La crisi del portafoglio e le abitudini che determinano le scelte delle spese e degli investimenti. Come funziona l’abitudine?

La crisi del portafoglio e le abitudini che determinano le scelte delle spese e degli investimenti. Come funziona l’abitudine?

di Maria Verna

Tra le varie letture sotto l’ombrellone in questa estate, mi è capitato un articolo su uno studio riguardante i meccanismi mentali alla base delle decisioni a opera di una ricercatrice italiana. Oggi, invece, ho letto un post dell’Agi intitolato “Lacrime e sangue per l’Argentina di nuovo soffocata dalla crisi”, nel quale si descrive la situazione di uno stato sempre più vicino al baratro economico.

Riflettendo sul fatto che l’Argentina sta nuovamente per vedere il baratro a distanza di pochi anni, mi sono chiesta se – paradossalmente – alcuni possessori di obbligazioni argentine protagoniste di passati mancati rimborsi (e di numerose cause giudiziarie) abbiano in seguito riacquistato titoli similari che potrebbero ricadere nel default, stando a quanto scritto dall’Agi. La risposta che si darebbe d’istinto è: “…ma figurati se chi ha subìto i mancati rimborsi di anni fa, possa ricadere nell’errore!”; ma poi mi sono detta che tanto sicura di questa risposta io personalmente non lo sono!

Ci siamo mai chiesti cosa vogliamo da un investimento finanziario (?) e, pertanto, come lo scegliamo (?), e se tale investimento è adeguato al nostro profilo di rischio? La risposta è che a gran parte di queste domande non siamo abituati a dare risposte e non per mancata cultura finanziaria, ma perché quando scegliamo un investimento ci facciamo prendere da una trappola: l’abitudine.

Siamo “abituati” a vedere in primis il rendimento: più è alto e più ci attrae… ignari che più è alto il rendimento di un investimento e più contiene una componente rischiosa (concetto da tenere a mente per quando parleremo dello spread in articoli successivi).

Nell’articolo citato sulle abitudini che influenzano le decisioni, la ricercatrice ci invita a essere ribelli e infrangere abitudini e routine per adattarci – così – a un mondo sempre più incerto.

Mi chiederete: cosa c’entra questo con le scelte d’investimento? Ecco che ci arriviamo.

Ogni strumento finanziario in circolazione ha una carta d’identità redatta da chi lo emette, controllata da autorità competenti e presente nei sistemi operativi di ogni operatore finanziario. Questa carta d’identità (chiamata censimento in gergo tecnico) contiene –invece che nome, cognome, altezza e colore d’occhi – vari elementi fra cui denominazione, scadenza, rendimento e una parola magica, ovvero “rischio” che può essere bassissimo, basso, medio, alto, altissimo (ad esempio). Quest’ultimo viene misurato tenendo presente variabili diverse, ad es. paese (o società) emittente, durata e vari elementi statistici che ne misurano il rischio correlato ad altri parametri. Bene! Questi elementi che compongono il censimento di un qualsiasi strumento finanziario, ogni volta che qualcuno di noi effettua un investimento, si vanno a intrecciare a risposte che noi diamo agli operatori finanziari a ogni apertura di un rapporto d’investimento. Risposte a cosa? A un questionario di adeguatezza, recepito in Italia grazie a una Direttiva europea denominata Mifid (Market in financial instruments directive) emessa nel 2004 e giunta ai giorni nostri con le sue evoluzioni. Si tratta di diversi quesiti, a esempio (esemplificativo, ma non esaustivo) “che orizzonte temporale ha in mente per i suoi investimenti?”, “se le quotazioni scendono, cosa farebbe?”, “che rischio è disposto a sopportare per i suoi investimenti?”… e così via. Queste risposte, che insieme fotografano il nostro profilo di investitore finanziario, rimangono nei sistemi operativi e, se non dovessero incrociarsi con gli elementi contenuti nel censimento dello strumento finanziario, produrrebbero un alert di “investimento non adeguato” bloccando la conclusione dell’operazione.

Dove sta, allora, l’atto che scardina le abitudini e non ci farebbe commettere un errore nella scelta dell’investimento? Dov’è l’atto ribelle?

Eccoci: sta nel fatto che dobbiamo scardinare l’abitudine a rilasciare risposte affrettate… dobbiamo prenderci del tempo per i momenti importanti della vita e la gestione dei nostri risparmi merita questo tempo che – se abbiamo scelto bene – generalmente non ci viene negato. Ecco la ribellione dov’è! Fornire coscientemente quelle risposte a un questionario voluto da una Direttiva europea che “vuole” proteggere i risparmiatori. Perché se un investitore risponde con calma e discernimento che la sua propensione al rischio è (ad es.) bassa, la parola “bassa” non si andrà mai a incrociare con il rischio “alto” contenuto nel censimento di uno strumento finanziario emesso da un paese (o società) rischioso e quell’operazione non si chiuderebbe mai!

(Tutto questo, naturalmente, augurandoci che l’Argentina non ricada nel baratro di un default finanziario già vissuto, e che il post da me letto contenga solo una previsione ipotetica).

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