Blue whale, la Balena blu, a Bari. Il gioco mortale in cui cadono gli adolescenti e crollano le famiglie

Il gioco della morte chiamato ‘Balena blu’ colpisce adolescenti e famiglie. Alcuni casi anche nel barese, di ragazzini salvi per miracolo. L’analisi criminologica

di Tiziana Cecere*

L’allarme sociale per i pericolosissimi giochi in auge sulla rete informatica nascono dalle cattive abitudini che la generazione degli attuali quarantenni ha trasmesso in eredità ai nuovi giovani. I bambini posseggono uno smartphone già dai 9/10 anni e lo usano benissimo, ne sono affascinati e afflitti, ne sono così tanto dipendenti da portarlo nel letto al posto del nostro vecchio caro peluche addormentandosi con il cellulare in mano.

Lo scenario della dipendenza dall’utilizzo dello smartphone e conseguentemente dei social da parte dei bambini e degli adolescenti – o come oggi si usa dire “dei giovani adulti” – è diventato allarmante perché motivato nella stragrande maggioranza dei casi, nell’assenza di comunicazione all’interno del micro cosmo familiare e dall’assenza di empatia con le figure genitoriali.

L’isolamento dei giovani dai modelli educativi li ha attirati verso gruppi di pari nei quali riconoscersi e con i quali condividere un “credo”, una “mission”, quella dell’“impresa speciale che lasci un segno indelebile nella memoria della società”, non preoccupandosi che la diffusione di questo segnale è legato alla morte, all’orrore, al pericolo e alla sofferenza.

Ecco, arriva la passione per i giochi pericolosi come la “Blue Whale Challenge”, gioco infernale nato molto probabilmente dal suicidio di Rina Palenkova che su VKontakte, un social diffuso in Russia, ha documentato passo dopo passo, con foto e video, il suicidio della fanciulla a soli 16 anni.

Il nome balena blu o balena azzurra è ispirato al comportamento tipico delle balenottere azzurre che, a un certo punto della loro vita, si spiaggiano e muoiono in solitudine poiché sono esemplari che si sono persi e non riescono a tornare al gruppo di origine.

Moltissimi ‘giovani adulti’ e adolescenti sono stati attratti sul web dal gesto folle e incomprensibile compiuto dalle sedicenni tanto da costituire e far proliferare gruppi sulla rete web su cui circolano notizie, informazioni e foto inquietanti che inneggiano alla morte e al suicidio.

Il macabro gioco al massacro da condividere in rete si svilupperebbe così. Un leader detto “curatore”, attraverso i social prospetta ai giovani partecipanti una serie di prove, la condizione per aderire è tenere all’oscuro di tutto i genitori. Le prove consistono nell’adempiere a 50 precetti di natura autolesionistica, uno al giorno, sempre più articolati in un crescendo fino al suicidio che rappresenta l’ultima regola, la 50esima. Al cosiddetto “curatore o tutor” devono essere giornalmente fornite le prove che confermano l’esecuzione delle regole e che consistono in video, foto e testimonianze

Oggi pare che solo in Russia, annualmente, 1500 ragazzi si tolgano la vita, ma il fenomeno non è così distante da noi, poiché in Italia e addirittura in Bari si sta diffondendo come un volano.

Secondo un’indagine della Società italiana di pediatria il 15% degli adolescenti tra i 14 e i 18 anni, in Italia, si è procurato autolesionismo per provare sollievo.

Sono agli onori della cronaca i suicidi di alcune ragazzine baresi di tredici/quattordici anni inserite in questi gruppi di pari che con determinazione e attività di lavaggio del cervello e manipolazione mentale, mettono in atto dinamiche di istigazione o induzione al suicidio.

Sono in corso indagini approfondite e i magistrati inquirenti stanno svolgendo un ottimo lavoro per comprendere se le giovani anime, alcune delle quali per fortuna salvate in tempo dagli organi di Polizia, fossero coinvolte nel gioco Blue Whale Challenge, nel rispetto delle famiglie che piangono lo strazio di genitori che perdono i figli o assistono al loro quotidiano autolesionismo senza alcuna motivazione plausibile.

Nella mia attività forense di avvocato penalista e criminologa ho assistito nell’ultimo anno alla disperazione di diverse coppie di genitori che sentono fallito il loro modello educativo e che chiedono aiuto alle istituzioni per preservare le giovani vite dei loro figli che quotidianamente praticando il “Cutting”.

Infatti, stiamo assistendo a questo inquietante fenomeno giovanile – Cutting, termine inglese che deriva da to Cut (tagliare, ferire) – messo in atto da giovanissimi, che si feriscono la pelle delle braccia o di altre parti del corpo perché dà la sensazione di avere un estremo controllo della loro vita.

I procedimenti penali e civili che ne conseguono coinvolgono, oltre i magistrati, anche numerose figure professionali tra cui psicologi, educatori dei minori, curatori dei minori, assistenti sociali, neuropsichiatri infantili, avvocati, criminologi, organi di pubblica sicurezza, consultori familiari; un vero pool di professionisti che si coordinano tra loro per far emergere non solo la verità dei fatti e degli eventi, ma per supportare i minori che tentano il suicidio e le famiglie che devono percorrere una fase di affiancamento psicologico e di recupero del rapporto genitore/figlio.

Mi sento di riferire a tutti i genitori che si dovessero accorgere che i propri figli si isolano continuamente, che preferiscono sempre e solo il web al calore della famiglia ma soprattutto che scorgono tagli ricorrenti su varie parti del corpo, di chiedere immediatamente supporto e aiuto a tutti gli enti competenti, di avvisare immediatamente le strutture scolastiche e di affidarsi solo a professionisti esperti e specializzati nello studio, nello sviluppo e nell’assistenza di tali dinamiche.

*avvocato penalista ed esperta di sette

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