Chat WhatsApp, i messaggi possono diventare prove nei procedimenti giudiziari in caso di licenziamento e/o separazione

La chat di WhatsApp va usata con cautela. I messaggi inviati, infatti, possono rappresentare prove nei procedimenti giudiziari in caso di licenziamento e/o separazione tra coniugi

di Barbara De Lorenzis*

Negli ultimi anni la comunicazione mobile ha radicalmente mutato la sua conformazione: agli sms, ormai quasi obsoleti, molti utenti 2.0 hanno preferito “Whatsapp” ovvero quella oramai diffusissima applicazione di messaggistica istantanea che meglio risponde alla necessità che l’informazione viaggi veloce e che le comunicazioni siamo immediate e intuitive. Sempre più spesso l’applicazione di messaggistica istantanea non è esente da rischi e implicazioni legali, difatti spesso è al centro delle controversie che gravitano intorno all’ambito del lavoro e delle sanzioni disciplinari ai dipendenti.

Gli utenti ne approfittano per affidare all’applicazione una mole indefinita di informazioni, molte anche particolarmente sensibili e personali. Una pratica che, sebbene possa sembrare innocua, può avere risvolti pericolosi. Ad esempio, abusare di whatsapp può costare anche il posto di lavoro.

Possibile il licenziamento causa della chat su Whatsapp?

Per quanto riguarda i rapporti di lavoro, gli scambi di messaggi possono dar luogo a licenziamenti o sanzioni disciplinari. Si guarda sia al loro contenuto, quando le confidenze scambiate su chat e gruppi riguardino questioni lavorative, oppure anche alla circostanza che l’invio sia avvenuto proprio durante di lavoro.

I messaggi scambiati su Whatsapp sono di fatto considerati sempre più spesso dalla giurisprudenza come prove documentali, per cui la produzione in giudizio può avvenire anche quando il datore di lavoro non ne sia diretto destinatario. Il Tribunale di Fermo, nel decreto 1973/2017, ad esempio, ha confermato il licenziamento comminato al dirigente di un’azienda che si era dimostrato ostile verso la società, ponendo in essere strategie di tipo intimidatorio-ricattatorio, cui si erano aggiunti pesanti apprezzamenti riguardo l’amministratore unico della azienda. Sul punto è apparsa decisiva una frase dell’uomo che è stata esibita in giudizio dalla moglie dell’amministratore unico e registrata proprio via Whatsapp.

Anche il Tribunale di Milano, in una recente sentenza, ha ritenuto giusta causa di licenziamento l’aver creato un gruppo su Whatsapp, condiviso con i colleghi di lavoro, destinato a “offendere” il comune datore di lavoro. Il lavoratore, nel dettaglio, “ha intenzionalmente posto in essere una condotta volta a denigrare il proprio responsabile di lavoro, da lui apostrofato con epiteti palesemente e pacificamente offensivi e denigratori, sicuramente idonei a sminuirne la credibilità e autorevolezza, trattandosi fra l’altro di un gruppo Whatsapp in cui sono esclusivamente presenti dipendenti della resistente e creato in parallelo a quello utilizzato dal datore per comunicare i turni e gli ordini di lavoro”.

È possibile, inoltre, che questo tipo di messaggistica sia utilizzato anche per intimare il licenziamento al lavoratore utilizzando un semplice messaggio?

In una recente sentenza, il Tribunale del lavoro di Catania (cfr. sent. 27 giugno 2017) ha dato risposta affermativa. Il licenziamento intimato via chat, per il giudice, è ammissibile giacché “assolve l’onere della forma scritta” trattandosi di un “documento informatico”, per di più con la prova dell’avvenuta ricezione (ossia l’impugnativa presentata dal dipendente).

Ancora, si legge nel provvedimento, la modalità utilizzata dall’azienda datrice nel caso di specie “appare idonea ad assolvere ai requisiti formali in esame – giacché – la volontà di licenziare è stata comunicata per iscritto alla lavoratrice in maniera inequivoca come del resto dimostra la reazione da subito manifesta dalla predetta parte” .

Le chat di Whatsapp posso costituire prova nei procedimenti giudiziari.

Nella aule giudiziarie, ormai, Whatsapp è entrato di prepotenza nei procedimenti e, sempre più spesso, i giudici hanno ritenuto che le chat di Whatsapp potessero fare piena prova in giudizio. La delicatezza della questione riguarda il bilanciamento tra il diritto di difesa della parte che vuole utilizzare la chat come prova nel processo e il diritto di riservatezza degli utenti. Ciononostante, si è ritenuto spesso di poter derogare alla regola della segretezza in presenza di un “legittimo interesse” prevalente del terzo.

Le pronunce più recenti della Corte di Cassazione, pur ribadendo il rispetto di una serie di diritti fondamentali, hanno fornito una visione più adeguata alla modernizzazione delle tecnologie, che ha fortemente inciso sulle moderne comunicazioni, e hanno più volte ampliato la possibilità di produrre in giudizio le conversazioni tra privati.

Oggi non è infrequente anche la produzione dei messaggi whatsapp anche nei giudizi di separazione con addebito, dove colui che vuol dimostrare la responsabilità di controparte derivante ad esempio da infedeltà, ma non solo, sovente porta al giudice quei messaggi. Il giudice può acquisirli come prova, valutarne la incidenza sul rapporto di coppia e trarne in ogni caso il suo convincimento sulle situazioni descritte in atti. Ad esempio, gli sms dell’amante scoperti dalla moglie sul cellulare del marito sono elemento sufficiente per addebitare la separazione all’uomo, venuto meno al dovere di fedeltà. È quanto deciso dalla Corte di Cassazione, sezione prima civile, nella sentenza n. 5510/2017 (qui sotto allegata), con cui i giudici hanno confermato l’addebito a carico del partner fedifrago. In questo caso, la Corte d’Appello aveva giustificato l’addebito della separazione a quest’ultimo per la violazione dell’obbligo di fedeltà, in ragione della scoperta, da parte della moglie, di messaggi amorosi pervenuti sul suo cellulare. Inutile per l’uomo sostenere che la crisi coniugale fosse già presente da tempo, per ragioni diverse dalla lettura dei messaggi avvenuta successivamente.

In ambito penale, addirittura, la Cassazione (sent. n. 1822/2018) ha ritenuto che i messaggi Whatsapp e gli sms acquisiti dalla memoria del telefono dell’indagato sottoposto a sequestro debbano essere considerati come documenti, con conseguente applicazione dell’articolo 234 del codice di procedura penale.

Gli stessi giudici di legittimità hanno soggiunto che per l’utilizzabilità della chat sarà indispensabile l’acquisizione del supporto telematico o figurativo: solo in tal modo, e quindi esaminando direttamente il supporto, è infatti possibile controllare l’affidabilità della prova, ovverosia la paternità delle registrazioni e l’attendibilità di quanto esse documentano.

Ciò ci deve far comprendere, quindi, come le chat vadano utilizzate con cautela, relativamente ai contenuti che in esse decidiamo di inserire. Molto spesso, invece, si scrive in chat con il massimo della leggerezza senza pensare alle conseguenze che un messaggio può comportare. E sono certa che, dopo queste precisazioni, ciascuno di noi presterà maggiore attenzione alle chat soprattutto con chi conosce a malapena.

*rubrica a cura dell’avvocata

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