Neuroscienza. Il pensiero negativo provoca l’auto-sabotaggio. Come funzionano il cervello e la costruzione dell’atteggiamento?

Neuroscienza. Il pensiero negativo provoca l’auto-sabotaggio. Come funzionano il cervello e la costruzione dell’atteggiamento? Cambiare si può, questa è la bella notizia

di Marco Magliozzi*

Marco Magliozzi

Le neuroscienze, e con esse la neuropsicologia, hanno fatto passi da gigante negli ultimi 20 anni. Una delle tecniche più utilizzate nella ricerca è senza dubbio il “Neuroimaging funzionale”, un insieme di tecnologie in grado di misurare il metabolismo cerebrale, la relazione tra aree cerebrali e funzioni cerebrali e i collegamenti tra sistemi di reti neurali.

Grazie a questi nuovi studi, si è scoperto che il cervello umano non è immodificabile, ma è in continua trasformazione, differentemente da come si teorizzava in passato: la sua struttura muta durante tutto il corso della vita in base ai pensieri, ai comportamenti e all’esperienza della persona. Questa capacità trasformativa prende il nome di: neuroplasticità.

Cosa accade nel nostro cervello quando facciamo esperienza di qualcosa?

Facciamo un esempio pratico: ogni volta che una persona si concentra su un determinato pensiero, il cervello attiva una serie di connessioni neurali, adibite proprio a quello scopo. Per connessione neurale si intende un “percorso” che mette in comunicazione milioni di neuroni tra loro. Queste connessioni vengono rafforzate dall’apprendimento, dalla pratica, dalla ripetizione. Ciò vuol dire che maggiore sarà la ripetizione di quel pensiero, maggiore sarà la forza della connessione neurale. Una comunicazione neurale efficiente permette alla persona di accedere a un pensiero specifico in maniera più rapida.

Ma come si traduce tutto questo nella vita di tutti i giorni?

Tutti noi abbiamo dei pensieri, la maggior parte dei quali sono caratterizzati da una componente emotiva: alcuni sono piacevoli, ci rendono felici, gioiosi (come ad esempio immaginare, magari pregustandolo, il nostro piatto preferito), altri invece sono spiacevoli, ci rendono tristi, insicuri, negativi, ansiosi (come il ricordo di un episodio traumatico o la preoccupazione di un evento che deve ancora verificarsi). Altri ancora sono pensieri che potremmo definire “neutri” del tipo: “oggi devo andare a comprare il pane”. Un pensiero può essere inoltre occasionale, ovvero collegato solo a una determinata situazione, o può essere cronico (il famoso “pensiero fisso”), cioè un pensiero che si attiva costantemente durante la giornata con molta più facilità rispetto agli altri.

Perché accade questo?

Le connessioni neurali legate a quel pensiero sono molto più forti e, di conseguenza, la loro attivazione è divenuta quasi automatica. La ripetizione è infatti la madre di tutto l’apprendimento: quando ci concentriamo frequentemente su qualcosa stiamo “allenando” i neuroni responsabili di quel pensiero. Stiamo portando il nostro pensiero verso la spontaneità. Una capacità del nostro cervello meravigliosa se utilizzata in maniera efficace ma che può diventare un’arma a doppio taglio. Le persone ansiose vivono costantemente pensieri di preoccupazione, paure e negatività, e in questo modo rafforzano involontariamente tutte le connessioni neurali di questi pensieri che a loro volta generano ansia. Si crea inevitabilmente un circolo vizioso.

Ecco un esempio: uno studente universitario è alle prese con un esame, che ha studiato a lungo e con impegno. Chiamato a sostenere la sua prova, non è in grado purtroppo di rispondere ad alcune domande che gli vengono rivolte. Il professore decide pertanto di bocciarlo. Può accadere che si ripeta la stessa cosa con il medesimo esame o con un altro sostenuto dal ragazzo, il quale a quel punto inizia a dire a se stesso frasi del tipo: “sono incapace”, “io non valgo”, “non ce la posso fare”, “è troppo difficile per me”. La ripetizione mentale di queste affermazioni negative porterà alla strutturazione di una convinzione limitante. Quelle che prima erano delle semplici riflessioni in seguito alla bocciatura, si trasformeranno in veri e propri mantra che il ragazzo dirà a se stesso anche prima dell’esame, provocando un auto-sabotaggio che influenzerà sfavorevolmente le sue prestazioni.

Come fare a invertire una tendenza che sembra ormai destinata verso la negatività?

È sempre il cervello che interviene in nostro aiuto, grazie alla sua capacità di trasformarsi. Una persona ansiosa non lo sarà mai per sempre se decide di mettersi in gioco e di lavorare su se stessa. Qualsiasi difficoltà, malessere mentale o disagio non deve e non può farci perdere d’animo. Così come è possibile generare automatismi, è possibile anche cancellarli. Come? Dando origine a pensieri nuovi e indebolendo, con il tempo, i pensieri vecchi che creano disturbo.

La soluzione?

Alleniamo il nostro cervello, come se fosse un muscolo, come se fossimo in palestra, la palestra della nostra mente. Una attenzione focalizzata verso il positivo, verso i risultati, verso i cambiamenti, verso differenti punti di vista permetterà al cervello di generare e rafforzare nuove connessioni. Questo allenamento ripetuto originerà nuovi automatismi, questa volta vantaggiosi per la persona, indebolendo le vecchie abitudini. I pensieri, purtroppo o per fortuna, non possono sparire nel nulla, come per magia. È impossibile “non pensare”, è possibile però direzionare i nostri pensieri verso quelli più utili per noi.

La trasformazione porterà rinnovamento in tutto il nostro sistema, mente e corpo, producendo effetti concreti.

Alla luce di quanto detto finora, le famose frasi, che spesso sentiamo pronunciare, “sono fatto così”, “questo è il mio carattere”, “è impossibile cambiare”, perdono il loro peso e il loro significato, donandoci nuovamente la libertà di poter scegliere i nostri comportamenti futuri e gestire il flusso nei nostri pensieri e, con essi, la qualità delle nostre emozioni e della nostra vita.

*psicologo ed esperto

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