La disintossicazione è possibile. Ma cosa spinge una persona a voler assumere sostanze? Il parere dello psicologo

Il parere dello psicologo. La disintossicazione è possibile. Ma cosa spinge una persona a voler assumere sostanze?

di Marco Magliozzi

Marco Magliozzi

Televisione, cinema, libri, riviste, internet o più semplicemente storie di vita quotidiana, ci portano in contatto con situazioni e realtà in cui viene fatto uso di droga, sia essa assunta sotto forma di cannabinoidi, oppiacei, anfetamina, cocaina, ecstasy o allucinogeni.

Per chi non fa uso di sostanze, questi racconti posso apparire surreali e incredibili, frutto di mera fantasia.

In verità questa dimensione è molto più vicina a noi di quanto possa sembrare e quindi la prevenzione e l’informazione assumono un ruolo fondamentale, affinché tutti possano conoscere le dinamiche che entrano in gioco nei casi di tossicodipendenza e aiutare concretamente tutti coloro i quali fossero sciaguratamente entrati nel tunnel della droga.

Iniziamo con il fare un’importante precisazione: la distinzione tra “consumo” e “abuso”.

Il “consumo” si riferisce all’uso occasionale; avviene spesso per curiosità, per ricerca di nuove forme di piacere, per seguire mode o il gruppo dei pari, per la voglia di sperimentare gli effetti e di fare esperienze “alternative” che la vita di tutti i giorni spesso non offre.

L’“abuso” è legato invece a un consumo eccessivo, derivante da bisogni profondi che mettono radici in varie fragilità psicologiche. L’abuso diventa con il tempo una vera e propria tossicodipendenza, ovvero la condizione in cui ci si trova a non poter controllare il desiderio di assumere una certa sostanza.

Il tossicodipendente avverte la necessità irrefrenabile e frequente di assumere droga, consapevole o meno dei danni fisici, psicologici, affettivi, emotivi e sociali che tale assunzione può comportare.

L’uso di droga crea infatti, tre fenomeni psicofisici interconnessi tra loro:

  • la tolleranza: il consumatore, abituatosi alla sostanza, deve aumentare progressivamente il quantitativo della stessa pur di ottenere gli stessi effetti desiderati. Si creerà un circolo vizioso in continuo peggioramento;
  • l’assuefazione: è lo stato per cui lo stato per cui l’organismo si adatta alla presenza di droga, pertanto il consumatore è costretto a farne uso a intervalli sempre più ravvicinati;
  • l’astinenza: è lo stato di sofferenza, psichica e fisica, dovuto alla non assunzione/mancanza di una sostanza alla quale l’organismo è abituato.

L’organismo, quindi, modifica nel tempo il suo equilibrio in base all’utilizzo della sostanza, ne richiede una quantità sempre maggiore per mantenerne gli effetti e provoca sintomi legati ad astinenza nei momenti in cui se ne sospende l’assunzione.

Molto spesso il tossicodipendente ricorre anche all’assunzione di droghe sostitutive (“fai da te”), nel tentativo di arginare immediatamente il malessere che inevitabilmente sopraggiunge con l’astinenza, cercando di “curarsi” in attesa di altro, con sostitutivi. Si è disposti a prendere di tutto pur di star bene per un po’: tranquillanti, ansiolitici, antidolorifici, antidepressivi, anfetamina, spesso amplificate dall’alcool, creando un mix dei peggiori, dagli effetti devastanti.

La psiche viene a sua volta “bombardata” costantemente da pensieri riguardanti l’uso della sostanza, su come procurarsela, sull’illusione del benessere derivante dal consumo.

Alla luce di quanto detto si intuisce come gli atteggiamenti e i comportamenti possano subire dei cambiamenti radicali: sbalzi di umore, isolamento, difficoltà scolastiche o nel lavoro, insofferenza costante, mancanza di progettualità.

Inoltre la necessità impellente e costante, costringe i tossicodipendenti a continue richieste di denaro, a furti improvvisati o organizzati, a fughe o temporanee assenze dai luoghi abituali, a piccoli o grandi gesti criminosi, frequentazione di amicizie diverse e “sospettose”, dunque a una relazione familiare e sociale basata su esperienze occasionali e numerose bugie.

Ma cosa spinge una persona a voler assumere sostanze?

Molti ex tossicodipendenti raccontano che tutto è iniziato per gioco, per sfida, per trasgressione, per emulazione, per curiosità, spinti dalla convinzione che “posso smettere come e quando voglio”.

Una convinzione che, per natura, poggia le proprie basi su un’illusione.

Il cervello infatti, fin dalla prima assunzione, viene alterato nelle sue capacità di percepire il piacere, innescando una serie di meccanismi di natura ossessivo-compulsiva, che si rivelano letteralmente rovinosi e che spingono il soggetto a sottostare alla necessità di assumere nuovamente quella droga.

L’assunzione provoca stati mentali alterati, connessi (ma solo temporaneamente) al benessere, al piacere e all’euforia. Il flusso dei pensieri rallenta e si allontano preoccupazioni, pensieri negativi e angosce che tornano in maniera ancor più violenta e prepotente alla carica una volta terminato l’effetto.

Le sostanze psicotrope diventano, in molti casi, le uniche capaci di far provare emozioni intense e apparentemente durature, piuttosto che in grado di alleviare una sofferenza non ascoltata, mascherata, nascosta a volte persino a se stessi.

L’utilizzo può trasformarsi in un escamotage per “fuggire” da una realtà spiacevole: la persona accetta di farsi condurre per mano dall’“amico del momento” che sfrutta le sue debolezze per poi lasciarla sola, in balia del proprio destino.

Il contesto socio-culturale svolge un ruolo determinante: la spinta irrefrenabile al consumismo, la possibilità di avere “tutto e subito”, riduce la capacità, soprattutto nei giovani, di tollerare esperienze di vita spiacevoli (associate a dolore, tristezza, noia, timidezza, ansia). Ai beni di consumo viene purtroppo affidato il compito di rendere una persona felice.

Inoltre, è doveroso sottolineare che più lungo e intenso sarà il periodo della dipendenza più sarà esteso e difficile il percorso di disintossicazione, poiché l’organismo, come detto, sarà completamente condizionato (da un punto di vista biochimico) dall’interazione tra la sostanza e i circuiti neuronali deputati ai meccanismi di ricompensa e del piacere.

La disintossicazione è possibile.

Il supporto psicologico è fondamentale unito a un supporto farmacologico per riuscire a superare le sensazioni mentali e fisiche connesse all’astinenza; purtroppo non esiste una medicina miracolosa: motivazione, voglia di cambiare, desiderio di “guarire” e tornare a essere se stessi possono fare la differenza; tutto questo può diventare realtà grazie a percorsi di psicoterapia individuale, di gruppo e familiare, mettendo le fondamenta per una nuova consapevolezza.

È molto importante incoraggiare e sostenere sia emotivamente che fisicamente chi attraversa un periodo di disintossicazione: la solitudine può rappresentare e diventare un grande nemico di questo viaggio di recupero e di riscoperta di sé e della propria vita.

Allo stesso tempo è comprensibile che famiglia, amici o partner provino sentimenti come rabbia, frustrazione, impotenza e malessere; costanza, vicinanza e affetto sono però indispensabili in un percorso tortuoso e difficile come questo.

Affidarsi al SerT/SerD (il Servizio pubblico per le tossicodipendenze/Dipendenze patologiche) è il primo passo.

A volte entrare in comunità terapeutiche può risultare necessario.

Ci sono infatti, strutture residenziali o semi-residenziali apposite che attraverso un programma terapeutico e di riabilitazione e in un ambiente sereno e protetto, aiutano a risolvere problemi più o meno gravi di dipendenza e supportare le famiglie coinvolte.

Esistono inoltre numerose associazioni di volontariato e di promozione sociale che aiutano tutti coloro che vogliono uscire dal tunnel, supportando anche la famiglia, così da orientarsi e capire quali sono i primi passi da compiere.

Non abbiate paura di chiedere aiuto!

Forse per il giudizio degli altri, forse per i preconcetti della società, forse per mancanza di coraggio, si ha paura di chiedere sostegno e assistenza.

Cercare di “lavare i panni sporchi in casa” o far finta di non vedere, non miglioreranno affatto la situazione, anzi, allontaneranno la persona bisognosa da chi potrebbe essere realmente d’aiuto e quindi di conseguenza dalla risoluzione del problema.

La droga è come un bellissimo gioco, che attira, ammalia, illude e promette un grande benessere. Così come Postiglione, il malvagio cocchiere nelle avventure di Pinocchio di Collodi, il quale, con gentilezza e amore, promette ai bambini di condurli nel Paese dei Balocchi dove potranno divertirsi con tantissime giostre ed essere felici per sempre, lontani dai problemi e dalle preoccupazioni degli adulti. Un paese dove un Pinocchio troverà un Lucignolo disposto a fargli da guida sulla cattiva strada, facendogliela apparire ricoperta di zucchero a velo e confetti colorati. Peccato che, dopo giorni di “cuccagna”, ci si trasformi in veri e propri somari con tanto di coda e lungo paio di orecchie, costretti a lavorare e a soffrire per sempre.

Nella vita vera invece, questa illusione di felicità non esiste, poiché ogni conquista è frutto dell’impegno, di progetti e anche di sogni, uniti a momenti di autentiche soddisfazioni, che non voleranno via al risveglio e al sorgere di un nuovo sole.

Ogni storia ha un lieto fine, basta volerlo.

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