L’Italia che non c’è. Il “divide et impera” che dura fino ai nostri giorni

L’Italia che non c’è. Il “divide et impera” è durato fino ai nostri giorni

di Angelo Ivan Leone

Il problema è grave ed è serio, a dispetto di quanto diceva l’immortale Flaiano quando parlava di una situazione che era grave ma non seria, ed è un problema che riguarda la nascita stessa del Paese Italia.

Quanto scritto è vero perché l’Italia è stata fatta senza popolo, perché il Risorgimento fu un movimento elitario e di nicchia rispetto alla stragrande maggioranza della popolazione italiana che era completamente indifferente all’idea nazionale, quando non ne era decisamente contraria. Questo vizio congenito e costituente del Paese è stato negli anni accresciuto dalle varie equipe governative, si pensi al fatto che la repressione del Grande Brigantaggio da parte della Destra storica, che resta comunque la migliore classe dirigente che l’Italia abbia mai avuto, fece più morti che tutte le tre guerre d’indipendenza che l’Italia combattè contro l’impero austro-ungarico.

Questo significa che la guerra più sanguinosa per diventare nazione gli italiani la combatterono tra loro e fu una guerra civile e sociale insieme.

Fu anche una guerra sociale perché i ceti dirigenti protoindustriali al nord e latifondisti al sud non pensarono mai, nemmeno lontanamente, di allearsi con le plebi, specie con quelle meridionali, e pensarono piuttosto a reprimerle brutalmente, come l’immortale teorizzazione di Antonio Gramsci spiega dettagliatamente. Si tenga, infine, conto che le masse vennero anche ostracizzate dal processo nazionale e unitario in quanto i cattolici non parteciparono o osteggiarono il Risorgimento, si ricordi il famoso: non expedit di Pio IX.

Così si creò una nazione frutto di pochi eletti che si tramandarono tale frutto fino a Giolitti che riuscì a far passare la legge sul suffragio universale maschile e gli italiani risposero con la distruzione dell’Italia dei notabili, di cui lo stesso Giolitti era figlio, e la creazione dei partiti di massa, come era naturale che fosse.

Questi partiti, dopo la guerra, vennero fagocitati dalla dittatura fascista che fu la reazione della borghesia italiana spaventata da quanto lo stesso suffragio universale aveva creato e che lasciò gli italiani, nel senso delle masse, nuovamente al difuori dello Stato. Dopo ci fu la seconda guerra mondiale e la resistenza partigiana, anche questa fenomeno di nicchia, perché si calcola che al suo massimo, i partigiani non erano che 100mila su una popolazione che nel 1951 era di 47milioni e rotti di abitanti. La guerra ebbe, tra le sue tante funeste conseguenze, quella di spaccare ancora di più il Paese con il nord governato dai nazifascisti e investito in pieno dalla lotta partigiana e un sud dove si governava con i miliardi degli americani. Dagli anni ’50 in poi ci fu quello che è passato alla storia come il Miracolo economico o Boom che fu tale solo per una parte ristrettissima del Paese ossia il triangolo industriale Genova Milano Torino e lasciò le briciole alle restanti parti della nazione, e il meridione d’Italia svuotato di braccia e cervelli tutti scappati non più nel mondo, ma nella stessa Italia più ricca. Questo fenomeno storico contribuì, ed è naturale che fosse, a separare ancora di più le varie parti d’Italia. E’ da concludere sottolineando che

le varie equipe governative che il Paese ha avuto, non importa di che colore, hanno semmai favorito e accresciuto questa tendenza alla separazione dopo aver imposto una Unità fittizia e coatta. Pertanto si è pensato a dividere e non a unire. Questo “divide et impera” è durato fino ai nostri giorni, nostri giorni compresi.

[foto lintraprendente.it]

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1 commento su “L’Italia che non c’è. Il “divide et impera” che dura fino ai nostri giorni”

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