Il Regno di Napoli prima della grande peste. L’epoca della ‘Regina dolorosa e tormentata’

Il Regno di Napoli, governato prima della grande peste dalla regina Giovanna, la Regina dolorosa (come la chiamò Benedetto Croce) e tormentata. Le influenze per la Puglia

di Pino Gadaleta

Il Mezzogiorno nel periodo angioino fu governato da una regina, Giovanna I d’Angiò (1327–Muro Lucano 1382). All’età di sedici anni fu incoronata regina (1343) e fu sposata al figlio di Luigi re angioino di Ungheria, Andrea, che per una congiura della corte napoletana fu assassinato ad Aversa. Giovanna ne fu complice involontaria. Luigi di Ungheria invase il regno per vendicare la morte del figlio e punire i colpevoli. Le conseguenze per le popolazioni furono nefaste. Stupri, distruzioni, brigantaggio. Giovanna, priva di eredi, fu deposta dal cugino, che salirà al trono di Napoli con il nome di Carlo III di Durazzo e un anno dopo la farà assassinare nel castello di Muro Lucano, ove era rinchiusa.

Benedetto Croce l’appellò “Regina dolorosa”. Potremmo aggiungere “regina tormentata”.

Questo periodo storico si avvale di un’eccezionale fonte storica, il Chronicon de rebus in Apulia gestis, una biografia del notaio Domenico di Gravina che fornisce notizie nel periodo 1348-1350, il cui manoscritto, quasi integro, è custodito nella biblioteca nazionale di Vienna. Un documento eccezionale che rappresenta la storia e la realtà ambientale della Murgia, delle sue città, di Castel del Monte, nonché racconta gli avvenimenti devastanti causati dalle lotte dinastiche tra i vari rami angioini. Ad esempio, apprendiamo che a Gravina fu bruciata viva una donna Alessandra, la cui attività principale era il meretricio offerto sia alle truppe napoletane, sia a quelle filo ungheresi. Oppure, scopriamo che la calura esisteva anche a quei tempi, tanto che a Castel del Monte un cavallo ungherese morì per il troppo caldo. Napoli con gli Angioini era un crogiolo di attività cantieristiche navali e di fabbricazione di tessuti. Il primo re Carlo d’Angiò (1227-1285) costruì il castello Maschio Angioino.

Nel periodo di re Roberto di Angiò (1273-1343), nonno di Giovanna I, Il castello si arricchì di affreschi di Giotto, e il suo giardino, il Beverello, fu ampliato con fontane e piante ospitando animali esotici.

Il re angioino promosse a corte una gara letteraria che premiò Francesco Petrarca. Molto nutrita era la rappresentanza di banchieri toscani.

Non sorprende la presenza di Giovanni Boccaccio che dal 1327 soggiornò a Napoli per apprendere l’arte della finanza presso una sede distaccata di banchieri dei Bardi di Firenze e studiare diritto canonico. Il Certaldese, invece, amò la letteratura, e Napoli contribuì, con il suo fervore e il suo folklore, i costumi, i personaggi, i lazzi dei vicoli cittadini, ispirarono molte novelle raccontate nel Decamerone.

Accanto alle fonti storiche, si deve tener conto anche dell’apporto delle opere del Boccaccio che conobbe bene Napoli e la corte angioina tanto da innamorarsi di Fiammetta, ovvero di Maria d’Aquino, probabilmente figlia dello stesso sovrano Roberto D’Angiò.

Scrisse a Napoli alcune opere e tra queste il De claris mulieribus sembra commissionata da Giovanna I, divenuta regina, per descrivere la vita di 106 donne illustri della storia partendo da Eva, Semiramide, Saffo e finire a Giovanna stessa.

Boccaccio ritenendo poi l’opera non all’altezza della Regina, la dedicò alla sorella del gran siniscalco di Giovanna I Niccolò Acciaioli, Andrea contessa d’Altavilla.

Nel poemetto “l’amorosa visione” (1342-1343) è possibile raccogliere molto probabilmente la sua testimonianza degli affreschi giotteschi presenti nel castello angioino e le bellezze del giardino del Beverello. Insomma una fonte letteraria storica indiscutibile e attendibile, insieme a quella che offre Petrarca, presente a Napoli, con la missione di liberare, per ordine del Papa, Giovanni Pipino (Giovanni Pipino Palatino di Altamura, Conte di Minervino, Principe di Bari, di Pino Gadaleta, edizioni dal Sud 1996) e i suoi fratelli custoditi nelle regie carceri in quanto ribelli alla corona.

Petrarca esprime un giudizio molto negativo sul regno di Giovanna I e lo definisce una “Babilonia”, dove si praticano in piazza della Carboneria cruenti giochi gladiatori cui assiste la Regina e i suoi molteplici favoriti.

Giovanna I, infatti, ebbe una vita sentimentale molto complicata (quattro mariti e una molteplicità di storie). Si scaglia contro un frate che influenza negativamente il comportamento della Regina e della sua corte.

Il marito della regina, Luigi di Taranto, è detestato dal Petrarca e dal Boccaccio e da Matteo Villani che lo definisce violento e trattò la moglie come una schiava e non le risparmiò le percosse, escludendola dalle decisioni del governo.

Petrarca è testimone del devastante maremoto avvenuto il 25 novembre 1343 a Napoli e lo descrive nei dettagli: “Arriva il mattino. Il vero giorno. Lo scenario è da incubo. Dalla strada crescono le urla. Vengono dal porto. Cos’è successo? Petrarca balza a cavallo. Va verso il molo. Vedere è morire: La violenza del maremoto è stata capace di trascinare con sé qualunque cosa. Uomini, animali, edifici. Le stesse strutture del porto appaiono gravemente danneggiate, trascinate via con inaudita violenza. Del quartiere prospiciente il mare, solo rovine, risucchiate dalle onde”.

Dobbiamo a queste fonti letterarie e non solo alla “cronache coeve”, e ai “registri angioini”, in parte recuperati dopo la loro distruzione nel 1943 dai nazisti, per vendicare un attentato dei partigiani napoletani, la possibilità di comprendere e avere una vision della situazione del Regno di Napoli alla vigilia della grande peste del 1348.

Per lo storico queste fonti offrono la possibilità di approfondimenti culturali e antropologici di avvenimenti che sconvolsero il regno napoletano e soprattutto la Puglia.

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