L’opinione. Quel degrado culturale partito con l’abolizione dell’educazione civica nel 1990 ai tempi di Andreotti premier

Nel 1990 il sesto Governo Andreotti abolì l’insegnamento dell’educazione civica nelle scuole primarie introdotta da Moro nel 1958. cominciò così il degrado culturale

di Danilo Nesta

L’imbarbarimento morale e culturale in cui è precipitata una nazione come la nostra, culla di processi culturali e profondi e di supremi rappresentanti, non nasce oggi, pur manifestandosi nelle forme più indegne.

Parte da lontano, relativamente, da quelle origini che hanno generato una classe dirigenziale figlia del posto facile in cambio del voto e ora detengono un potere, quasi illimitato e distributivamente colluso.

Nella relazione del Cnel del 2017 – quell’ente “inutile” da sopprimere e non da migliorare – si legge che solo per due comparti, Sanità e Pubbliche amministrazioni – quelle che detengono il numero maggiore di dipendenti assunti a tempo indeterminato e indeterminabile – il valore corruttivo ammonterebbe, con stime percettive (…) a circa 80miliardi, naturalmente da analizzare con sistemi non percettivi che fanno presumere cifre, purtroppo, ben diverse in aumento.

L’immiserimento intellettuale nasce dalla scuola primaria, da quando il sesto Governo Andreotti, nel 1990, decide di eliminare l’insegnamento dell’educazione civica nelle scuole con ministro dell’Istruzione Sergio Mattarella e poi, Gerardo Bianco, per giustificare il taglio di spese per la cultura in quanto la società italiana appariva evoluta, iniziando a contribuire alla distruzione sistematica del senso civico, specialmente nei giovanissimi e giovani.

Meno cultura e attenzione alla cultura, genera un popolo ignorante e misero intellettualmente, e più è misero, più è conquistabile e dominabile.

Per cui le forme di espressione politica cambiano nel tempo assumendo gli aspetti di ossimori, spesso incomprensibili ai più, per dar via a quel populismo moderato che non comprende ciò che viene detto.

Così, la politica si è evoluta sul nulla, su espressioni lessicali ossimoriche distribuite in forma distrattiva e incomprensibile.

Come non ricordare le famose “convergenze parallele” di morotea memoria o la “lucida follia”, rubata all’Enrico IV di Pirandello per fare riferimenti al compromesso storico tentato tra Dc e Pci. Dal “governo delle astensioni o della non sfiducia” del 1974, caduto nel 1976 per mano di Bettino Craxi alla “corruzione legittima” per definire comportamenti politici scorretti ma penalmente non perseguibili e così via fino al “riformismo radicale” o “riformismo rivoluzionario” di veltroniana e dalemiana memoria alludendo alla rivoluzione liberale di Gobetti capace di tenere insieme: capitalismo, società aperta e comunità.

E poi i più recenti ossimori della storia italiana, quello che si è detto liberista ma adora, difende, protegge i monopoli e le rendite di posizione – si è detto tutore della sicurezza e della legge contro i pericoli della criminalità ma ha depenalizzato reati (i suoi), accorcia i tempi di prescrizione, attacca i pentiti di mafia e i giudici, per non parlare dei metodi di selezione dei suoi stallieri – si è detto democratico, ma ha occupato la Rai e l’asservisce ai suoi interessi politici fino alle epurazioni di Biagi, Santoro e Luttazzi e chissà quanti altri nell’oscurità dei corridoi aziendali.

Quello del “Contratto” con gli italiani, il presidente-operaio con l’elmetto, partigiano con il fazzoletto rosso al collo e in mutande nel bunga bunga.

Il genio assoldato dell’ufficio legale Ghedini inventò questo capolavoro di burocratese sessuale: “l’immoralità e la malafede hanno prodotto un raffinatissimo, oscuro stilema che invece di nascondere svela la depravazione”.

Fino ai giorni nostri con il “Contratto” di Governo del M5S-Lega, simile nel contenuto ma antitetici nel reperimento dei fondi. Odiatisi durante la campagna elettorale e poi convenuti convenientemente.

Anche loro sfoderano gli ossimori come strumento di comunicazione: vaccini con “obblighi flessibili”, “ritocchi all’Iva per non farla aumentare”, “idee di revoche di concessioni, revocabili”, “gare per l’Ilva illegittime che non si possono annullare perché legittime” (sintesi).

Intanto il peso corruttivo rimane di circa 80miliardi, in soli due settori, mentre si dichiara che la questione immigrazione costa allo stato 5miliardi.

Oltre 60 anni di ossimori, in cui si è fatta sprofondare una economia e ora, fomentando e istigando all’odio razziale, dividere ulteriormente una Italia accogliente, pur nell’abominio, non più tra Nord e Terroni ma comunemente unita dal disprezzo verso il diverso, verso religioni diverse, verso un colore diverso della pelle, verso il dolore e la povertà.

Proviamo a meditarci su.

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