Moda e arte, come interpretarli nel Ventunesimo secolo? Una riflessione sulle connessioni tra i due linguaggi nell’attualità

Moda e arte, come interpretarli nel Ventunesimo secolo? Una riflessione sulle connessioni tra i due linguaggi nell’attualità

di Giuliana Schiavone

Riflette la natura delle interazioni umane e sociali, ne afferra necessità identitarie e aspirazioni, fornisce una chiave per la comprensione delle epoche storiche, la moda.

Presenza funzionale, primaria, utile a coprirsi e scoprirsi, acquista nel tempo valenze estetiche, fenomenologiche, seguendo slanci di libertà creativa e formale del genio individuale, parlando poi alla nicchia culturale come alle masse, cogliendo ogni singolo e impercettibile cambiamento in atto astraendolo dalla quotidianità, creando uno stile sincretico che finisce per dare significato a un’intera epoca. Non ricorda, questo, la parabola dell’arte nel suo procedere storico e formale?

Eterno ritorno, questo conosciuto.

Sotto l’urto di una nostalgica revisione dei fatti, attitudine instancabile e ineludibile della memoria, la moda e l’arte ritornano, in forme nuove e con quel tanto di delay temporale che basta per gettare nell’oblio materiale del demodè e obsoleto ciò che tempo fa si indossava con estremo e impavido orgoglio. Sorge il pentimento di non aver accuratamente conservato nel mausoleo del nostro armadio quel cappotto in tweed che riappare adesso tremendamente trendy (e anche un po’ dandy) nelle sfilate Haute-Couture.

La moda riveste un valore simbolico per il gruppo sociale o community che in essa si riconosce e identifica, talvolta in maniera elitaria, talvolta funzionando come vox populi trasferendo sul piano creativo inquietudini e ambivalenze sociali.

Paradossalmente, è proprio vestendoci che ci riconosciamo attraverso una tendenza di fatto effimera però potente, affermando costantemente, attraverso le nostre scelte di consumo, una soggettività che possa parlare di noi stessi.

Oltre gli epidermici ma essenziali punti di contatto tra i due linguaggi esistono interconnessioni più profonde. Quando è pervasa da una sostanza estetica particolarmente rivelatrice la moda si fa arte. Quando è pervasa da una sostanza estetica, relazionale, simbolica particolarmente rivelatrice, l’arte si fa veramente arte. E non sempre la bellezza è una categoria inerente alla produzione o sua finalità, tanto nella moda come nell’arte in quanto espressioni di pratiche e pensiero sociale.

La moda è per sua natura relazionale, transitoria, si consuma, si sceglie, è mutevole.

Piacevolmente in fuga da se stessa, alle volte volge nostalgicamente lo sguardo al passato per riaffermarsi in una nuova apparenza. Così accade che nel secolo XXI, gallerie e musei pullulino di installazioni apparentemente incomprensibili che distaccandosi da un terreno meramente stilistico seguono altre vie di ispirazione o altri cammini, ai più sconosciuti. Così accade che rinomate boutique e concept stores pullulino di calzature che a vederle, il dubbio che siano oggettivamente belle arriva e un pò rimane. Eppure alla fine, ci piace. Ci chiediamo però quali siano le connessioni tra marketing e moda, tra arte e marketing, tra arte ed economia, etc. Domande legittime che spesso coesistono senza una risposta univoca all’interno di un quadro di riflessioni articolato e complesso che caratterizza indiscutibilmente la produzione artistica globale contemporanea.

Il Bello.

E nel labirintico, quotidiano mondo dell’esperienza visiva, quale ruolo o charme esercita il nobile concetto di bello tanto rincorso da filosofi e pensatori d’antan?

Circondati da un contesto ad alta densità iconica, l’arte assorbe immagini dal sociale, dalla cultura di massa come dai movimenti del passato, ne sradica o amplifica funzionalità sino a convertirle in altro che possa trasmetterci al futuro come comunità culturale. Che questo altro sia arte, alle volte sembra persino discutibile sotto il profilo estetico nella sua accezione convenzionale. Ma a rifletterci bene, se la categoria che denominiamo “bellezza” si fosse convertita in un lessema molto più complesso e poliedrico del passato e persino del concetto stesso di “convenzione”?

Cosa allora rende quell’arte, realmente arte? Alle volte è la firma dell’artista, nell’arte come nella moda, aldilà della “bellezza” del prodotto. L’autore, creatore di quella opera unica ma ripetibile, dà sostanza e fondamento alla creazione. Parallelamente, è il pubblico o la critica che elevano a status quo di oeuvre d’art una determinata manifestazione creativa.

Allora, forse, non resta che utilizzare parametri diversi di interpretazione per avvicinarci a linguaggi che sono parte della nostra esistenza come forme simboliche di cui fare esperienza, poste a quella giusta distanza per leggerci, interpretarci, e talvolta, giocare e sorridere ironicamente di noi stessi, delle nostre umane ambizioni, bisogni e vanità.

Se siamo più s(fortunati) sorge di non aver conservato nel mausoleo del nostro scantinato quel bozzetto su tovagliolo del cugino di terzo grado regalatoci per noia il giorno del nostro compleanno di diciotto anni, e che oggi appare epifanicamente in uno spazio espositivo oltreoceano. Giuliana Schiavone

[in copertina: Richard, Hamilton, Just what is it that makes today’s home so different, so appealing (1956)]

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