Terre ai contadini, abolizione delle tasse e niente dazi sul macinato. Le promesse di Garibaldi naufragate come promesse elettorali

La storia insegna. Terre ai contadini, abolizione delle tasse e niente dazi sul macinato. Le promesse di Garibaldi naufragate come promesse elettorali

di Pino Gadaleta

Il brigantaggio nel Medioevo era rappresentato da brigate composte di una trentina di mercenari con un capitano, assoldati da un nobile per molestare parti di territorio altrui. Il Brigantaggio al sud fu un fenomeno che si verificò nel 1799 con i sanfedisti del cardinale Ruffo che contribuirono alla restaurazione del dominio borbonico ponendo fine alla Repubblica Napoletana filo napoleonica. Il brigantaggio fu eliminato dalla repressione di G. Murat.

Il Brigantaggio post unitario iniziò nel 1860 e per un quinquennio si sviluppò per contrastare l’unificazione dell’Italia avvenuta per volontà sabauda. Da qualche tempo ha preso consistenza una revisione storica del fenomeno che tende a porre accenti epici, apologetici e romantici che contrastano in gran parte una valutazione storica e oggettiva del Brigantaggio meridionale. Insomma si è sviluppato un neoborbonismo che non ha alcun fondamento di giustificazione né storica né politica.

Quali sono le premesse del brigantaggio post unitario?

Garibaldi dopo lo sbarco con i suoi Mille a Marsala il 28 maggio 1860, da Palermo emette un decreto sottoscritto dal segretario di stato Francesco Crispi, che recita:

“Art. 1. Sopra la terra dei demani comunali da dividersi, giusta la legge, fra i cittadini del proprio comune, avrà una quota certa senza sorteggio chiunque si sarà battuto per la patria. In caso di morte del milite, questo diritto apparterrà al suo erede.. omissis … Qualora i Comuni non abbino demanio proprio, vi sarà supplito con le terre appartenenti al demanio dello Stato o della Corona”.

Messaggio chiaro e forte quello di Garibaldi che essenzialmente promette la terra ai contadini che aderiscono alla sua missione “liberatrice”, insieme all’abolizione di tasse e dazi sul macinato. Questa promessa naufragò poi nei fatti di Bronte.

Le popolazioni siciliane si sollevarono in nome della libertà dal bisogno, da tasse da non pagare, da privilegi distruggere e terre da dividere.

Mentre i notabili trescavano fra il principe di Villafranca, che presiedeva la Giunta provvisoria a Palermo, dove l’indipendenza dell’isola era stata proclamata, e, il principe Della Catena, che comandava l’esercito regio, mossosi ad annientare i moti indipendentisti, il popolo di Bronte e di altri comuni vicini si schierava con entusiasmo per la lotta dell’indipendenza e per le promesse di Garibaldi.

L’anelito di ritrovata giustizia da parte dei contadini di Bronte fu, invece, annichilito dalla dura repressione del generale garibaldino Bixio, inviato dal liberatore Garibaldi su pressione della regia maestà sabauda.

I contadini avevano il torto di aver reclamato i possedimenti latifondisti tra i quali la Ducea di Nelson, il noto ammiraglio inglese. L’impresa garibaldina, in effetti, era stata molto agevolata dalla marina inglese mentre Garibaldi attraversava il Tirreno.

Dobbiamo aggiungere che con il nuovo regime Piemontese i contadini furono sottoposti a un regime fiscale di liberalismo che si rivelò eccessivo per le loro misere risorse, e che contribuì, inoltre, a depotenziare lo sviluppo manifatturiero napoletano borbonico che era iniziato a svilupparsi intorno a Napoli. Inoltre fu obbligatoria la coscrizione nell’esercito sabaudo che prevedeva 5 anni di leva. In definitiva con l’arrivo dei Piemontesi e di Garibaldi si crearono situazioni di maggiore disagio per i contadini e per la popolazione più umile del Sud cui si aggiungeva la delusione per le promesse garibaldine non mantenute.

Tutto questo alimentò la formazione, dapprima spontanea e poi organizzata di ribellione agli invasori Piemontesi, e ben presto la loro vocazione unitaria dell’Italia assunse i colori e la forma di una colonizzazione del territorio più che di un riscatto dal servaggio borbonico.

Il nucleo più consistente della ribellione fu quello del “generale” Crocco, un brigante lucano che fu aiutato dal generale borbonico spagnolo Borjes inviato da Francesco II. Crocco, ex soldato borbonico ed ex combattente garibaldino con il grado di caporale, ben presto riuscì a riportare la bandiera borbonica in ampie parti del Meridione, di Rionero in Vulture, dal Melfese alla Murgia grazie alla collaborazione entusiasta di vasti strati della popolazione. Il “generale” Carmine Crocco fu sconfitto definitivamente il 25 luglio 1864 sul fiume Ofanto, tra il ponte di S. Venere e il passaturo Canestrelli, anche per il tradimento di un suo capobanda Caruso, che fu prezioso informatore dei nascondigli delle bande di Crocco.

Carmine Crocco scrisse un’autobiografia rudemente espressiva. Con estroversa spudoratezza confessò la sua vocazione al “libero ladrocinio” privo di qualsiasi volontà ideologica o meglio di adesione alla causa borbonica solo per avidità di bottino e ingenuo desiderio di personale grandezza. Morì in prigione a Portoferraio nel 1865.

Intorno alla sua figura è fiorita una vasta letteratura e un film di Squitieri Li chiamarono briganti, film che improvvisamente fu ritirato dalle sale, e che si può visionare su You tube.

Insomma una figura che si presta alla costruzione di un “mito” e di una leggenda e come tale aliena da qualsiasi oggettività storica.

Non fu né Pancho Villa, né Zapata, né tanto meno un guerrigliero alla Che Guevara. Fu solo un brigante.

(continua)

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