Ex coniugi, ecco quando scatta la diffamazione sui social dopo la separazione

Separazione, ecco quando gli ex coniugi possono essere condannati per diffamazione sui social

di Barbara De Lorenzis*

“Ci stiamo separando. Il dialogo non esiste più”.

Come comunicare ed entrare in contatto con l’altro senza litigare? Come abbassare il tono del conflitto?

Queste sono alcune delle domande che affliggono i genitori in procinto di separarsi. Infatti, proprio quando comunicare diventa necessario, quando diventa fondamentale per gestire al meglio i cambiamenti, i genitori faticano a trovare una comunicazione appena sufficiente. Perché, se quando si sta insieme ci si divide senza regole e senza troppi problemi per svolgere il naturale compito di “gestire” i figli, quando invece si è separati, esiste un mondo improvvisamente sovvertito, per cui i coniugi perdono il senso della comunicazione, occorre pianificare esattamente i ruoli e i compiti.

Quando una coppia decide di separarsi, nella stragrande maggioranza dei casi azzera la comunicazione: scatta il rancore, la voglia di prevaricare sull’altro, che spesso viene visto come nemico.

L’unica gratificazione sembra quella di essere il “vero” vincitore rispetto all’altro, utilizzando e/o strumentalizzando nei casi più disperati i figli. Cosi, per il marito e la moglie, indifferentemente, scatta, purtroppo molto spesso, di farsi sfuggire la mano e pubblicare la propria rabbia e risentimento sui social. Sono tristemente frequenti frasi come «Chi la fa, l’aspetti: hai trovato una più giovane ma hai dimostrato che verme sei», «Ora potrai fare la mantenuta a vita: era del resto questa la tua aspirazione sin dall’inizio», pubblica stizzito Marco che è stato appena condannato a pagare il mantenimento alla moglie dopo una lunga battaglia legale. «È inutile che fai la santerellina davanti a tua madre: tutti sanno con quanti uomini ti stai divertendo. A ridere però sarò presto io», scrive Francesco, che ha visto l’ex moglie strusciarsi in discoteca a un altro uomo a pochi giorni dalla separazione. E così via. Peccato che, per la nostra legge, non c’è bisogno di scrivere un nome e cognome per commettere il reato di diffamazione: basta che la vittima sia facilmente individuabile, e può scattare la responsabilità per diffamazione.

Per la Cassazione non c’è dubbio sulla configurabilità di questo reato: internet (con tutti suoi social) è considerato un mezzo di pubblicità a tutti gli effetti, per cui è suscettibile di responsabilità penale chi offende la reputazione dell’ex pubblicando online uno sfogo contro di lui e utilizzando parole che consentono di identificare facilmente il destinatario della sua invettiva.

È quanto emerge dalla sentenza n. 6352/2017 con cui la quinta sezione penale della Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di una donna imputata, condannata per diffamazione ex art. 595, comma terzo, per aver offeso la reputazione dell’ex coniuge pubblicando tramite internet un messaggio in cui descriveva le proprie vicissitudini matrimoniali. Nel caso di specie, l’imputata aveva descritto l’ex come un “musicista, docente di scuola media e maestro” e l’aveva così reso ancor più riconoscibile, essendo peraltro, egli, l’unico ex marito della medesima. In particolare, a lui riferendosi, aveva scritto: “nonostante la perizia psichiatrica allarmante, insegna a dei bambini“.

Il sito era accessibile da chiunque, tanto che ne aveva avuto diretta conoscenza anche la nuova moglie del querelante. L’autrice del messaggio era stata individuata dal nome, dall’indirizzo e dal recapito telefonico dell’imputata e dalle dettagliate e riconoscibili vicende narrate in relazione al rapporto coniugale intercorso fra la donna e l’ex marito.

I giudici di merito avevano ritenuto il contenuto della comunicazione lesivo della reputazione della persona offesa perché ipotizzava patologie psicologiche in un soggetto che ricopriva funzioni educative.

Non colgono nel segno le doglianze avanzate dalla difesa della donna in Cassazione, che cercano di scagionarla disconoscendo la paternità dello scritto poiché gli elementi probatori non siano sufficienti a individuare la donna quale autrice del messaggio poiché l’indirizzo mail non era a lei riconoscibile e, nonostante l’indirizzo fisico e il numero di telefono fossero pubblici, il testo del messaggio avrebbe potuto essere mutato.

Una valutazione che, secondo gli Ermellini, non avrebbe dato frutti positivi in quanto “è emerso che il brano pubblicato sul blog era a firma della pervenuta e conteneva notizie certamente riconducibili al rapporto matrimoniale fra la stessa e la persona offesa”. Inoltre, il brano incriminato era in perfetta continuità logica con le altre argomentazioni sviluppate in sede di merito.

Infine, anche se è vero che l’indirizzo e il numero di telefono dell’imputata sono pubblici (ammesso che il suo nome sia inserito negli elenchi telefonici), il fatto che tali dati fossero perfettamente riferibili al nome con il quale l’autore dello scritto si era identificato consente di trarne un’ulteriore conferma della attribuibilità del medesimo alla ricorrente.

Ulteriore e non meno importante aspetto da considerare. La diffamazione si distingue dall’ingiuria perché quest’ultima viene rivolta alla vittima (ad esempio «Sei un fallito!») mentre la prima consiste nel “parlare male alle spalle” di altri dinanzi a più persone (ad esempio «Il mio ex è un povero fallito!»). La differenza è anche in tema di sanzioni: la diffamazione è ancora reato, mentre l’ingiuria è stata depenalizzata. Chiaro che il responsabile del post offensivo ha tutto l’interesse a spostare l’ago della bilancia verso quest’ultima figura.

Ebbene, quando il post offensivo viene scritto quasi fosse una conversazione a due, indirizzato apparentemente all’ex ma con l’indiretto scopo di far conoscere a tutti l’apprezzamento non lusinghiero, siamo in presenza di una diffamazione o di un’ingiuria? Secondo la Cassazione, l’eventualità che fra i fruitori del messaggio vi sia anche la persona a cui si rivolgono le espressioni offensive non consente comunque di parlare di ingiuria. Restiamo quindi in ambito penale.

Tirando le somme, c’è diffamazione aggravata tutte le volte in cui:

  • si scrive un post offensivo su Facebook o su altro social network o pagina web, anche se contro l’ex colpevole di condotte non proprio consone allo spirito del matrimonio. La provocazione alla diffamazione può essere giustificata solo se la reazione è immediata ed è la conseguenza di un’altra offesa ma non di un tradimento o del pagamento di un assegno di mantenimento;
  • anche se il post è pubblicato su una bacheca non accessibile agli estranei. E non vi è dubbio, concludono i giudici della Cassazione, che «la funzione principale della pubblicazione di un messaggio in una bacheca o anche in un profilo Facebook sia la condivisione di esso con gruppi più o meno ampi di persone, le quali hanno accesso a detto profilo, che altrimenti non avrebbe ragione di definirsi social»;
  • anche se il post non fa nomi e cognomi se l’indennità del destinatario è facilmente intuibile (Cass. sent. n. 40083/18 del 6.09.2018).

*avvocata esperta in Diritto di famiglia

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