Una casamassimese in Messico. Per ‘Culture parallele’: un uomo di nome Victor Jara e il diritto di vivere

Culture parallele, la rubrica curata da una casamassimese in diretta dal Messico: un uomo di nome Victor Jara. Il diritto di vivere e il coraggio di cantare la vita

di Giuliana Schiavone*

La storia insegna che esiste uno spazio incerto tra il susseguirsi degli eventi, dove lo sguardo si sofferma, incapace per sua natura di cogliere dettagli, chiamando perciò “verità” la visione superficiale catturata.

Tra le tante storie che si scrivono ogni secolo, ne esiste una che accade in un giorno di settembre, un altro 11 settembre, in America Latina. Si tratta di una storia che insegna che non esiste l’estetica di un solo canto, ma, al contrario, il canto umano e potente della lotta. Insegna che l’ideale non è un concetto ma l’eco di una volontà umana che passa attraverso le mani, cadendo nelle corde di uno strumento musicale, vibrando, espandendosi, risuonando. L’abbraccio della storia insegna come un genitore che spesso non si ascolta perché la sua lezione scuote equilibri, rinnova la visione che si ha di se stessi. La storia insegna a essere, da umani, degni della vita scegliendo il coraggio, el derecho de  vivir.

Canta un uomo di nome Víctor Jara.

Lo fa sempre, sino alla fine, nel luogo della fine e no canta por cantar, ni por tener una buona voz. Canta porque la guitarra tiene sentido y razon, tiene corazon de tierra (non canta solo per cantare, nè per avere una buona voce, canta perché la chitarra ha una sensibilità e una ragione, ha cuore di terra).

Estadio Nacional o Estadio Chile è il nome di un complesso sportivo situato nella zona occidentale di Santiago in Cile. Con i suoi 62 ettari, rappresenta il più grande stadio del paese, la cui architettura si ispira al progetto berlinese dell’Olympiastadion. Progresso, libertà, competizione sportiva, condivisione. Se questi sono gli ideali che istintivamente la nostra razionalità associa a uno spazio così ampio, i fatti procedono in una direzione contraria. Il luogo si converte in un triste anfiteatro dove vengono messi in scena meccanismi politici e fin troppo reali questioni di stato.

Nel 1973 un uomo viene arrestato dai militari guidati da Pinochet. Il suo nome è Víctor Jara. La sua colpa è cantare, difendere l’umanità attraverso una voce personalissima, vitale, in cui confluiscono ideali, valori e resistenze preziose. La biografia di un uomo non si scrive mai completamente da sola.

Sono migliaia gli uomini che in occasione del golpe fascista vengono assassinati perché considerati prigionieri politici. La dittatura di Pinochet (1973-1990) spazza via i sogni del governo di Allende, gli ideali socialisti che avevano ispirato intellettuali e artisti e uomini comuni, lasciando come segno visibile 3.200 morti e un numero indefinito di scomparsi, 30mila uomini torturati, in nome di quale ideale?

Il cittadino Víctor Jara continua a scrivere canzoni, continua a scrivere poesie. Non ha più le mani Jara, perché gli sono state tolte, attraverso il mezzo disumano della tortura. E non ci è concesso neanche di sapere quale sia la data esatta della sua morte. Su un pezzo di carta ritrovato nella sua tasca dalla moglie Joan Turner, ci sono le parole di una canzone, accanto alle parole una data: 23 settembre 1973.

Dopo 43 anni, il tribunale civile di Orlando, negli Stati Uniti, ha dichiarato colpevole di tortura e omicidio il tenente cileno Pedro Barrientos, oggi cittadino americano, esigendo il pagamento di 28 milioni di dollari per la famiglia di Jara.

Oggi lo stadio si chiama Estadio Víctor Jara.

*cura la rubrica Culture parallele

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