Odi et amo. La maledizione eterna su Roma

Odi et amo. In questa maledizione eterna su Roma, tutta la rabbia e l’odio per la propria terra si riversano nella lirica come un fiume in piena

 

Una sorta di invettiva che può essere interpretata come una specie di preghiera al contrario.

Una maledizione di chi vede la propria terra, come la vedeva l’immortale Rino quando parlava all’universale fratello Mario, in “Mio fratello è figlio unico”. Quel fratello che era: “sfruttato, represso, calpestato e odiato”. Ecco, in questa maledizione eterna su Roma, tutta la rabbia e l’odio per la propria terra si riversano nella lirica come un fiume in piena. Disperato e dolente.
Lo Stige che prende il posto del “biondo fiume”, del Tevere capitolino. Colpisce pensare che, per averla odiata così tanto, deve averla amata immensamente. E in questo addio Remo Remotti, si affratella all’addio che Scipione diede alla Roma fatta e fondata dal fratello di Remo, quel Romolo che uccise proprio Remo prima di fondare l’Urbe eterna che è nata, come si vede e narra la leggenda, da un fratricidio.
E Scipione l’africano che quell’Urbe salvò e portò alla vittoria nella guerra mondiale dell’antichità contro il nemico mortale di Roma, Cartigine, abbandonò la città di Romolo recitando questo epitaffio: “Ingrata patria, non avrai le mie ossa”.
“Mamma Roma, addio”.
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