L’opinione. Il Pd di Martina è un ologramma, evanescente e inconcludente. Dove sono i veri temi della politica?

L’opnione. Dove sono i veri temi della politica? Il Pd di Martina è un ologramma, evanescente e inconcludente

di Pino Gadaleta

Il Pd che fine farà? Dipende dalle prossime scelte congressuali che si terranno, forse, poco prima delle elezioni europee, l’anno prossimo. Se continuerà la solita liturgia e gli attori saranno gli stessi che hanno portato il Pd a un disastro elettorale consentendo, così, l’ascesa del governo Lega-5s, questo partito diventerà marginale e residuale.

Il Pd di Martina è un ologramma, evanescente e inconcludente, incapace di dare una svolta poiché Renzi mantiene saldamente il controllo sia del partito sia dei gruppi parlamentari, quindi in grado di condizionare pesantemente qualsiasi tentativo di rinnovamento che superi il renzismo che ha portato il Pd a una pesante sconfitta elettorale.

Grazie a Renzi prevale nel partito la scelta “aventiniana” che si traduce in un’opposizione al governo fatta di “no”, urlata, o blaterata, senza una strategia che riporti l’opposizione a forme più costruttive e riflessive. Il partito è “bloccato”, non vi è, da mesi, infatti, un dibattito interno capace di formulare proposte alternative.

Il Pd di Renzi è in attesa che scoppino le contraddizioni tra la Lega e i 5s che secondo i calcoli dell’ex rottamatore riporteranno consensi al suo partito.

È poco probabile che il Pd, grazie alla rottura dell’alleanza giallo-verde, in caso di elezioni ottenga Il 40% dei voti sufficienti per formare una maggioranza parlamentare, e quindi occorre cercare in prospettiva alleati per formare una maggioranza di governo. Oggi la situazione è diventata più precaria per il Pd, e non solo per questo partito, se dovesse continuare la “querelle” sui migranti sì e migranti no, Salvini potrebbe raggiungere il 40% dei consensi.

L’unica discriminante politica che si manifesta nel dibattito pre-congressuale nel Pd sembra che sia tra chi immagina un dialogo con i 5s in grado di “disarticolare” l’attuale maggioranza giallo-verde e chi, invece, immagina un partito che ricalchi l’esperienza francese di en marche di Macron. Nel primo caso si auspica un “campo largo” cioè un’intesa che ricompatti tutta l’area della sinistra, nel secondo, invece, un’intesa che recuperi quello che rimane della destra liberale che fa capo in Europa al Ppe.

Tutto questo, però, non può trascurare l’assetto dell’attuale gruppo dirigente, diventato nel frattempo una vera e propria nomenklatura, responsabile del disastro elettorale del 4 marzo. Tutti i responsabili, chi in grado maggiore e chi minore, sono al loro posto sia a Roma sia in periferia, non sono, infatti, pervenute né dimissioni né riflessioni sulle ragioni della sconfitta.

Un vero congresso non deve limitarsi solo ad avere una discriminante politica se non è coniugata con gli assetti organizzativi del partito.

Occorre una proposta politica che spieghi la vision e la mission del nuovo Pd sui temi caldi come Immigrazione, disuguaglianza economica e sociale, welfare, Mezzogiorno, educazione, ambiente, efficienza della macchina statale, riduzione del debito pubblico, incentivi per la crescita del Pil, e una ritrovata credibilità dell’organigramma del partito. Credibilità che è necessaria sia per guadagnare consensi sia per rafforzare politicamente la proposta di governo del nuovo Pd.

La “forma partito” va radicalmente cambiata, si deve valorizzare la persona, il merito, la militanza e non premiare i cacicchi che detengono e gestiscono pacchetti di tessere in nome e per conto di alcuni leaders nazionali, o i ras locali che coltivano la “clientela” con favoritismi e nepotismi grazie a un’organizzazione territoriale simil feudale fatta di vassalli, valvassori e valvassini che ha causato la mediocrità del ceto politico e la presenza di “raccomandati” in alcuni settori della pubblica amministrazione. In questa lettura, infatti, sta anche la ragione della sconfitta elettorale.

Il tema più scottante che funziona da arma di distrazione di massa è quello relativo ai migranti. Abbiamo centinaia di migliaia di cinesi emigrati e non sembra che questo abbia creato particolari difficoltà in tema di accoglienza, diversamente da quelli africani. Quest’ultimi tenuti in degradanti e umilianti hot spot, o nei campi a raccogliere pomodori a 2€ l’ora, o a bighellonare nelle città davanti ai supermercati, senza renderci conto che un certo”pietismo” a buon mercato fa rendere da 300mila a 500mila euro a chi organizza barconi da 100 posti, per non parlare di violenze e stupri e annegamenti.

Una “sinistra” attenta e riformista deve saper affrontare decisivamente un problema divenuto planetario se consideriamo i respingimenti della florida Australia, l’esercito schierato dal Brasile per impedire le migrazioni dal Venuezela, il muro di Trump negli Usa.

Questi sono temi per un vero congresso politico, occorrono scelte politiche innovative e rinnovamento degli organigrammi di un partito che faccia riscoprire agli italiani il piacere della partecipazione alla politica.

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