L’opinione. Il populismo può sfociare nel ribellismo, dunque nell’autoritarismo. Fuori dal gossip: dov’era il Pd quando occorreva confrontarsi coi pentastellati?

L’opinione. Se il populismo diventa ribellismo il rischio è di arrivare all’autoritarismo. Dunque, gossip a parte: dov’era il Pd quando era necessario confrontarsi con i pentastellati?

di Pino Gadaleta

Alle soglie del XXI secolo la Politica è ancorata ai vecchi schemi ideologici del ‘900. La “Sinistra riformista” mostra gravemente tutti i segni della sua inadeguatezza a interpretare i modelli sociali che la crisi economica e la globalizzazione hanno alterato. La politica nazionale, con le sue litanie e la sua unica vocazione di occupazione del potere, è stucchevole. A questo dobbiamo aggiungere la noiosa liturgia dei media e dei suoi commentatori politici che contribuiscono a confondere l’opinione pubblica e dare, così, spazio alle tesi sovraniste.

Un esempio? Il fenomeno dell’immigrazione è planetario colpendo l’Australia, gli Usa, l’Asia, passando per l’Europa: è una fuga di massa dalla miseria causata da politiche neocolonialiste e della globalizzazione. La pratica dei respingimenti è diffusa più di quanto si pensi e investe paesi con forte tradizioni democratiche. La solidarietà è una questione economica da risolvere urgentemente insieme a una corretta strategia di integrazione.

Dopo il 1980 il modello di economia di mercato è stato sostituito dal “capitalismo ultrafinanziario”, che è un modello che funziona con algoritmi matematici, è ha come obiettivo di massimizzare i profitti dei Titoli di stato, cioè del debito pubblico. Il capitalismo ultrafinanziario supera i confini e quindi ha messo in crisi la sovranità degli stati, con la conseguenza finale che il cittadino è tornato a essere un suddito, poiché ha perso la sua sovranità.

La crisi attuale è partita dal 2008, causata da fattori esterni all’economia italiana, dopo 10 anni di sacrifici, compreso il prometeico “salvaItalia” di Monti, ha ampliato povertà e distrutto la classe media. Né Berlusconi e tantomeno i governi Pd, in tutti questi anni, sono riusciti a ridurre il debito, eliminare le disuguaglianze.

I commenti critici all’attuale governo giallo-verde da parte dei partiti di opposizione, che hanno governato in precedenza si rivelano patetici, rendendoli ancora meno credibili.

La classe politica italiana è molto mediocre e racconta da decenni una verità relativa fatta di omissioni e calcoli elettorali. Se il Pil in Italia, infatti, non cresce almeno del 3% annuo, i problemi del paese restano insoluti.

Il 4 marzo gli elettori che hanno dato la maggioranza ai 5s al centro-sud, e a Salvini al centro nord, hanno fondamentalmente rifiutato un’economia basata su tagli al welfare, hanno sanzionato una politica che ha procurato una disoccupazione giovanile sempre sostenuta, il ridimensionamento delle pensioni, l’aumento della povertà assoluta e relativa, e l’ampliamento delle disuguaglianze, una corruzione indolente che continua nella sua opera mefitica di erosione della democrazia e dell’economia nazionale.

In campagna elettorale i 5s avevano promesso il “reddito di cittadinanza”, Salvini l’abolizione della Fornero, e la flat tax, su queste proposte hanno ricevuto il consenso elettorale e sembra ovvio che, essendo al governo, debbano mantenere fede ai loro programmi.

Ovviamente, poi, bisogna fare i conti con la sostenibilità economica di questi provvedimenti, e qui sta la cosiddetta capacità di saper governare. Questa capacità comunque è fortemente condizionata dagli obblighi internazionali sottoscritti dai precedenti governi e dalle regole ingaggiate con l’Ue. Regole di ingaggio che speriamo siano cambiate in meglio, meno monetariste e più solidali, dopo le elezioni di maggio 2019 quando si eleggerà un nuovo parlamento europeo e si formerà una nuova commissione.

Il debito pubblico italiano, spropositato ma sostenibile, non ha registrato interventi di rilievo da parte di tutti i governi succedutisi, anzi è stato sempre gestito come “il cerino acceso”, trasferito al successore, mentre si è continuato allegramente a foraggiare gli amici degli amici e a “bastonare” redditi fissi, pensioni, il Welfare.

Secondo l’Istat, la “torta della ricchezza” del nostro paese è per il 50%, circa, “mangiata” da 1 persona su 10, il resto va alle 9 persone di cui a 2 ne restano solo le briciole.

Questo ha causato la “caporetto” del Pd e il declino di Forza Italia che insieme “nazaranamente” hanno declinato scelte politiche neoliberiste che hanno aumentato la forbice della disuguaglianza, il decremento del tasso di natalità, la disoccupazione giovanile e la precarietà, impoverito il Mezzogiorno, e accettato irresponsabilmente “flussi migratori” in cambio di flessibilità verso i conti mai brillanti dell’Italia.

Quando la “sinistra” declina politiche neo-liberiste e non risolve i problemi legati alle disuguaglianze e non affronta temi come la migrazione, la corruzione, la precarietà, prende il sopravvento il populismo, che se non incanalato nell’alveo del rispetto dei valori democratici, può sfociare nel ribellismo che apre la strada a forme di autoritarismo. Questo è il pericolo che ha sottovalutato una parte del Pd che non ha voluto aprire un confronto con il Movimento pentastellato, consegnandolo nelle mani della destra.

Il gossip racconta che questo è stato causato dal rifiuto da parte di Di Maio di non accettare come ministro, Maria Elena Boschi, così come richiedeva Renzi, ma comunque è un dato di fatto che il Pd prima ha scelto l’Aventino, poi “mangiare il pop corn”.

Confronto non vuol dire “fare un governo insieme” ma verificare la compatibilità dei programmi elettorali magari per avviare le riforme necessarie che possono servire alla crescita del paese. Ora rischiamo di piangere su questo “tragico errore”. La sinistra deve ripensare a un suo nuovo ruolo, elaborare una “nuova vision”, ricordando che non si può mettere il vino nuovo in otri vecchi.

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