Il brigantaggio post unitario non fu il preludio della Questione meridionale. I Borboni non aspiravano all’emancipazione del sud

Il brigantaggio post unitario non fu il preludio della Questione meridionale. I Borboni non aspiravano all’emancipazione del sud

di Pino Gadaleta

Il brigantaggio post unitario si sviluppò in Puglia, nella Daunia e quello più rappresentativo, nel centro-sud della Regione. Qui operava la banda del “Sergente Romano” (1833-1863) nativo di Gioia del Colle. Ricoprì il grado di sergente nella fanteria borbonica per poi divenire, dopo l’Unità d’Italia, comandante del “Comitato clandestino borbonico” della sua città. Operò nella Puglia centrale tanto che a Martina Franca, nel bosco delle Pianelle, una lapide posta all’ingresso di una caverna celebra la sua presenza. Il suo nome di battaglia era Enrico La Morte. Ebbe contatti con l’altro brigante del Vulture, Carmine Crocco (1862), insieme protagonisti, con più di 200 uomini in alcune imboscate contro i soldati Piemontesi e di scorrerie tra Andria, Corato, Grumo, Cassano, Santeramo, Cisternino, Locorotondo, Noci, Alberobello. Tra i due non maturò nessuna alleanza. Questo segna il limite “politico” delle bande filo borboniche, prive sia di un vero sostegno da parte della monarchia che di una visione comune strategica della restaurazione neoborbonica. Del resto l’élite militare borbonica era passata armi e bagagli dalla parte Sabauda mantenendo i privilegi della casta. La ribellione fu nelle mani di ex sottoufficiali e soldati borbonici, male armati, senza un’appropriata scuola militare alle spalle. In pratica fu “una guerriglia fai da te”, tanto che in solo cinque anni fu debellata dall’esercito Piemontese guidato dai generali Cialdini e Pallavicini.

Il brigantaggio post unitario, diversamente da altre forme di brigantaggio, è quindi la reazione di persone deluse dalle attese del nuovo Stato italiano, ed esprimeva il malcontento per le mancate promesse garibaldine, per la mancanza di lavoro, per il rincaro della vita, per la confisca delle rendite ecclesiastiche, per l’introduzione della coscrizione obbligatoria, per l’inasprimento fiscale. Nelle file dei briganti confluivano ex garibaldini delusi, ex soldati dell’esercito borbonico, disertori e renitenti alla leva, delinquenti evasi dalle galere, avventurieri. Ad acuire i contrasti fu la costituzione in ogni Comune, da parte dei Sabaudi, della Guardia nazionale, un comitato armato costituito da cittadini risorgimentali, ex carbonari, latifondisti, benestanti, galantuomini che non riscuotevano le simpatie del popolo.

Il sergente si distinse per l’assalto alla Guardia nazionale di Alberobello e qui si vendicò ai danni di un fattore, fucilandolo sull’aia, reo di essere il delatore del rifugio in cui viveva la sua donna, Lauretta D’Onghia, uccisa dai Piemontesi.

Il 28 luglio del 1861 segnò l’atto “rivoluzionario” del Sergente Romano che attacca, stanco delle soverchierie della locale Guardia nazionale, Gioia del Colle aiutato da una folla di uomini e donne, armati di forconi e roncole conquista il borgo di San Vito accolto da 3mila persone inneggianti alla restaurazione borbonica. Si consumano delitti, vendette, seminando il terrore per sei ore. I Piemontesi mobilitano i loro presidi di Bari, Altamura e Acquaviva e assediano i rivoltosi, alcuni dei quali si rifugiano nei boschi vicini. Sedata la rivolta, la repressione fu durissima con fucilazioni sommarie eseguite nel vicino cimitero. In quella giornata perirono almeno 150 gioiesi, lo stesso sergente Romano ferito, riuscì a farla franca. Poi una volta riorganizzata la banda troverà la morte in uno scontro a fuoco con i Cavalleggeri di Saluzzo il 5 gennaio del 1863 presso la contrada Vallata, verso sud ovest di Gioia. Fu ucciso a sciabolate e il suo corpo denudato legato a un asino portato in giro per Gioia e poi esposto per due giorni a piazza Castello, in seguito sepolto in un posto sconosciuto.

Nello stesso anno un altro brigante, alleato del sergente Romano, il polignanese Francesco Saverio Labbate trovò la morte per mano dei soldati Piemontesi in località Carbonelli. Della banda dl Romano facevano parte Francesco Monaco di Ceglie Messapica e Tito Trinchera di Ostuni, Luigi Terrone di Corato, il caporale Antonio Testino di Ruvo, Michele Greco di Barletta, Marco De Palo di Eterizzi, Leonardo Filomena di Castellana, insieme con altri 230 uomini armati a cavallo, nel Salento un altro collaboratore di Romano fu Pizzichicchio, ovvero Cosimo Mazzeo di San Marzano ex soldato borbonico, che assaltò Erchie, Carovigno e la sua azione si estese da Crispiano Martina, Cellino san Marco.

La lista dei briganti è lunga e questo dimostra come questo fenomeno fosse pervasivo avendo una specificità “ribellista” ma attenzione a ritenere che la vicenda del brigantaggio post unitario sia da considerare il prodromo della “Questione meridionale” che ha ben altro spessore storico e politico. I Borboni non aspiravano all’emancipazione liberale, sociale, economica e democratica del Sud Italia.

Incomprensibile sul piano storico è un certo “revisionismo” che vuole rappresentare il brigantaggio post unitario come “una guerriglia” di liberazione.

Bibliografia: Antonio Lucarelli, Il brigantaggio politico delle Puglie dopo il 1860 – Il sergente Romano, Milano, Longanesi, 1982., Carmine Donatelli Crocco, Come divenni brigante – Autobiografia, a cura di Mario Proto, Manduria, Lacaita, 1995, Francesco Saverio Nitti Eroi e briganti, edizione 1899, Pierluigi Ciocca, Brigantaggio ed economia nel mezzogiorno d’italia, 1860-1870, in Rivista di storia economica, XXIX, nº 1, Bologna, Il Mulino, aprile 2013, G. Galasso, Unificazione italiana e tradizione meridionale nel brigantaggio del sud, «Archivio Storico per le Provincie Napoletane», 1983, 21, pp. 1-16., Salvatore Lupo, L’Unificazione italiana Mezzogiorno, rivoluzione e guerra civile, Donzelli 2004.

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