Il Quantitative easing è (davvero) finito con la fine del 2018? Vediamo cosa sta accadendo in Europa con i ‘nostri’ soldi

Il Quantitative easing è (davvero) finito con la fine del 2018? Vediamo cosa sta accadendo in Europa con i ‘nostri’ soldi

di Maria Verna*

Dopo aver esplorato il concetto di spread nell’ultimo articolo, ci avviciniamo a un concetto di cui si sentirà parlare nelle prossime settimane: il Quantitative easing (Qe).

È un programma iniziato dalla Banca centrale europea (Bce) a marzo 2015, con l’intento di arginare la crisi dei finanziamenti (credit crunch) favorendo così l’aumento degli investimenti. Quest’ultimo è uno degli obiettivi “laterali” della Bce, visto che quello principale, da statuto, è tenere il tasso d’inflazione sotto il 2%: bassi tassi presuppongono bassa inflazione e investimenti favoriti visto che il denaro “costa” meno.

Volendo tradurre quantitative easing significa “alleggerimento quantitativo” e si concretizza con un programma di acquisto, da parte della Bce, di titoli di stato (o altri titoli) dalle banche per immettere liquidità sul mercato: abbiamo visto nell’articolo precedente che acquisti di titoli di stato comportano aumenti dei loro prezzi e per la relazione inversa, ciò comporta la riduzione dei loro rendimenti e pertanto dei tassi delle emissioni successive.

Questo programma anti-crisi ha portato in pancia alla Bce assets pari a 360miliardi di euro con acquisti netti di debito dell’area Eu pari a 2.600miliardi (di cui 2.109miliardi di titoli di stato – quindi di debito pubblico dei paesi Ue – e di altri titoli tra cui le obbligazioni bancarie). Questo “bazooka” armato dal governatore della Bce, Mario Draghi, il cui mandato scadrà nell’autunno 2019, da questo autunno è andato pian piano riducendosi.

La crescita economica in Italia, stando ai valori macroeconomici attuali, è più debole che altrove e quando cesserà il Qe sarà necessario assicurarsi l’acquisto delle nuove emissioni di titoli del nostro debito pubblico, oltre che tenere a freno eventuali onde speculative innescate da segnali di sfiducia che potrebbero interessare i mercati finanziari. Tranne che non ci siano già (come si vocifera) allo studio dei degni sostituti del Qe pronti a fronteggiare emergenze a ridosso delle elezioni europee alle porte.

Intanto, nelle decisioni di Politica monetaria “del giovedì”, nella riunione dello scorso 13 dicembre, la Bce ha confermato che con la fine del 2018 terminerà anche il Qe azzerandolo a partire da gennaio 2019, mentre per quanto concerne i tassi di riferimento il Bollettino recita: “…abbiamo deciso di lasciare invariati i tassi di interesse di riferimento della Bce. Continuiamo ad attenderci che si mantengano su livelli pari a quelli attuali almeno nell’orizzonte dell’estate del 2019…”.. Resta da capire, e soprattutto osservare, come si ‘armonizzeranno’ le due… situazioni!

Buon anno a tutti voi!

*esperta di macroeconomia

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