Caciocavallo, pane di Matera e vino Aglianico. Lo storytelling della città ‘Capitale europea della cultura’

Matera è ‘Capitale europea della cultura’ per il 2019. Ecco lo storytelling che la racconta tra Caciocavallo, pane e vino Aglianico

di Pino Gadaleta

D’una città non godi le sette o le settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda. (Italo Calvino)

Caciocavallo, pane di Matera e vino Aglianico del Vulture rispondono enogastronomicamente alla domanda di Calvino, e ben chiudono una visita ai Sassi.

Quando percorriamo i suoi sentieri millenari levigati dall’infinito calpestio e resi lucidi dallo scorrere dell’acqua rapida sui suoi pendii che riempiono le palombare, le plurisecolari cisterne di raccolta dell’acqua piovana, cogliamo meglio i plurimillenari sapori genuini di questa città rupestre.

Il caciocavallo è un formaggio di pasta filata, ottimo se derivato dal latte della mucca podolica, un bovino lucano che ha le mammelle alte che le consentono di brucare nel terreno sassoso e avido di acqua delle Murgia.

Il pane di Matera impastato con farina di grano locale è antico come la pietra su cui è cotto.

Il vitigno Aglianico fu innestato dai greci nel VI sec quando colonizzarono la Lucania. È un vino forte, rosso, profumato, già noto come Ellenico in epoca romana, divenuto Aglianico in età Aragonese (1400-1500). Chissà se non fosse lo stesso negro vino raccontato da Ulisse nell’Odissea preparato per Polifemo per ubriacarlo prima, e accecarlo dopo!

Il visitatore è attratto dalla scenografia dei Sassi e molto utilizzata in alcuni film di successo, e che immortala nelle sue foto è frutto dell’espansione demografica di Matera avvenuta tra il 1600 il 1700 che costrinse i cittadini a occupare tutti gli spazi abitabili, ricavandoli da grotte, stalle e cisterne.

Matera è un gioiello incastonato nella roccia solida e incrollabile dal turbinio e dal tormento delle vicende della storia e che brilla con mille luci di notte.

Le condizioni di vita dei suoi abitanti, prima dell’intervento di riqualificazione urbana avvenuta dopo il 1950, sono immortalate in una tela di Carlo Levi che si sviluppa per 18,50 metri, un grande ed emozionante murale che riassume nei tratti dei contadini con le labbra serrate, il sacrificio, più che la sofferenza, e che nel contempo sottintende la incrollabile fiducia nel riscatto e nell’avvenire. Il dipinto noto come Lucania 61, è ammirabile a Palazzo Lanfranchi, sede del Museo lucano di arte medievale e moderna. L’opera di Carlo Levi è dedicata al poeta, scrittore e giovane sindaco di Tricarico, Rocco Scotellaro e merita una visita rivelatrice. Matera dei Sassi non è mai stata “una vergogna nazionale”, viceversa è la politica nazionale dall’Unità d’Italia in poi, lo scandalo per l’inefficace sviluppo del Mezzogiorno italiano.

Narrare i Sassi non è facile per la complessità caleidoscopica che caratterizza Matera che richiede studi e approfondimenti impegnativi; diecimila anni di storia non si possono riassumere in un tour di un paio di ore con una passeggiata per i pendenti gradini di una città i cui tetti sono sepolcri, o giardini pensili, delle sottostanti. Grotte residenziali che, a loro volta, sono il ripiano di cappelle sotterranee bizantine. La città della pietra, pare che la denominazione di “Sasso” risalga al 1204, fu scavata a ridosso del burrone, risulta frequentata dal Paleolitico (13mila anni a.C.) e molte abitazioni scavate nel tufo sono state vissute senza interruzione dall’età del bronzo (3500-1200 a.C.), sino al 1950!

Il Museo archeologico nazionale Domenico Ridola, custodisce reperti di estremo interesse, dalla zanna di elefante preistorico alla ricostruzione fedele di una capanna del neolitico, ai ritrovamenti vascolari della colonizzazione greca. Matera ha dato il nome a una importante ceramica a figure geometriche molto raffinata, denominata Serra d’Alto frutto di una cultura neolitica dell’Italia che si sviluppò durante la seconda metà del V millennio a.C.

La “Civita”, situata nella parte più alta della città rupestre, rappresenta il periodo medievale di Matera, il suo assetto urbanistico si sviluppa nell’alto medioevo intorno alla Cattedrale edificata nel 1270 dedicata oltre alla Madonna della Bruna al generale romano convertito al cristianesimo Eustachio (protettore dei cacciatori e guardiacaccia e della città di Matera). Il nome deriva dal greco ‘Eystachios’ e significa “producente molte e buone spighe”.

Il santo fu martirizzato da Adriano nel 140 d.C. poiché rifiutò, poiché cristiano, gli onori celebrati per le sue vittorie sui barbari nel tempio di Apollo. Dopo l’inutile tentativo da parte di leoni inferociti nel Circo Massimo che si rifiutarono di sbranarlo, insieme ai suoi familiari, fu introdotto un bove di bronzo ardente che arrostì i poveretti lasciando però intatti i loro corpi. Presso la Cattedrale è custodita una reliquia conservato in un avambraccio d’argento.

Sono documentati l’esistenza di mura e di un castello come risulta da una disposizione del 1278 di Carlo I d’Angiò per restaurare il castello, lo stesso in cui si rifugiò il ribelle Palatino di Altamura Giovanni Pipino catturato con uno stratagemma da Roberto d’Angiò nel 1350. La vivacità culturale della Matera medievale si evince dal fatto che nella stessa corte di Federico II, il mitico imperatore svevo, operarono i giudici e letterati materani; Filippo da Matera, tesoriere del regno intorno al 1220, e Procopio da Matera proto-notario nel 1232.

La “Civita” mantenne il ruolo di propulsore dell’attività economica e politica cittadina sino al Cinquecento.

Nella cattedrale è ben visibile anche lo stemma araldico di Matera in cui è raffigurato un bove podolico con tre spighe di grano in bocca, ed ecco richiamato l’incipit di questo scritto. Abbiamo aggiunto solo il suggerimento di bere un buon bicchiere di vino Aglianico con almeno tre anni d’invecchiamento, si raccomanda.

Buona salute e godetevi Matera (http://www.guidapulia.it).

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1 commento su “Caciocavallo, pane di Matera e vino Aglianico. Lo storytelling della città ‘Capitale europea della cultura’”

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