cui, nel 1947, fu firmato il trattato di pace che assegnava alla Jugoslavia l’Istria, la Dalmazia e la maggior parte della Venezia Giulia.

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