Decise, battagliere, emulatrici della violenza dei loro uomini. Le brigantesse erano pasionarie e indossavano abiti maschili

Un po’ di storia sul brigantaggio. Decise, battagliere, emulatrici della violenza dei loro uomini. Le brigantesse erano pasionarie e indossavano abiti da uomo

di Pino Gadaleta

Pino Gadaleta

Nel brigantaggio post unitario (1860-1865) le donne assunsero un ruolo specifico o furono, spesso contro la loro volontà, ‘vittime’ più o meno consapevoli della loro unione carnale ai capibanda? Grazie al ricorso di una lettura degli atti processuali del brigantaggio si evince una discreta presenza delle donne molto determinate che ribalta il concetto degli stereotipi di donne subalterne al loro destino di “donne del capo”. Ovviamente non mancarono tutti di dilemmi dell’esistenzialismo della vita di coppia con gelosie e tradimenti, innamoramenti e delusioni.

Forme di brigantaggio erano attive in molte parti dell’Italia post-unitaria, nel Veneto e in Sardegna con l’epicentro in Meridione, dove furono inviati 120mila uomini dell’esercito piemontese per sedare la ribellione dei “cafoni” divenuti briganti presenti con oltre 400 bande di briganti con oltre 80mila uomini, ai quali si devono aggiungere migliaia di “manutengoli” e fiancheggiatori.

Il governo Piemontese emanò un’apposita legge marziale (Pica 1863) che portò il terrore in risposta alla violenza del brigantaggio con la fucilazione sul posto dei briganti, o presunti tali, e con diversi centri abitati come Pontelandolfo, Casaduni, Auletta (1861), Scurgola rasi al suolo.

La presenza femminile nel brigantaggio post unitario è numerosa, spesso donne legate sentimentalmente ai capibanda. Alcune di loro erano assassine in fuga dai loro delitti, raramente perché affascinate dal mito che avvolgeva le “gesta” di qualche capobanda, molte per rifuggire dall’umile condizione in cui versavano le loro famiglie di origine. Il ruolo che le donne ricoprivano nella banda non era d’assistenza, ma partecipavano attivamente alle imprese della banda con ricatti, assalti alle masserie, sequestri di persona, presenti nei conflitti a fuoco contro i soldati Piemontesi. Insomma era una militanza attiva svolta indossando abiti maschili. L’atteggiamento era deciso, battagliero, emulatrici della violenza dei loro uomini. Qualcuna tradì per gelosia o risentimento, spesso conobbero la fuga e la vita della macchia, quasi tutte le prigioni.

Conosciamo molti nomi di brigantesse: Luigia Cannalonga, Maria Rosa Martinelli, Maria Capitanio, Gioconda Marini, Mariannina Corfù, Chiara Nardi, Arcangela Cotugno, Elisabetta Blasucci, Teresa Ciminelli, Elisabetta Blasucci, Filomena Pennarulo, Luigina Vitale, Giovanna Tito, Maria Lucia Nella, Maria Consiglio, Filomena di Pote, Maria Orsola d’Acquisto, Carolina Casale, Maria Pelosi, Rosa Giuliani.

Michelina Di Cesare, casertana nata nel 1841, vedova ventenne e in seguito sposa con il brigante Guerra, è un’icona di queste donne, l’unica perita in un conflitto a fuoco (1868). Le sue foto riprese in un atelier fotografico romano, durante le pause che i briganti si concedevano recandosi nello Stato Pontificio, la rappresentano in abiti da contadina, quelli della festa, o che imbraccia, come segno della sua autorità, fucile e pistola. Solo al capobanda, infatti, era consentito avere un fucile a doppio colpo insieme alla pistola. Per gli altri valeva la regola di una sola arma in dotazione, per i briganti semplici solo la pistola. Colpita alle spalle, il suo corpo denudato e violato fu esposto in piazza a Mignano Monte Lungo, un piccolo comune del Casertano.

Marianna Oliviero, calabrese nata nel 1841, con il nome di battaglia di “Ciccilla” in seguito all’uccisione atroce della sorella rea di essere l’amante di suo marito, Pietro Monaco brigante ed ex soldato borbonico, si vestì con i panni di uomo e assunse il ruolo di capobanda quando il marito perì in un’imboscata. Si distinse per arguzia e per ferocia. Finì i suoi giorni fucilata nella fortezza di Finestrelle, in Piemonte.

Filomena De Marco detta Pennacchio, irpina, esordì assassinando il marito, un cancelliere di Foggia che era oppressivo e la maltrattava. Si diede alla macchia aderendo alla banda del capo lucano Carmine Crocco del quale era la compagna, in seguito cambiato con un suo luogotenente, Giuseppe Schiavone. Abile a cavallo e al tiro ebbe parte attiva in un agguato ai soldati piemontesi uccisi. Fu imprigionata e condannata a venti anni di galera, pena commutata a sette anni. Uscita di prigione sposò un notabile piemontese e condusse vita morigerata. Morì nel 1915.

Il quadro che ne esce ribalta il ruolo stereotipato della realtà femminile nel Mezzogiorno, anzi grazie al recupero storico attraverso gli atti processuali si coglie la determinazione e il coraggio e di reazione ai soprusi da qualsiasi parte provengano. È un mix tra efferatezza e ribellione alla condizione sociale che caratterizza la vicenda delle brigantesse che supera la differenza sessuale e conferma la parità tra i sessi. Può piacere, o meno, ma questa è una lettura antropologica del fenomeno che non può essere contestata.

Vi è molta confusione tra il fenomeno del brigantaggio come una lettura di ribellione che apre il tema della “questione meridionale”. Questo alimenta e favorisce una storiografia “partigiana” che sfocia in un rivendicazionismo neoborbonico che non ha alcuna ragione di essere, né può avere un fondamento storico.

Su una cosa possiamo concordare. La presenza femminile nel brigantaggio fu un segno precoce di emancipazione femminile, con tutti i suoi limiti e le sue tragedie.

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